Trio Pêr Vari Kervarec – Barzaz Breizh, La Mémoire d'un Peuple (Autoprodotto, 2025)

Nella prima edizione i canti erano stati raccolti per la maggior parte nei dintorni di Nizun e Pont-Aven e riportavano dettagliatamente i nomi dei vari cantanti che li avevano contribuiti. Oltre a una lista (manoscritta della madre di Théodore) che faceva conoscere i precisi luoghi di provenienza (Névez, Melgven, Trégunc…). La seconda area geografica di raccolta, sempre in Cornovaglia, si estenderà fino alle Montagne Nere e ai Monti d’Arrée: Coray, Laz, Loqueffret, La Feuillée…il volume diverrà oggetto a più riprese di grandi polemiche, critiche, diffidenze, attacchi feroci, ulteriori indagini e verifiche territoriali, rappresentando comunque sempre un immenso tesoro per tradizione popolare e lingua bretone. Perfino la celebre scrittrice e drammaturga francese George Sand (1804 - 1876) non avrà alcuna remora a definire “diamanti” le pagine letterarie e filosofiche di questi canti mitologici, storici, amorosi, leggendari o religiosi che non lesinano amori di donne con giovani destinati a divenire preti oppure fidanzate di Satana. Nella prefazione della terza edizione (1867) De La Villemarqué, affermerà che fu proprio la madre ad incantargli l’infanzia con alcuni di questi sublimi versi, designando quasi una specie di “origine domestica” all’idea di raccoglierli. Lui lo farà percorrendo per cinque o sei anni, ogni luogo delle campagne di Bassa Bretagna, dalla Cornovaglia al Léon, da Tréguier in Goélo a Vannes. Indugiando in ogni pardon, fiera, sposalizio, festa agricola o di qualsiasi altro tipo e chiedendo incessantemente informazioni a vegliardi, giovanotti, mendicanti, pillaouers, straccivendoli ambulanti, balie, tessitori, mugnai, sarti, zoccolieri, cantanti locali. Di tutte queste genti solamente una ristretta minoranza sapeva leggere ma ciò che ricordavano, fortunatamente, era rimasto bene impresso nelle loro menti. Il disco inizia col suono del romantico pianoforte solo di Caroline Faget che introduce (come accadrà più volte nel corso del cd) lo strumentale Kimiad an Ene (La Partenza dell’Anima). Il solenne momento nel quale l’anima abbandona il corpo è stato sempre soggetto di sogni poetici, la si immagina arrivare a un tribunale divino carica di opere buone o malvagie. Questa canzone, tra cielo e terra, vuole narrare la scena che precede quel giudizio. Nel trattato medieval-teologico-cristiano “Itinerarium mentis in Deum” di San Bonaventura da Bagnoregio (1259) si fondevano platonismo agostiniano e spiritualità francescana: il cammino dell'anima, superando le limitazioni della ragione, veniva descritto come pellegrinaggio interiore in grado di trasformare la riflessione filosofica in esperienza mistica. I contadini bretoni invece immaginavano che l’anima prendesse le sembianze della stessa allodola
che tante volte avevano visto innalzarsi cantando al tempo della propria vita. In Bretagna, per conoscere la sorte di un’anima esistevano vari modi popolari ma per esserne davvero certi, la tradizione indicava che si dovessero celebrare trenta messe di fila, una al giorno, in onore del defunto. L’ultima delle quali veniva denominata “ann ofern drantel” e si celebrava al rovescio, partendo dalla fine, a mezzanotte e unicamente nella Cappella di San Hervé sulla cima del Ménez-Bré (dipartimento Le Côtes-d'Armor). L’officiante era tenuto a un rigidissimo cerimoniale, se sbagliava qualcosa gli sarebbe toccata dannazione eterna. L’alternativa era consultare un enorme e terrificante libro, contenente i nomi di tutti i diavoli, che messo in piedi risultava alto quanto un uomo. A Tréguier lo chiamavano “Agrippa”, a Châteaulin: “Egremont” (variante: “Egromus”), a Kemper: “Ar Vif”, nell’Alto Léon: “An Negromans”…per sapere se il defunto era dannato, il prete doveva chiedere a ciascun diavolo se fosse in possesso di quell’anima. Quello della Negromanzia era un libro vivo che però non aveva alcuna voglia di lasciarsi consultare: le pagine a guardarle apparivano tutte rosse e perché si distinguessero le parole in nero bisognava prenderlo a bastonate, chi lo leggeva finiva grondante di sudore. Colui che possedeva un Agrippa puzzava di zolfo e fumo in maniera insopportabile per la vicinanza dei diavoli e camminava sempre esitante per il timore di calpestare anime. Tutti lo evitavano schifati. "Venite ad ascoltare il canto della partenza dell'anima beata mentre lascia la propria casa. Abbassa un po' lo sguardo verso terra per parlare al suo povero corpo che è nel proprio letto di malattia. Arrivederci mio povero corpo e grazie,, arrivederci nella Valle di Josaphat. Ascolto concerti come non ne ho mai uditi prima; le nuvole fuggono, il giorno splende! Eccomi sbocciare come un roseto ai bordi del ruscello della Vita, nel giardino del paradiso”. Bosenn Elliant (La peste di Elliant). Di questa ode che narra della peste che nel XVI secolo sconvolse l’Europa parlo ampiamente Terre Celtiche. Trattasi della medesima peste nera che il Manzoni descrive ne “I promessi sposi”. Nella parrocchia di Elliant (Cornovaglia bretone) le vittime furono 7.100 si salvarono solamente un'anziana donna e il figlio “Cos’è dunque questa nuvola strana che copre il cielo? E’ l’ala nera di un angelo, presagio di morte? o il temporale che porta via tutto? o il gelo della notte?...il cieco vedrà la luce, l’avaro getterà l’oro…”. La canzone descrive il lamento di una madre che accompagna i nove figlioli al cimitero con il marito impazzito che la segue fischiettando. Lo strumentale Drouk Kinnig Neumenoiou (Il Tributo di Nominoë) narra un episodio legato
alla storia del Re Nominoë, colui che scatenerà nell'anno 848 la rivolta che segnò la prima unificazione di tutti i clan presenti in Armorica, edificando in questo modo, un regno indipendente. E’ riconosciuto come il più grande sovrano che la Bretagna abbia mai avuto, il geniale stratega che il 22 novembre 845 sconfisse nella battaglia di Ballon (vicino a Redon) un nemico francese numericamente dieci volte superiore, con la sola forza dell’astuzia. Respinse i soldati oltre i fiumi Oust e Vilaine, togliendo al nemico le città di Nantes e Rennes che l’imperatore Carlo il Calvo fu costretto a cedere ai Bretoni. Questa epica canzone è “un affresco energicamente simbolico dell’inerzia del Principe Patriota e del suo brusco risveglio quando giudica che il momento di agire sia giunto”. Vi troviamo descritta la storia di un vecchio dei Monts d’Arrée che piange la morte del figlio crudelmente assassinato alla consegna di un tributo monetario ai Francesi a causa dell’assenza di tre libbre (decapitato per compensare il peso mancante). L’anziano si rivolge a Nominoë che mette tre pietre nel sacco e si reca a Rennes per compiere identica vendetta. Diougan Gwenc'hlan (La profezia di Gwenc’hlan) è una metafisica canzone, debitrice dell’antica poesia bardica che sottintende si debba morire tre volte prima di trovare finalmente riposo eterno. La sua composizione viene attribuita al bardo Gwenc’hlan (V secolo) che la scrisse pochi giorni prima di morire. Costui credeva nei “tre cerchi dell’esistenza” e nella reincarnazione, venne a lungo perseguitato da un principe straniero che gli fece cavare gli occhi e lo lasciò morire in prigione. Ma le imprecazioni del bardo lo inseguiranno implacabilmente e, a sua volta, poco tempo dopo anch’egli verrà ucciso in battaglia. Alan Stivell la registrò per arpa in "E Langonned” (1974) “Quando il sole tramonta, quando il mare si gonfia, canto sulla soglia di casa. Quand’ero giovane cantavo. divenuto vecchio canto ancora. Canto di notte, canto di giorno eppure sono rattristato. Se ho la testa china, se sono triste, non è senza ragione, non è perché abbia paura di venire ucciso, ho vissuto a lungo. Quando non mi si cercherà, mi si troverà e quando mi si cerca non mi si trova…” Livaden Geris (La Sommersione della Città di Is). Pêr Vari Kervarec recita in francese il testo della canzone di cui pressoché unanimemente ascoltammo la melodia per la prima volta nel 1971, suonata da arpa e violoncello in apertura del celebre disco strumentale "Renaissance de la Harpé celtique" di Alan Stivell. Narra la celebre leggenda di una città armoricana del V secolo alla quale, l'altrettanto noto “Anonimo di Ravenna” (anche Geografo di Ravenna) nella sua “Cosmografia ravennate” assegna il nome di Keris. Storia vuole che in quell’epoca in Bretagna regnasse il Principe Gradlon (soprannominato Meur - Il
Grande) che intratteneva strettissimi rapporti con San Gwénnolé, fondatore del primo monastero armoricano. Ys si estendeva da Douarnenez fino a Port-Blanc (dipartimento Le Côtes-d'Armor) di cui oggi Le Sept-Iles sono delle rovine. Le vicine scogliere di Triagoz vengono chiamate anche Trew-gêr proprio per ricordare che esattamente in quel luogo, sorgeva la cattedrale della città. Ma i cantori popolari si spingono oltre la storia ufficiale e così sappiamo che la città di Ys era capitale del regno di Gradlon e veniva difesa, contro le invasioni marinare, da un bacino immenso che raccoglieva tutta l’acqua eccedente dalle maree. Solo il Re possedeva la chiave di quel passaggio segreto ma una notte mentre dormiva, la figlia Principessa Dahut, gliela sottrasse per coronare una festa e, aprendolo, incautamente permise che l’intera città fosse sommersa. L’inondazione aveva rappresentato una punizione divina a causa dei peccati di questa nuova Sodoma (in ogni caso le fantasie a riguardo, si sprecano in tutta l’area celtica). I tragici eventi originarono quindi dalle ripetute dissolutezze della ragazza che avevano indotto Dio ad abbandonare a Satana la città ed era stato proprio quest’ultimo, prendendo le sembianze di un piacente giovane, a sedurre Dahut. San Gwénnolé aveva previsto tutto e infatti riuscì a portare in salvo Gradlon, la moglie Guénolé e anche la sventurata Dahut che però cadde da cavallo e morì, divenendo da quel giorno la sirena Ahès che nelle miti notti estive bretoni ancora si può udire cantare dagli scogli. Gradlon fu incoronato poi Re della Cornovaglia e la sua statua è ancora ben visibile in cima alla Cattedrale del capoluogo Kemper mentre al largo del mare qualcuno afferma di udire ogni tanto, il rintocco delle campane della chiesa di Kêr-Is. La storia di questa catastrofe ricorda vagamente quella di Pompei in Campania sepolta nel 79 d.C. dall'eruzione del Vesuvio: tutte le vittime mantennero la posizione dell’attimo in cui avvenne la fine improvvisa della città. La ballata inizialmente era cantata a Trégunc, leggenda afferma che Ys risorgerebbe se ci fosse qualcuno di talmente coraggioso da recarsi nelle profondità marine al primo rintocco della mezzanotte di Natale, per uscirne prima del dodicesimo. Per intanto da secoli il monte del Roc’h-Karlès tra Saint-Michel-en-Grève e Saint-Efflam, le fa da tomba e ogni sette anni, in quella notte, nella montagna si apre una fessura che lascia intravedere le luci accese di Ys ma nessuno ha mai l’ardire di infilarsici dentro. Distro euz a Vro Zaoz (Il Ritorno d’Inghilterra o Silvestrig) era inserita da Stivell in “Reflets” (1970) che all’epoca non era importato in Italia e venne ascoltato quindi prima, nella versione di Veronique Chalot che lo cantava al Folkstudio di Roma durante la stagione ’74 - ’75 (pure se erroneamente presentato come canto di “coscrizione obbligatoria”). Rappresenta in origine un episodio della decisiva battaglia di Hastings, all’interno
dell’invasione dell’Inghilterra (1066), da parte delle truppe di Guglielmo il Conquistatore, Duca di Normandia. Il suo esercito era composto da avventurieri di professione “robusti e di alta taglia” a cui offriva abbondante denaro e saccheggi. Anche il Conte Eudes di Bretagna inviò i suoi due figli Brian e Alain e così fecero tanti anonimi contadini “…il mio unico figliolo Silvestik parte con l’esercito, segue i cavalieri del paese…alzati colombina sulle tue due ali, vola lontano e portami notizie…un vascello si perde nella costa, senza remi, l’albero rotto, fracassato davanti e dietro contro le rocce, pieno di morti, da chissà quanto tempo non aveva visto terra e Silvestik era là ma né padre né madre, ahimè, né amico amò i suoi occhi”. Da questo periodo e da questi avvenimenti proviene questa toccante, cupa e lugubre canzone ma né storia né tradizione specificano chi fosse in realtà Silvestik, se figlio di nobile o di contadino, se sergente o cavaliere “ero un contadino, sono un esiliato, c’era foschia, si vive nel fumo, soli nei campi, si vive nella confusione…avevamo un paese, ce l’hanno strappato, avevamo una lingua, l’hanno assassinata, i miei bambini mi guardano attoniti e si chiedono perché sono sradicati”. Una marea di ulteriori versioni sono principiate da questo originale con un finale opposto e un ritorno a casa del soldato quando il padre oramai lo piangeva perduto. Iannig Skolan (Yannick Skolan). Della storia di Iannik Skolan racconto nella pagina due “Il Gwerz di Bretagna: tradizione incessante”. E’ una canzone in due parti, la prima “Ar Gwall-Daol” (Il Crimine) nel dialetto di Vannes narra dell’omicidio di Mauricette a Melrand e conseguente impiccagione del colpevole, suo cugino Yannick, nella piazza di Vannes. La seconda “Truez Ann Ene” (Il Ringraziamento Dell’Anima) riguarda l’esoterica visita all’anima dell’assassino da parte della madre “…sono venuto sul cavallo del diavolo, me ne vado con lui a bruciare all’inferno se non mi perdoni…””…hai acceso il fuoco con sette covoni di grano, hai bruciato sette chiese e sette preti, hai violentato tre tue sorelle, come potrei perdonarti?...” An Alarc'h (Il Cigno). La famosissima canzone descrive il ritorno dall’esilio inglese del duca Jean de Montfort (1339 - 1399) e la sua riconquista del trono. Alan Stivell al Teatro Olympia di Parigi nel 1972 decise di presentarlo musicalmente come una fiera marcia da guerra che si concludeva al suono squillante della sua bombarda ma molte volte, altrove, è interpretato con toni meno combattivi. Dopo un solo di flauto, viene conclusa anche qui, con la potente bombarda di Pêr Vari che introduce cornamusa e organo. Il termine “alarc’h” è stato utilizzato da Le Villemarqué probabilmente con
riferimento al gallese “alarch” in sostituzione del comune termine bretone “sin” troppo similare nella pronuncia al francese “cygne” 2. Approfondimento Baz Valan (Il Bastone di Ginestra) è l’ultimo brano del disco. Il Baz Valan era un personaggio tradizionalmente sempre presente durante i matrimoni bretoni del passato, un mediatore che aveva il potere di autorizzarli o proibirli. Si trattava di un mendicante, oppure di un sarto o ricamatore, tre figure che a differenza di chiunque altro, entravano frequentemente nelle case dei villaggi e avevano perciò facilità di stabilire quali famiglie fossero di un equivalente livello sociale. Si avvicinava ai genitori della futura sposa indossando due calzini di colore differente e reggendo in mano un manico di scopa (in bretone appunto “baz valen”) adornato di fiori, che voleva simboleggiare unione ed amore. È una melodia ben conosciuta nel sud della Cornovaglia (Riec-sur-Belon) che ha ispirato pure un’omonima composizione per arpa dell’indimenticata Kristen Noguès (recentemente incisa anche da Cristine Merienne) oltre che fungere da tema musicale per "Borders of Salt” di Dan Ar Braz che L'Héritage des Celtes incorporò nel proprio repertorio. La storia è stata molte volte trasfigurata grazie a chi si dedicato a poesia popolare incentrata su racconti, leggende o canti di un dato territorio. Meritorie sono le opere del poeta, antiquario e religioso Thomas Percy (Piercy) (1729 - 1811) in Inghilterra, che avranno importanza capitale per le future “Child Ballads” di Francis James Child. Oppure quelle dei fratelli linguisti e filologi Jacob Ludwig Karl Grimm (1785 - 1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786 - 1859) in Germania, o ancora dello scrittore e romanziere Walter Scott (1771 - 1832) in Scozia che sosteneva che “i cantanti popolari assomigliassero a degli alchimisti che cambiano l’oro in piombo” elevando spirito e stili originali al fine di trasmettere le opere alle posterità. Il Barzaz Breiz rappresenta l’illustrazione più efficace e incomparabile atta a memorizzare la poetica della lingua bretone, sono canti composti quand’erano ancora le genti locali a governare la regione e i poeti nazionali venivano considerati eroi e fonte d’ispirazione per i bardi. L’esempio più illustre è rappresentato dal loro primo sovrano: il Re Nominoë (800 circa - 851), i poeti popolari cantavano allora la resistenza dei contadini bretoni contro normanni o francesi. Anche nel Barzaz Breiz tuttavia, va sottolineato come sussista tra la lingua di cui si servono i poeti popolari armoricani e i canti composti, un certo disaccordo: la poesia appare più ricca rispetto a una lingua nella quale (a differenza per esempio del gallese) i sostantivi non hanno conservato che una desinenza per singolare e una per plurale, le declinazioni sono state sostituite da preposizioni, non esistono prefissi per genere, numero, sostantivo, aggettivo a seconda che si tratti di maschile o femminile, singolare o plurale. Tutto ciò fa si che nel bretone anche i collegamenti grammaticali spesso svaniscano e congiunzioni, avverbi o preposizioni lascino, di conseguenza, solo intuire coesioni o chiarezze discorsive, talvolta addirittura lungo frasi intere. La fantasia insomma viene sempre bene stimolata dal bretone. Anche queste canzoni dimostrano come la Bretagna si è raccolta in un santuario domestico, custodendo le sue antiche credenze popolane e, per quel che ne è stata capace, anche la propria lingua, musica e cultura fino agli anni ‘70 del secolo scorso quand’era oramai ridotta a un lumicino di una cinquantina di persone madrelingua. Ma fu proprio allora che iniziò la “nouvelle vague bretonne” e fu come se…onde e pietre tornassero al canto. 



Flavio Poltronieri 
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(1) di poco seguente è l’uscita sul mercato di “Gwragez - L'Île aux Femmes” dove la pianista bretone di adozione (vive a Châteaulin) duetta con il canto di Pêr Vari Kervarek in un CD interamente consacrato alle figure femminili mitiche, tragiche o resistenti che hanno scritto la storia culturale bretone, tra cui la poetessa-contadina Anjela Duval della quale in precedenza narro su Terre Celtiche
(2) Approfondimento su Terre Celtiche

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