Dopo diversi anni, Séan McKeon torna alla ribalta con “Salamanca”, un nuovo lavoro per uilleann pipes solo che colpisce subito per la sua fisionomia nitida. È un disco con una personalità forte, a tratti forse spigolosa e proprio per questo destinato a suscitare reazioni contrastanti. Non cerca l’unanimità, né punta su formule accomodanti: segue invece una linea precisa, coerente dall’inizio alla fine.
McKeon si conferma un interprete per il quale la ricerca ha un peso decisivo, tanto nella scelta del repertorio quanto nell’impostazione del suono. La sua cura del dettaglio, però, non scivola mai nel compiacimento. “Salamanca” non è “piping per pipers”, non è un disco pensato solo per specialisti o addetti ai lavori: al contrario, riesce ad accompagnare l’ascoltatore dentro una storia musicale secolare con naturalezza, senza alleggerirla artificialmente e senza trasformarla in materia esclusivamente tecnica. È questo uno dei suoi meriti maggiori. Nel fraseggio di McKeon si avvertono chiaramente le tracce del grande piping classico, e in particolare l’influenza di Seamus Ennis, che emerge nel modo di scolpire la linea melodica, nel respiro dell’esecuzione, nella capacità di dare forma narrativa al suono. Accanto a questo retroterra, però, affiorano anche elementi più moderni, più mobili, talvolta quasi ironici e scanzonati, che impediscono al disco di irrigidirsi in una prospettiva puramente conservativa. Il risultato è un equilibrio convincente fra autorevolezza stilistica e immediatezza espressiva.
Anche la selezione dei brani rivela una precisa idea di percorso. McKeon alterna tunes imprescindibili del repertorio, pagine meno frequentate e pezzi entrati stabilmente nell’immaginario della musica irlandese grazie a interpreti come Paddy Moloney e i Chieftains. Non c’è ostentazione filologica, ma una costruzione attenta del programma, capace di mettere in relazione memoria, gusto e sensibilità interpretativa. Tra gli episodi più riusciti spicca certamente “Lark in the Clear Air”, affrontata con misura e senza indulgere in facili e ridondanti elegie, ma il vertice del disco è probabilmente “O’Carolan’s Welcome”, proposta in una versione polifonica di rara finezza. Qui McKeon mostra tutta la propria sensibilità estetica: l’arrangiamento a più voci non serve a impreziosire il brano dall’esterno, bensì a farne emergere con maggiore chiarezza l’incredibile respiro e la malinconia struggente. È un intervento intelligente, sobrio, profondamente musicale.
Più in generale, ciò che rende “Salamanca” un lavoro notevole è la qualità dello sguardo che McKeon posa sul repertorio. Non forza i materiali, non li monumentalizza, non li piega a una dimostrazione di bravura. Li attraversa con rispetto, ma anche con piena libertà artistica. Da qui nasce un ascolto che conserva profondità e, insieme, scorrevolezza: chi conosce il piping vi troverà riferimenti, sfumature e scelte significative; chi vi si avvicina da fuori potrà seguirne il filo senza sentirsi escluso.
“Salamanca” è dunque un album colto, ma non chiuso; raffinato, ma mai freddo; radicato nella tradizione, ma animato da una voce ben presente. Un lavoro che non parla soltanto agli appassionati di uilleann pipes, ma a chiunque sia disposto a lasciarsi guidare da una musica capace di trasmettere, con dolcezza e precisione, il senso di una lunga continuità culturale.
Jacopo Dentice
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