Terra di arte, storia e miti la Locride, basterebbe citare la dea Persefone, il legislatore Zaleuco, il filosofo Campanella o i bronzi di Riace; ma anche terra di poesia e suono, dalla poetessa Nosside a Cesare Pavese confinato a Brancaleone, al suono incessante delle cicale fatte smettere da Eracle, ai simboli del vento di Zephirio, dei tamburi di Gioiosa al jazz di Roccella jonica. È qui che arrivò la lira dalla dirimpettaia Creta e la zampogna, pronipote del greco Aulòs. È da qui che arriva questa proposta musicale dal titolo, traducibile letteralmente come “Così com’è” e figurativamente come “Buona la prima”, registrazione si intende. I tre musicisti ricercatori, da sempre attivi sull’area della Locride, forse sulle orme di Lomax e Carpitella, si lanciano in una presa di suono diretta e spontanea di musiche e dialoghi in dialetto, a testimonianza di una tradizione ancora viva e fresca da quelle parti. Il lavoro esce con un booklet bilingue (italiano e inglese) ricco di note di presentazione del programma.
“Figghiola quantu peni e quantu torti” apre il cd nello stile di canto arcaico “all’aria”, in questo caso accompagnato dalla lira nello stile di Domenico Tropea, anche chitarrista nel quartetto di Mirto di Siderno. Segue la celebre “Sonata d’u Barilli”, forse la più eseguita tarantella da ballo per lira tramandata da Francesco Trimboli (detto appunto ‘u Barilli’), mitico mugnaio di Dimiliu di Agnana ma nativo di Siderno Superiore, che, a mia memoria, ce l’ha trasmessa non con la lira ma con la voce cantata ma senza testo, arrivataci attraverso una registrazione della Cooperativa Raffaele Lombardi Satriani. Da allora i suonatori quasi tutti di lira si sono cimentati a trasportarla sullo strumento, personalmente la prima che ho sentito è quella “storica” di Ettore Castagna. Qui la ascoltiamo in una versione accompagnata dalla “banda pilusa” (detta anche in alcune zone “famparra”), formata in questo caso da grancassa e rullante con alla lira Gabriele Trimboli, diretto discendente del Barilli. Era d’uso in Calabria che ci si scambiasse via posta delle musicassette con registrazioni di saluti o auguri tra emigrati oltre Oceano e aprenti e amici calabresi, in pratica, vocali ante litteram. Grazie a questo metodo sono state recuperate molte testimonianze sonore di cui la più nota è la famosa Strina di Antonio Gaccetta arrivata dall’Australia: in “Saluti dell’emigrato” si tratta di una registrazione del 1974 proveniente dal Canada. Segue “Muttetta d’u Giamba”, un canto di spartenza, uno stile “a muttetta”, detto anche “ara riggitana”. Ossia uno stile di canto a strofette in endecasillabi che alterna l’accordo di tonica a quello di dominante, tipico è il ritorno melodico alla tonica con l’appoggio sulla terza. In questo caso l’argomento è la “spartenza” ovvero la separazione e il commiato tra persone care per via dell’emigrazione. È la riproposizione di un canto di Giovambattista Trimboli (‘u Giamba’), accompagnato dall’organetto a due bassi di Diano, che presenta frequenti cambi di metro ed è cantato da Gabriele Trimboli. A seguire “Tarantella d’u Giamba”, brano del precedente suonatore, questa volta è una tarantella all’organetto accompagnata da “i scattagnoli” (le nacchere) così come erano suonate da Domenico Trimboli nella registrazione originale del 1974. “A littara d’a mamma” con il canto sulla lira di Vittoria Agliozzo è un canto di “spartenza” in stile di “muttetta” ripreso da una registrazione in forma responsoriale da Giuseppe Salvatore e Teresina Romeo. In questo caso viene proposto in forma epistolare come dialogo tra una mamma e un figlio partito per la guerra (, ho ricevuto tante lettere d’amore ma non avevano tanta poesia”). “Pastorale d’u Fanarra” è un brano dell’ultimo grande costruttore e suonatore di lira del citato Giuseppe Fragomeni, che ho avuto la fortuna di incontrare e di cui ho un meraviglioso strumento, egli aveva una particolarissima tecnica nel suonare la lira che consisteva nell’inclinare con la mano sinistra tutto lo strumento sul ginocchio, e non inclinando l’arco, per ottenere il tipico effetto di far sentire sempre due corde insieme, una di bordone e l’altra per la melodia (effetto zampogna). “Tempu di susu” è un altro formalizzato vocale registrato, questa volta è di Francesco Staltari che comunica la pessima influenza del clima umido sul suono della lira. Il successivo “Sonata ‘i Startari” è un brano sullo stile appunto di Francesco Staltari, eseguito da Gabriele Trimboli accompagnato alla chitarra battente da un’ospite d’eccezione come Francesco Loccisano. “Andu capitavi” è una registrazione con la falsa partenza di un brano, interrotto da una imprecazione parlata: “Dove sono capitato!”. “Muttetta d’a za’ Rosina” è, invece, un canto d’amore a due voci nello stile della muttetta che lascia assaporare il clima musicale degli emigrati in America. L’accompagnamento è affidato alle chitarre a cui rispondono gli intermezzi del mandolino di Domenico Celiberti. “Vinnu mu cantu ca vi fu mandatu” è un altro canto d’amore della cantatrice Rosa Fiorentino accompagnato dalla sola lira. “Ballati giuvinotti ca vi piaci” comincia con il tipico modo della Locride di introdurre una tarantella con due endecasillabi declamati presentando i suonatori e invitando gli astanti a ballare, in questo caso la voce è di Domenico Tropea, che insieme con Giuseppe Fragomeni e Nazzareno Parisi erano ospiti di una trasmissione televisiva di Brancaleone in cui fu eseguita la celebre “Tarantella sidernisi”, che viene eseguita nella traccia successiva. “Tarantella zingarata”, per organetto e tamburello, ha dei tratti simili alla conflentana in omaggio alle comunità Rom e Sinti della zona che trova un momento parossistico nella festa di San Cosma e Damiano e del beato Zefferino, patrono delle comunità gitane, ucciso durante la guerra civile spagnola. “E figghiola chi ti fici” è un canto di sdegno in distici endecasillabi tipicamente accompagnato nello stile della “riggitana” o “muttetta” dalla chitarra detta francese per distinguerla dalla battente. “Quand’eravamo giuvanottini” è ancora una registrazione in cui Pietro Scarfò (u Fatturi) racconta la storia di un giovane suicida in seguito ad un rifiuto amoroso. “Arzira mi maritai” è una suonata per ballo a cui alla lira si aggiunge lo scacciapensieri (‘a trumba d’i zingari). Si tratta di un canto a dispetto nello stile di Domenico Tropea. “Sonata d’i cumpari” comincia con l’enunciazione di due endecasillabi a testimonianza degli intimi rapporti tra i suonatori, segue una pastorale e poi un canto nello stile della “carrettera”, ad accompagnare il canto il tamburello e la zampogna a paru (cioè con canne di canto uguali).
Accogliamo questo lavoro con interesse ed entusiasmo poiché la divulgazione dei lavori di ricerca originale e pura sono sempre meno frequenti, se non relegati al solo ambito accademico. Eppure sono la linfa vitale per i successivi passi di rivisitazione ed elaborazione; quello che ne viene fuori e un autentico quadro etnomusicale, centrico ma anche rappresentativo di molta musica calabrese.
Francesco Stumpo
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