Hubert Dorigatti feat. The Blues Harp Masters – Poor Boy (Appaloosa Records/I.R.D., 2025)

Album diretto e profondo, “Poor Boy” riporta Hubert Dorigatti nello spazio dove tutto o buona parte è iniziato: il blues acustico, la chitarra sotto e dentro la voce, pochi altri suoni ma necessari. Accanto al suo nome in copertina Dorigatti riporta “feat. The Blues Harp Masters”, indicandoci una sfumatura non da poco, che anzi connota l’album con il suono delle armoniche che, insieme alla chitarra e alla voce del musicista sudtirolese, percorrono una traiettoria che va dritta al cuore del blues. La traiettoria sembra essere orientata, insieme al suono ruvido di tutto l’album (poi diremo degli altri elementi), anche dalla scrittura di Dorigatti, che ha i connotati precisi della scrittura chitarristica, quella cioè che si intreccia con le corde dello strumento basilare del blues e che, dentro a mille sfumature, si avvolge al viaggio polveroso delle canzoni. Se negli album precedenti sono state percorse strade differenti, affiancando il ritmo del passo del chitarrista ai riflessi elettrici e rock del blues (ci riferiamo a “Stop” e “The Nashville sessions”), qui viene tutto ricondotto a due elementi primari: come si diceva prima, la chitarra (certo la voce e la scrittura) e l’armonica, come a voler trafiggere ogni passaggio melodico con il suono atavico di un blues non tanto originale o ricercato o connesso necessariamente alle sue origini, ma riportato alla sua forza narrativa. Riportato alla narrazione del ritmo e del timbro, alla percussione primigenia che determina il suo andamento zoppicante ma incessante, ipnotico: il polpastrello che percuote la corda e il fiato che insuffla la membrana, come il suono del passo e il soffio del vento sul bordo di una foglia. I masters dell’armonica qui non potrebbero far meglio il loro lavoro. Nessuno potrebbe dubitarne (dati i nomi: Fabrizio Poggi in “Boogie mama” e “ Mountain life”, Christian Deimbacher in “Long way back home”, Greg Zalp in “The ocean” dei Led Zeppelin, Jason Ricci in “Lone wolf”, Mickael Mazaleyrat in “Set me free”, Roly Platt in “Cold cold heart” e Charlie Musselwhite in “Poor boy”) ma, a nostro modo di vedere, il risultato si assicura con la coerenza tra tutti gli agenti chiamati a confluire e che, nel caso specifico delle armoniche, abbracciano i brani con voci straordinarie, ampliando quanto più possibile l’orizzonte ed esaudendo i desideri di ogni appassionato di melodia fluida e originale. Una coerenza che sta dentro la scrittura di Dorigatti, aperta e lucida, permeabile e profonda, morbida e ricca di suspense. Questo perfetto equilibrio tra suono, scrittura e visione si rende ancora più evidente nell’interazione che l’autore stabilisce con gli altri musicisti, i quali determinano la cornice solida entro cui vengono distribuiti i colori dei nove brani che compongo questo splendido “Poor boy”. Lo abbiamo letto in qualche intervista in rete: il lavoro che ha portato alla definizione del profilo dell’album ha interessato il suono e il carattere degli strumenti presenti e, in generale, delle voci che si avvicendano a sostenerlo. Innanzitutto la batteria di Alex Höffken e il basso di Rich Messner, proseguendo con l’upright bass di Florian Hupfauf, il piano, l’hammond e il rhodes di Michele Bonivento, Nick Flade, Laura Willeit e Ingo Ramaser. Una nota a parte merita la presenza di Laura Willett. Ne percepiamo la voce a sostegno di Dorigatti già nel primo brano in scaletta “Cold cold heart”, attraverso interventi in filigrana che permeano il brano di un’atmosfera mistica e dolcemente rarefatta. Il brano in chiusura, “Cianore”, è invece intimo e straniante allo stesso tempo. Da un lato perché il suo impianto chitarristico – che nella progressione del brano si arricchisce di sovrapposizioni slide – è meno determinato dal blues rispetto agli otto che lo precedono. Dall’altro perché, nello stesso tempo in cui raccoglie il fluido ritmico dell’intero album in una chiusura più melodica, appare nella forma tradizionale di un canto intimo e popolare. 


Daniele Cestellini

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