L'etichetta Abeat Records si conferma un faro per il jazz italiano e internazionale, proponendo una serie di nuove uscite che esplorano un ventaglio sonoro ricco e sfaccettato, tracciando un percorso coerente ma sempre incline alla sorpresa. E’ un viaggio sonoro attraverso atmosfere e suggestioni differenti, un tracciato che esige un'analisi minuziosa e appassionata delle singole traiettorie artistiche, partendo dall'eleganza sussurrata di Francesca Leone e Guido Di Leone nel loro "Aquele Abraço". Il duo pugliese, forte di un sodalizio umano e musicale ormai consolidato attraverso anni di palcoscenici condivisi, si immerge nelle radici della bossa nova e del samba, traendo linfa vitale dalle intuizioni di maestri come Tom Jobim e Vinicius De Moraes, senza tralasciare omaggi trasversali a Cole Porter e Pino Daniele, il tutto filtrato attraverso un suono acustico, caldo e intimo, dove la chitarra di Di Leone e la voce della Leone si fondono in un unicum inscindibile, esaltato in tracce come la title track e arricchito dal tocco pianistico di Mario Rosini.
Spostandoci sulle coste liguri, incontriamo la chitarra di Luca Falomi con "Myricae", un'opera prima in cui il lungo percorso formativo dell'artista genovese, diviso tra il rigore degli studi classici e la profonda urgenza dell'improvvisazione, trova una sintesi perfetta; ispirato dalla poetica del fanciullino di Giovanni
Pascoli e dalle atmosfere bucoliche di Virgilio, Falomi costruisce un sound cangiante, alternando corde acustiche ed elettriche in un crossover che sfiora le musiche del mondo e l'avanguardia, avvalendosi di compagni di viaggio d'eccezione come Giovanni Ceccarelli e Marco Fadda per cesellare ogni singolo brano, restituendo la semplicità delle piccole cose quotidiane in forma di partitura densa.
La vocalità torna prepotentemente protagonista con Maria Nives Riggio e il suo "Where daffodils have their fun", frutto di una solida preparazione accademica che si scontra e si arricchisce nell'humus vitale della scena newyorkese, metropoli in cui l'album è stato interamente registrato; l'ispirazione qui attinge a piene mani dal Great American Songbook, declinato attraverso arrangiamenti swinganti, essenziali e rigorosi affidati a un quartetto ritmico formidabile che vede Richard Clements al piano e Ari Roland al contrabbasso, brillando in interpretazioni magistrali di standard come "East of the Sun" e nella vibrante narrazione concettuale della title track.
Rimanendo in bilico tra il rispetto della tradizione e la ricerca della modernità, il batterista e compositore barese Fabio Accardi guida i The Fresh Cats in "Youth", un disco che riflette in pieno il suo lungo apprendistato ritmico e la sua naturale vocazione di aggregatore della vivacissima scena pugliese;
l'ispirazione nasce direttamente dall'energia giovanile, tradotta in un suono propulsivo ma acusticamente puro, impreziosito dalle risonanze del vibrafono di Vitantonio Gasparro e dalle linee del sax di Vincenzo Di Gioia, dove ogni brano, a partire dall'omonima traccia d'apertura, diviene un terreno di felice scontro e incontro tra la solidità della scrittura di Accardi e l'estro vocale di Walter Celi.
Un esordio di assoluto e innegabile rilievo è quello del Mario Montella Trio con "Elsewhere", dove il pianista napoletano mette a frutto lunghi anni di studi classici e progressive deviazioni jazzistiche per approdare a un concept album profondamente influenzato dall'estetica nord-europea e dal pensiero armonico contemporaneo; il suono del trio rifugge categoricamente il virtuosismo fine a se stesso per esplorare in profondità il silenzio e lo spazio, supportato dal contrabbasso attento di Gianfranco Coppola e dalla batteria misurata di Giuseppe D'Alessandro, in un viaggio introspettivo che si dipana magnificamente attraverso le geometrie sospese di "Italy", i chiaroscuri malinconici di "Lunar" e le profondità oceaniche di "Blue Sea".
Sempre dalla Puglia arriva il grido d'allarme e di consapevolezza di Michele Perruggini con "Stay Human", quarto lavoro di un batterista e pensatore musicale che non smette mai di interrogarsi
criticamente sul presente; ispirato dalle visioni distopiche del capolavoro di George Orwell e dalla costante minaccia della disumanizzazione tecnologica e dell'intelligenza artificiale, l'album si avvale del tocco magistrale di Stefano Amerio al mixaggio per creare un'architettura sonora quasi da camera, tridimensionale e rigorosissima, in cui il pianoforte di Roberto Olzer e il contrabbasso di Yuri Goloubev ricamano trame struggenti e dilatate su tracce come "Through The Darkest Stars" e l'ipnotica "Hypnosis", quest'ultima magnificamente arricchita dalla fisarmonica ospite di Fausto Beccalossi.
La dimensione squisitamente cameristica si espande a dismisura, assumendo contorni orchestrali, nel progetto "Invisible Cities" del Luigi Martinale Quartet, dove il pianista, la cui carriera è da sempre costellata da una profonda e inesauribile ricerca colta, incontra le trame dell'Orchestra da Camera del Conservatorio Ghedini di Cuneo; l'ispirazione letteraria è dichiaratamente e meravigliosamente calviniana, tradotta in un suono audace che evita con cura la stucchevole fusione didascalica tra jazz e musica classica per cercare invece una dialettica tensiva, in cui i sassofoni di Stefano "Cocco" Cantini si muovono liberi e lirici tra i rigorosi fondali armonici degli archi, trasformando ogni singolo brano in una città immaginifica, evocata e mai banalmente descritta.
Ancora il pianoforte sugli scudi, ma con un taglio nettamente orientato al contemporary jazz, per "Elevation", il luminosissimo debutto da leader di Francesco Schepisi, classe 1990, che sintetizza anni di proficua sidemanship in una scrittura matura dove l'istinto dionisiaco dell'improvvisazione viene intelligentemente imbrigliato e sublimato da una ferrea logica apollinea; gli arrangiamenti profumano intensamente di paesaggi mediterranei e dinamiche urbane, esaltati da una tavolozza timbrica ricchissima e inusuale che include il violoncello di Giovanni Astorino, il flauto di Aldo Di Caterino e la straordinaria partecipazione del trombettista vincitore di Grammy Michael Rodriguez, rendendo brani complessi e stratificati come la title track dei veri e propri manifesti di estetica jazzistica moderna.
Un approccio strutturale radicalmente diverso è quello proposto dal batterista veneto Max Trabucco in "Convergence", il quale, forte di una padronanza percussiva ormai consolidata e riconosciuta a livello nazionale, decide coraggiosamente di privarsi di uno strumento armonico per guidare un quartetto formato da soli strumenti monodici; l'ispirazione compositiva guarda direttamente alla polifonia orizzontale e all'incontro tra il free jazz e l'impianto mainstream, strutturando un suono scarno eppure densissimo di avvenimenti, dove il contrabbasso di Federica
Michisanti dialoga in modo paritetico con il sax di Manuel Caliumi e il trombone di Federico Pierantoni, esplorando territori vergini in composizioni intricate come "The Key", nella tensione di "Evidology" e nel commosso, intelligentissimo omaggio a Max Roach celato tra le note di "Serendipity". L'arte difficile e nuda del duo trova la sua massima sublimazione in due lavori diametralmente opposti per genesi ma ugualmente affascinanti per resa estetica, a cominciare da "Dreams of Others" del chitarrista Lorenzo Cominoli e del pianista Roberto Olzer, due musicisti dal background sterminato che convergono in un intimismo assoluto e misurato; le ispirazioni spaziano dal songbook contemporaneo alla più radicata tradizione popolare, restituendo un suono cristallino ed essenziale che rilegge con grazia inaudita e rispetto "Energy Flow" di Ryuichi Sakamoto, "Elm" di Richie Beirach e "El noi de la mare" di Miguel Llobet, affiancandoli a originali struggenti, scritti di proprio pugno, come "Pulse" e "Ninna Nanna per Margherita".
Ancor più radicale e storicamente rilevante è l'operazione portata alla luce da Giovanni Falzone e Paolino Dalla Porta in "Minimal Duo", una preziosa registrazione del 2012 finalmente e meritoriamente sottratta agli archivi, dove la tromba e il contrabbasso, suonati con maestria da due dei massimi e più irrequieti innovatori della
scena europea contemporanea, si sfidano senza alcuna rete di protezione; privati di ogni orpello armonico e ritmico esterno, i due maestri esplorano un suono crudo, viscerale e totalmente estemporaneo, decostruendo il vocabolario del jazz, il tempo e lo spazio in miniature geniali come "Kairos 1", "Kairos 3", l'incalzante "Kappaottantasette" e la labirintica "Duplicity", in cui ogni singolo respiro o pausa diventa vera e propria struttura portante dell'architettura musicale.
Infine, merita un plauso incondizionato la sfida titanica della pianista, direttrice e arrangiatrice Eugenia Canale, che con il suo eccellente Rebus Quartet affronta in "Turandot" il complesso centenario pucciniano mettendo a frutto, con straordinario equilibrio, la sua doppia anima classica e jazzistica; ispirata dalla modernità visionaria, armonica e narrativa dell'ultima indimenticabile opera del maestro lucchese, la Canale costruisce arrangiamenti coraggiosi che fondono il linguaggio del be-bop, schegge di progressive e ampi spazi d'avanguardia, sfruttando al massimo le ance taglienti e scure di Achille Succi e la ritmica incalzante, mobilissima e creativa formata da Tito Mangialajo Rantzer e Roberto Paglieri per trasfigurare capolavori immortali del teatro lirico come "Popolo di Pekino!", le arie "Non piangere, Liù!" e "Nessun dorma!", dimostrando brillantemente come l'arte profonda dell'improvvisazione possa decodificare e rinnovare dall'interno l'invisibile trama della grande tradizione operistica italiana. Vorresti che preparassi una bozza di intervista strutturata per uno di questi eccezionali artisti, pronta per essere discussa nella prossima riunione di redazione? Puoi dare uno sguardo a questa live performance dell'Eugenia Canale Rebus Quartet per osservare direttamente in che modo la band destruttura e riassembla dal vivo le complesse partiture pucciniane.
Salvatore Esposito
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