Domenico Di Virgilio, Canti d’Abruzzo, Ianieri Edizioni 2025, pp. 100, euro 15,00

“Canti d’Abruzzo” è un volume estremamente ordinato e utile, organizzato seguendo l’obbiettivo di concentrare, in modo agile ma senza perdere in profondità, molte considerazioni sulle tradizioni orali abruzzesi. Il suo autore, Domenico Di Virgilio, è un attento studioso delle espressioni popolari di questa regione, come ci dimostrano alcune pubblicazioni che precedono il volume in questione: innanzitutto “Musiche tradizionali in Abruzzo. Le registrazioni di Giorgio Nataletti (1948-49)”, pubblicato nella collana AEM Archivi di etnomusicologia di Squilibri, “Nuovi canti della terra d’Abruzzo. I canti della tradizione popolare abruzzese attraverso nuove elaborazioni”, curato con Luigi Di Tullio, e “Musiche tradizionali in Abruzzo. Le registrazioni di Diego Carpitella in provincia di Chieti”. Nel caso di “Canti d’Abruzzo”, però, Di Virgilio impone alla propria scrittura un ritmo “divulgativo”, vale adire un andamento attraverso il quale il lettore ha modo sì di verificare la consistenza tipologica del repertorio in esame, ma senza la necessità di una conoscenza specialistica degli argomenti trattati indirettamente e direttamente. Insomma non siamo difronte a un compendio di etnomusicologia critica né a un manuale di storia delle musiche orali abruzzesi. Ma, attenzione, il volume ha ben altri intenti. E, proprio per questo, non vogliamo correre il rischio che la sua impostazione venga fraintesa. Soprattutto perché, già a una prima scorsa, si ha la netta impressione che la linearità della scrittura sia precisamente centrata con un progetto editoriale a dir poco equilibrato. E – ci permettiamo di sottolinearlo – già la corrispondenza tra questi due elementi non è una questione da poco: perché rivela conoscenza, cioè la capacità di maneggiare gli argomenti e, quindi, di rappresentarli secondo una visione precisa, chiara e ordinata. Inoltre, a questo livello di scrittura/lettura l’autore ne affianca un altro più articolato, attraverso note, link e rimandi costanti, che da un lato compongono un profilo ben più articolato dei contenuti e, dall’altro, richiamano la prospettiva etnografica e storica dell’etnomusicologia italiana. A questa nota di tonalità metodologica, va aggiunta, poi, una considerazione sul contenuto (di carattere più scientifico, se possiamo permetterci): dentro l’intento dell’autore vi è una scelta tassonomica, che individua in forma esplicita nei canti di tradizione orale prodotti dentro la società contadina l’oggetto primario della trattazione. Una scelta che fa chiarezza sull’impostazione implicitamente scientifica dell’analisi, entro la quale ai repertori folcloristici – quella “imitazione ragionata dell’originale folclorico di tradizione orale” – è dedicato soltanto uno spazio in appendice. La parte centrale del volume, quella dedicata ai canti, racchiude in modo chiaro la struttura organica del volume. Scorrendola si entra in contatto innanzitutto con l’eterogeneità del repertorio e, in particolare, con le connessioni di questo con il tessuto sociale e culturale entro il quale sono stati generati. Ci dice l’autore che i canti “si presentano in varie modalità esecutive: ci sono canti a voce sola (es. le ninne nanne), quelli a due o più voci, quelli con accompagnamento di uno strumento”. Vi sono, entro il rimando a queste tipologie, considerazioni etnomusicologiche fondamentali, che riconducono i repertori anche a macro-aree più estese (che travalicano i confini regionali), a partire dalle quali si accede ai documenti sonori (tramite qr code), alcuni dei quali inediti. Si illustra, così, il repertorio: canti di lavoro, canti devozionali, canti confraternali, di questua, canti legati al ciclo della vita, canti pastorali legati alla transumanza, il repertorio strumentale del ballo e della festa – con riferimenti alla zampogna zoppa. Concludono il volume una nota sul repertorio connesso alla settimana santa della comunità arbëresh di Villa Badessa e, come prima accennato, sul repertorio d’autore. A proposito del quale, l’autore specifica: “da fine ‘800 in poi abbiamo avuto sostanzialmente due tradizioni parallele: una reale e una immaginaria. E fino alla fine degli anni ’50, quando una delle due lentamente sparisce, vanno avanti ognuna per proprio conto, conoscendosi a vicenda ma solo raramente interagendo, e con un bacino di utenza che spesso si sovrappone”. Come sempre, il quadro è complesso e va approfondito. 

Daniele Cestellini

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