Italian Instabile Orchestra – Plays Ellington (Felmay, 2025)

C’è un’immagine che Pino Minafra, anima e motore dell’Italian Instabile Orchestra, usa spesso per definire questa compagine nata tra le scintille del festival di Noci nel 1990: quella del "noi" che vince sull' "io". Un concetto non banale quando si parla di riunire diciassette tra i più grandi e irrequieti solisti del jazz di ricerca italiano, in un unico organismo sonoro. Un'esperienza alchemica e irripetibile che ha saputo rivendicare con orgoglio l'identità europea e italiana nel mondo del jazz. Il termine "Instabile" non è un vezzo, ma una postura filosofica, come racconta Minafra: “In contrapposizione a certe logiche restrittive del jazz, scegliemmo il termine "Instabile" perché la vita e l'universo lo sono; come dice la fisica quantistica, tutto si muove e non c'è un punto fermo. Mi svegliai una mattina con diciassette nomi in testa. Non cercavo strumentisti "coi muscoli" che spaccassero tutto, ma persone con un pensiero largo e libero per creare un suono italiano. Il jazz nasce dall'incontro tra la cultura degli schiavi africani in America e quella europea, ma io volevo sottolineare la nostra condizione culturale italiana, che ha fatto scuola nel mondo e non è seconda a nessuno. È stata un'impresa ardua: gestire diciassette leader per venticinque anni, unendo chi ama la precisione a chi ama la trasgressione, è quasi impossibile. Ma lì dentro nasceva un'alchimia geniale e irriproducibile, che ha dato origine forse alla più importante orchestra della storia del jazz italiano e una delle più importanti in Europa. Incontrammo Cecil Taylor a Ruvo, Anthony Braxton a Bolzano. Perdemmo l'opportunità di collaborare con Carla Bley e quella con Ornette Coleman che ci vide a Parigi alla Cité de la Musique e ne fu entusiasta, tant’è che scrisse le note di copertina del nostro “Skies of Europe”, come risposta al suo “Skies of America”. Michel Portal, ascoltandoci, disse che una cosa del genere in Francia sarebbe durata il tempo di un caffè, per via della competizione e dei personalismi. Noi, con tutte le nostre instabilità, abbiamo fatto la storia”. Oggi, a distanza di anni da quel "momento ruggente" che ha segnato il jazz europeo a cavallo tra i due millenni, la Felmay pubblica un documento prezioso: “Plays Ellington” che cristallizza il concerto tenuto il 10 dicembre 2013 alla Casa da Música di Porto. Si tratta di un capitolo a sé stante della discografia dell’Instabile per un motivo preciso: per la prima volta l'orchestra abbandona il repertorio autoprodotto per misurarsi con una delle figure più luminose della storia del jazz: Duke Ellington. Ma attenzione, non aspettatevi un tributo riverenziale. Come ricorda Minafra: “Questa operazione è frutto del lavoro di Giancarlo Schiaffini, un grandissimo artista, trombonista e ricercatore. Ha affrontato un gigante come Ellington adattandolo alle potenzialità espressive e atipiche dell'Instabile, senza scimmiottarne il suono originale. È stato un lavoro particolare, perché noi siamo abituati a suonare perlopiù composizioni originali nostre”. Questa ratio anarchica ma rigorosa ha permesso all'Instabile di trattare Ellington non come un monumento da contemplare, ma come un telaio da smontare. Schiaffini, arrangiatore e regista dell'operazione, lavora per frizioni e sovrapposizioni. Sotto la sua direzione, le partiture ellingtoniane diventano "rizomatiche", perdono la verticalità gerarchica per farsi contrappunto collettivo. Ogni voce strumentista alla costruzione modulare: dal sax colonna portante di Daniele Cavallanti al lirismo critico di Roberto Ottaviano, dal baritono intenso di Carlo Actis Dato alle traiettorie visionarie del corno francese di Martin Mayes, fino al drumming inconfondibile di Tiziano Tononi e al violino materico di Emanuele Parrini. E naturalmente la tromba dello stesso Minafra, che si approccia allo strumento con la "trasversalità del dubbio". L'ascolto di Plays Ellington è, dunque, un'esperienza di riscrittura continua. L'album si apre con "Come Sunday", una soglia timbrica di estrema delicatezza. L'ensemble emerge con una "lenta necessità", dilatando il tempo attraverso una pulsazione interna che privilegia la sospensione rispetto all'avanzamento. È un preludio spirituale dove la melodia si rivela gradualmente, quasi fosse un oggetto smarrito da ritrovare. Si prosegue con "Perdido", la traiettoria devia bruscamente. Schiaffini traccia linee oblique che spezzano la scansione ritmica tradizionale, generando un groove che distribuisce divergenze timbriche invece di certezze. Il tema si deforma, procedendo per urti e rilanci politematici, in un’intelaiatura ramificata che risucchia l'ascoltatore in un vortice di attriti. "Cotton Tail" alza la temperatura. Il flusso motivico è trascinato da una "corrente instabile" che moltiplica le deviazioni. L'ensemble procede con urgenza, scavando nella materia sonora e frammentando il tempo in cellule impazzite che si rincorrono, cercando una correlazione difficile ma vitale fra le parti. Uno spaccato riflessivo si apre con la superba versione di "Mood Indigo". Qui il tempo è sospeso, solcato da un’aura di rarefazione che si insinua negli anfratti della memoria. La struttura si articola per zone, lasciandosi attraversare da linee divergenti che dispensano tensione quasi all'infinito, sublimando l'impianto armonico originale in un'atmosfera di malinconia profondissima. Il cuore pulsante del disco è però "The Duke Of Medley", una suite di quasi dieci minuti firmata da Schiaffini. È una vera riforma della forma: l’organico disarciona ogni limite armonico, agglutinando frammenti ellingtoniani che si autogenerano per proliferazione. Il tempo è abitato come uno spazio mobile, elastico, dove ogni pepita del Duca viene rielaborata attraverso innesti e deviazioni audaci. In "Do Nothing 'Till You Hear From Me", l’orchestra sembra muoversi in un canto limaccioso, un rito apotropaico che emerge da un fiume sotterraneo. Il ritmo si intensifica dilatandosi, mentre le differenti sensibilità timbriche dei solisti cercano una via di fuga collettiva. "Sophisticated Lady" si sedimenta come una forma multitasking, una trama vischiosa e affascinante che mira a intrappolare il fruitore in un organismo che vive di contrasti. Infine, la chiusura è affidata alla metamorfosi di "Take The A Train". Il celebre tema subisce una traslazione totale; i ritmi si moltiplicano e s'increspano, trasformando il "treno" in una sagoma sonora gigantesca che chiude il disco in modo esplosivo e non convenzionale. L'Instabile è sempre stata una palestra di democrazia radicale, del resto Minafra ricorda spesso l'episodio con Giorgio Gaslini per spiegare il codice interno: “Per la nostra prima trasferta in Francia, non lo invitai subito. Quando mi chiese perché, fui chiaro: "Giorgio, ci sono due motivi. Primo, se entri, devi suonare i brani di tutti. Secondo, i soldi sono uguali per tutti". Lui accettò, rinunciando ai suoi cachet milionari perché intuì la portata dell’orchestra”. Sebbene il concerto di Porto sia stato per lungo tempo considerato l'ultimo atto prima del silenzio, la recente reunion del 2024 alla Casa del Jazz di Roma e la prossima tappa al Torino Jazz Festival riaccendono le speranze, come afferma Minafra: “Dopo dodici anni, grazie a Paolo Damiani, siamo riusciti a ritrovarci quasi tutti. Lì è rinata l'emozione e il piacere di suonare insieme. Rimettere insieme diciassette personalità fortissime, che non sono semplici "orchestrali" chiamati a fare una marchetta, ma artisti con un proprio pensiero e stile, non è banale. Ho cercato in tutti i modi di portare l'Instabile anche a Ruvo per presentare il nostro nuovo lavoro dedicato a Duke Ellington, mettendoci soldi miei e organizzando tutto, ma le ansie e le responsabilità stavano diventando devastanti. Per fortuna è arrivato l'invito dal Torino Jazz Festival dove presenteremo anche un grande lavoro di Luigi Taccone, un documentario con interviste a tutti noi "instabili", che racconta questa storia incredibile nata nel Sud, col mitico festival di Noci”. “Plays Ellington” è la prova che la musica può essere un esercizio critico costante. È il documento di una delle esperienze artistiche più innovative e rivoluzionarie espresse dalla scena jazz italiana. Un disco esemplare per comprendere come il jazz possa essere declinato al futuro tra sperimentazione, libertà espressiva e avanguardia. 


Salvatore Esposito

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