Nel 2026 sono stato invitato a entrare a far parte del Silkroad Ensemble, il collettivo internazionale diretto da Rhiannon Giddens, come musicista (tamburi a cornice, violino e voce) e autore di nuovi arrangiamenti e composizioni. Dopo un primo workshop e concerto in anteprima a New York, nel gennaio 2026, il progetto prenderà forma in un tour nordamericano nel marzo 2026, con nove concerti, workshop e attività di community outreach in diverse città degli Stati Uniti, nell’ambito del nuovo programma Sanctuary: The Power of Resonance and Ritual. Il tour proseguirà nei mesi successivi anche in Europa.
Ci sono progetti musicali che nascono attorno a un repertorio, altri attorno a una geografia, altri ancora attorno a una visione estetica precisa. Il Silkroad Ensemble appartiene a una categoria diversa: è un organismo che nasce attorno a un’idea. Un’idea semplice e radicale insieme: che la musica possa essere uno spazio reale di incontro tra culture, non come gesto simbolico, ma come pratica quotidiana, concreta, viva.
Fondato nel 1998 da Yo-Yo Ma, Silkroad non è mai stato un ensemble nel senso tradizionale del termine. Non esiste una formazione fissa, né un repertorio stabile. Esiste piuttosto una comunità di musicisti provenienti da tradizioni diverse, scelti non solo per la loro eccellenza tecnica, ma per la loro capacità di abitare un confine: quello tra radicamento e trasformazione. Ogni musicista porta con sé una lingua, un suono, una memoria. Ciò che conta davvero è la disponibilità a mettere quella lingua in relazione con le altre, senza gerarchie.
Da alcuni anni il progetto è guidato da Rhiannon Giddens, una delle figure più autorevoli e profonde della scena musicale contemporanea. La sua presenza imprime al lavoro una direzione molto chiara: non si tratta di costruire una sintesi artificiale tra tradizioni, ma di creare le condizioni perché ogni tradizione possa dialogare e, allo stesso tempo, trasformarsi nell’incontro con le altre. Rhiannon ha una qualità rara: una leadership naturale che non si impone, ma che orienta il senso del lavoro, sia musicalmente che umanamente.
Entrare in questo contesto significa trovarsi immediatamente in una dimensione in cui l’identità musicale non è qualcosa da difendere, ma qualcosa da offrire. La pizzica, i tamburi a cornice, il violino che porto con me non sono più soltanto strumenti di una tradizione locale, ma diventano elementi di una conversazione più ampia, in cui ogni suono viene ascoltato per ciò che è e per ciò che può diventare.
È in questo spazio che ha preso forma la mia partecipazione al nuovo programma del Silkroad Ensemble, Sanctuary: The Power of Resonance and Ritual. Prima ancora della musica, ciò che mi colpisce è la qualità dell’ascolto. Un ascolto reale, profondo, in cui ogni gesto musicale è allo stesso tempo personale e collettivo. È forse questa la vera natura di Silkroad: non un ensemble, ma un luogo, un cerchio. Un cerchio in cui la musica torna a essere ciò che è sempre stata: una forma di relazione.
Sanctuary: The Power of Resonance and Ritual
Musica come rifugio e resistenza
La parola sanctuary significa rifugio, ma anche spazio protetto, luogo in cui è ancora possibile fermarsi, ascoltare, ricostruire un senso di comunità.
Lavorare a questo progetto negli Stati Uniti, oggi, ha un significato particolare. Questo è un Paese attraversato da tensioni profonde e sempre più aspre, in cui il discorso pubblico è dominato dalla paura, dalla chiusura, dall’idea che l’identità sia qualcosa da difendere contro qualcun altro.
La tendenza non è troppo diversa anche in Italia, e nel resto del mondo: la crescita dei nazionalismi, le guerre in corso e le politiche anti immigrazione contribuiscono a creare un clima in cui la separazione sembra diventare la condizione naturale delle cose.
In questo contesto, trovarsi ogni giorno in una stanza con musicisti provenienti da Marocco, India, Giappone, Armenia, Scozia, Congo, Italia, Stati Uniti, diventa qualcosa di molto concreto. Ognuno porta con sé la propria storia, il proprio suono, il proprio modo di stare nella musica. E ciò che accade non è la fusione di queste identità, ma la loro convivenza.
La taranta, la musica Gnawa, la tradizione classica indiana, le musiche popolari americane: tutte queste pratiche nascono come strumenti per attraversare momenti di crisi, per ricostruire un equilibrio individuale e collettivo. Sanctuary parte da qui. Dall’idea che la musica possa ancora essere uno spazio in cui è possibile incontrarsi senza doversi nascondere, senza doversi proteggere.
Accade qualcosa di semplice e reale: persone che provengono da parti diverse del mondo respirano insieme, ascoltano insieme, costruiscono qualcosa che non esisteva prima. In un tempo che sembra spingere verso la divisione, questo gesto elementare acquista un peso diverso. Diventa, nel suo piccolo, una forma di resistenza.
Entrare nella stanza
Le prime prove sono sempre un momento delicato. Ho partecipato a un primo workshop in Irlanda lo scorso dicembre, con una formazione ridotta (io, Rhiannon, Mazz, Francesco e Niwel) e a un secondo incontro con l’ensemble al completo a gennaio, seguito dal primo stupendo concerto a New York il 10 gennaio 2026, per il Winter Jazz Fest. Non esiste ancora un linguaggio comune: ci si osserva, si suona, si prova. Quello che colpisce subito è il livello musicale e umano delle persone coinvolte. Sono pazzeschi. Non si tratta solo di grandi strumentisti, ma di musicisti che hanno sviluppato una relazione profonda con la propria musica, e che allo stesso tempo hanno imparato a metterla in discussione, a renderla malleabile.
Il contrabbassista hawaiano Shawn Conley, per esempio, ha una naturalezza impressionante nel passare dall’arco al pizzicato, da un approccio lirico e cantabile a una grande agilità ritmica, usando lo strumento con una libertà che a tratti ricorda quella di un violoncello.
Accanto a lui, la scozzese Maeve Gilchrist all’arpa celtica. Oltre a una padronanza assoluta dello strumento in tutto ciò che normalmente ci si aspetta dall’arpa — il suono limpido, aereo, quasi celestiale — possiede un senso ritmico e armonico fuori dal comune, e una curiosità musicale che la porta a fare scelte sempre vive, con un approccio aperto e mai scontato.
Karen Ouzounian, armena, rappresenta ciò che di più alto ci si può aspettare dalla tradizione
classica del violoncello, ma con qualcosa in più: una forte voce personale, una grande sensibilità compositiva e una capacità di improvvisazione profondamente lirica.
Con Francesco Turrisi, italiano come me, ci conosciamo da anni, ma ogni volta resto colpito dalla sua capacità di muoversi tra strumenti diversissimi (fisarmonica, pianoforte, tamburi a cornice, strumenti a corda) con una naturalezza disarmante. La sua musicalità non è legata allo strumento, ma a una visione totale del suono e della forma.
Niwel Tsumbu, congolese, è semplicemente uno dei chitarristi migliori che abbia mai incontrato. La sua universalità con la chitarra va oltre lo strumento stesso: unisce la conoscenza profonda delle musiche africane a un naturale talento ritmico, una grande consapevolezza armonica e una straordinaria libertà improvvisativa.
Kaoru Watanabe incarna in modo esemplare la possibilità di scegliere la propria tradizione, e quindi la propria identità. Giapponese e americano, si muove tra linguaggi diversi con un equilibrio raro tra rispetto, studio e libertà espressiva. Il suo modo di suonare non è mai una riproduzione del passato, ma una sua continuazione viva.
Con Mehdi Nassouli, al guembri e alla voce, sento una vicinanza particolare. Come me con la pizzica, lui appartiene profondamente a un mondo musicale preciso, quello della tradizione Gnawa marocchina. Allo stesso tempo, la sua esperienza gli ha permesso di sviluppare una straordinaria capacità di dialogare con altri linguaggi, senza mai perdere il centro del proprio suono.
Il lavoro di Sandeep Das alla tabla è un punto di riferimento costante. È letteralmente un guru della musica indiana, ma allo stesso tempo rende ogni relazione facile, naturale, sia umanamente che musicalmente.
Haruka Fujii, tra marimba e percussioni, porta una qualità di ascolto e di precisione straordinaria. Il suo virtuosismo non è mai esibito, ma sempre al servizio della musica, contribuendo in modo decisivo alla coesione dell’ensemble.
Mazz Swift, statunitense, è una figura musicale di grande forza e libertà. Il suo violino e la sua voce attraversano generi e linguaggi con naturalezza, muovendosi tra tradizione e invenzione con una sicurezza rara.
E poi c’è Rhiannon. È difficile trovare una parola sola per descrivere la sua presenza. È una musicista completa, capace di cantare, suonare, comporre, dirigere, parlare. Ma soprattutto ha una chiarezza di visione che tiene insieme tutto questo. La sua leadership non passa attraverso il controllo, ma attraverso l’ascolto. Riesce a creare uno spazio in cui ogni musicista può esprimersi pienamente, e contribuire a qualcosa di più grande.
Common Ground
Common Ground è la pizzica che ho scritto per il Silkroad Ensemble. Uso la parola “scritto” con cautela, perché il brano esiste davvero solo attraverso il contributo creativo di ogni musicista coinvolto. Io ho posto le basi: il ritmo, il groove, la struttura e l’architettura complessiva. Ma ciò che lo rende vivo è il modo in cui ognuno lo abita.
L’idea è nata durante il primo workshop in Irlanda. Stavamo ancora cercando un terreno comune, un modo di stare insieme musicalmente senza rinunciare alle nostre identità. È stato naturale per me portare il ritmo della pizzica: il mio rifugio familiare ed elettivo, il mio Sanctuary.
Tornato a casa, ho sviluppato quella intuizione, lavorando su una struttura che mantenesse il centro ritmico e fisico della tradizione, ma che fosse sufficientemente aperta da permettere a ogni musicista di trovare il proprio posto. Abbiamo provato il brano nel workshop americano, e lo abbiamo suonato per la prima volta dal vivo a New York, pochi giorni dopo, al Winter Jazz Fest.
È stato stupendo vedere come ognuno riuscisse a esprimere se stesso all’interno di quel ritmo. Nessuno cercava di imitare qualcosa che non gli apparteneva. Al contrario, ognuno abitava il brano con la propria voce, unica e libera di coesistere accanto alle altre.
In quel momento ho capito che il brano aveva trovato il suo senso. Non era più solo la pizzica che avevo scritto, ma uno spazio condiviso. Un Common Ground steso sotto i nostri piedi.
Esperienze come questa ti cambiano in modo sottile, ma permanente. L’energia che trasmettono, l’entusiasmo, la fiducia nel futuro, rimangono.
Qualche anno fa ero ad Adelaide per suonare al WOMAD con Justin Adams, e la sera prima ebbi la fortuna di assistere a un concerto di Billy Bragg. A un certo punto disse una frase che mi è rimasta impressa: «È vero, la musica non ha di per sé il potere di cambiare il mondo… ma ha il potere di farci credere che il mondo possa essere cambiato».
Mauro Durante

