Nata a Salvador de Bahia e radicata a Bologna, Nilza Costa ci presenta questo splendido “Cantigas”, album mistico e allo stesso tempo pieno di ritmo e diretto, compatto. Album che conferma la propensione di Nilza a una sperimentazione molto chiara, che abbraccia musiche tradizionali di radice afro-brasiliana e suoni contemporanei. Questi ultimi sono ben leggibili già nella lista dei musicisti (e degli strumenti) che compongono le undici tracce dell’album. Musicisti e strumenti con i quali ha confermato una collaborazione ormai pluriennale: Daniele Santimone alle chitarre e basso, Roberto Rossi alle percussioni e batteria, Maurizio Piancastelli all’elettronica e alla tromba. Le radici afro-brasiliane stanno lì nel nome e nelle origini della Costa – e stanno qui in “Cantigas”, che si compone di visioni-preghiere-invocazioni legate agli Orisha, le divinità yoruba a cui sono incardinate le tradizioni del Condomblé e della Santeria. Da questa premessa appare evidente che lo stile dell’album palpita tra l’atmosfera mistico-religiosa che si riflette nella mitologia della diaspora africana e la volontà di ricondurre quel linguaggio stratificato e centrifugo alle sonorità decomposte ma assorbenti della musica contemporanea. Questo palpitare di ogni suono, però, non appare – né al primo ascolto né a uno studio più analitico – teso tra poli che potrebbero immaginarsi lontani, o tra distanze che potrebbero immaginarsi polarizzate. In un certo senso – e questo lo pensiamo e lo diciamo noi – ci sembra che il lavoro di Nilza si concentri (senza sforzi apparenti) in un’azione di verifica delle compatibilità e, soprattutto, in un’organizzazione armonica di elementi che riflettono, nella loro essenza e nella loro estetica, significati assai diversi. Se da un lato abbiamo, infatti, la morbidezza ruvida della struttura delle cantigas – i canti sacri tramandati oralmente e cantati qui in lingua yoruba, kimbundu e portoghese (di nuovo commistioni: tensioni sincretiche intrecciate, in verticale e in orizzontale, al reticolo infinito della storia) – dall’altro lato abbiamo una struttura permeabile data dai suoni basici delle corde, dei fiati, delle percussioni e (in fondo anche) dell’elettronica. Questo insieme ci suggerisce proprio l’idea di uno spazio aperto all’accoglienza – nel senso antiretorico dell’integrazione, cioè della compenetrazione degli elementi significanti delle lingue, dei dialoghi, delle musiche e dei suoni. Non accoglie solo il trio italiano dei musicisti, così come non accoglie e media soltanto Nilza Costa, che porta le voci e le narrative principali. Gli agenti veri della compenetrazione sono gli elementi musicali, la visione complessiva che ha espresso questa straordinaria selezione di brani. Una visione e un insieme di condizioni riformulati a partire dalle basi e, per questo, rafforzati dentro strutture nuove, necessariamente multiformi: formate nell’energia dell’efficacia – sia simbolica (la simbologia nuova assunta da espressioni inevitabilmente aggrappate al peso della storia) sia estetica. Con questo vogliamo sottolineare che l’album prende le mosse da un programma molto complesso, fissato inevitabilmente nel canto: ogni brano rappresenta un Orisha e definisce, per questo, una mistica musicale che trattiene significati sovrapposti e indelebili, oltre ogni rappresentazione: guerra, migrazione, spiritualità, morte, vita, fluidità, trasformazione. E, allo stesso tempo, rappresenta una pausa del pensiero, cioè una metamorfosi, l’invocazione di quella attendibilità cui solo la musica può dare un profilo comprensibile.
Daniele Cestellini
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