Con il suo fiuto di insigne musicologo Massimo Mila colse subito la novità della proposta e scrisse su L’Unità l’articolo “L’antisanremo. La canzone scenderà in terra”.
Si riferiva ai Cantacronache, collettivo torinese di musicisti, letterati e poeti a cui si deve la nascita del cantautorato italiano. Le canzonette di Sanremo a loro non andavano proprio giù.
“Con Sergio (Liberovici), musicista, Michele (Straniero) giornalista, Giorgio (De Maria) professore di lettere e Fausto (Amodei), architetto, cominciammo a scrivere canzoni con l’obbiettivo di cantare la quotidianità, combattere la canzone “gastronomica” di Sanremo e il e il pesante conformismo democristiano. Cioè cantare gli amori poveri, le storie di ogni giorno, le lotte per una vita migliore, le speranze di riscatto, come aveva fatto la canzone francese con Brassens, Prevert, Vian e quella tedesca di Brecht, di Weill e di Eisler”.
A parlare, nel documentario “Nel blu dipinto di rosso” di Stefano di Polito, è Emilio Jona, classe 1927, avvocato, etnomusicologo, poeta e scrittore, animatore, allora, dei Cantacronache, collettivo torinese di musicisti, letterati e poeti. Il loro “manifesto” non lasciava spazio a dubbi o ambiguità: «Ciò che ci proponiamo, al di là della polemica e della rottura è di “evadere dall’evasione”, ritornando a cantare storie, accadimenti, favole che riguardino la gente nella sua realtà terrena e quotidiana, con le sue vicende sentimentali (serie più che sdolcinate, comuni più che straordinarie) con le sue lotte, le aspirazioni che la guidano e le ingiustizie che la opprimono, con le cose insomma che la aiutano a vivere ad a morire … Non ci rivolgiamo agli ascoltatori come a un mercato da conquistare Né favoriamo la loro pigrizia e le loro stanchezze, né intorpidiamo i loro cervelli, ma bensì parliamo a loro come a degli uomini impegnandone le facoltà critiche e l’interesse rifiutando di deformare ed avvilire il nostro / loro vivere ma tentando di cantarlo nella sua molteplicità come oggi si manifesta».
I Cantacronache pubblicarono dischi e riviste teoriche per proporre una “canzone neorealista” tra il 1958 e il 1962. Nel loro repertorio possiamo incontrare le bellissime canzoni scritte da Italo Calvino: “Dove vola l’avvoltoio?”, “Canzone triste”, “Oltre il ponte” e il loro testo più famoso ed emblematico “Per i morti di Reggio Emilia”, scritto l’indomani della strage del 7 luglio 1960 da Amodei, che ebbe larga diffusione, allora, in ogni meeting popolare della sinistra.
A quel singolare gruppo di animatori musicali e culturali che si contrapponeva al trionfo della musica festivaliera, proponendo una riflessione politicamente un po’ più seria e approfondita sull’impegno che attendeva la neonata democrazia contribuirono anche Franco Fortini e Umberto Eco, che si dice fosse stonatissimo.
Se guardiamo al concerto di esordio dei Cantacronache, possiamo incontrare tanta attualità.
In scaletta, dopo la canzone pacifista di De Maria contro la guerra foriera solo di morte, ecco “Patria famiglia” i cui versi recitano sarcasticamente così: “Fratelli d’Italia / tiriamo a campare! / Governo ed altare / si curan di te.../ Fratelli d’Italia / ciascuno per sé :/ una piccola casa, / una piccola moglie, / un piccolo lavoro, / una speranza piccola così; / una messa piccola la domenica, / e iddio per tutti”. Un invito ad accettare la vita com’è fatta, accontentandosi di piccole soddisfazioni (inclusa una piccola Fiat). Senza ribellioni o
rivendicazioni di sorta.
Nel documentario Emilio Jona, voce narrante e filo conduttore, sottolineando l’attualità del testo, non si trattiene dal fare riferimento ai Fratelli d’Italia di oggi e al loro “Dio patria, famiglia e proprietà” che il Presidente Meloni proclama convintamente in ogni occasione.
Aiuta a meglio comprendere le basi su cui si mosse l’impegno dei Cantacronache una dei brani di esordio, “Canzone dei fiori e del silenzio”: “Ci dicono cantate dei boschi e dei fiori / e gli amori felici/della gente lietamente / con filo di ferro /le palpebre cucite/ e di soffice ovatta / le orecchie riempite". Il ritornello: “E se la ruota gira lasciatela girare / se l’uomo s’addormenta lasciatelo dormire / se la terra scompare lasciatela scomparire / e se qualcuno muore lasciatelo morire”.
Era il tempo in cui veniva chiesto di essere svenevoli, amorosi, ritmici giullari dell’era industriale; di cantare cieli dorati, gonfiare le bolle di sapone; ma anche tacere perché il silenzio è d’oro sulla miseria e sul lavoro, tacere della vita vera, degli amori tristi e oscuri e anche dei fiori ….
Loro rifiutavano quel topos e il ritornello finale diventava, rovesciato: «non lasciate girare la ruota, non lasciare dormire l’uomo, fare riapparire la terra, non lasciate morire l’uomo».
L’impegno, non soltanto canterino, si sviluppò nella ricerca etnomusicale con un progetto capace di raccogliere una documentazione della canzone popolare e di lotta di straordinario valore e significato. Si va dalla condizione contadina delle mondine reclutate per lavorare nelle risaie del vercellese, alle rivendicazioni operaie spesso represse nel sangue; dai canti della Resistenza nostrana a quelli della lotta clandestina del movimento antifranchista spagnolo. Un’audace missione alla ricerca di testimoni i cui nomi erano scritti sulle scatole dei fiammiferi, pronti ad essere istantaneamente ridotti in fumo. Unica traccia, la cenere. Un’impresa da cui nacque il saggio curato da Liberovici e Straniero, per Einaudi, “I Canti della nuova resistenza spagnola”, che suscitò un putiferio di reazioni, da parte dei fascisti locali, della stampa di regime e del governo franchista, che pubblicò un violento libro bianco con l’accusa di falso, di vilipendio dello Stato e della religione cattolica. Il saggio fu sequestrato (sarà poi tradotto in molte lingue...), l’editore e gli autori condannati in primo grado per “pubblicazione oscena” e definitivamente scagionati in Cassazione.
Anche questa documentata oggi in un film “Un pueblo che canta non muere” che riconduce sulle tracce di quella coraggiosa incursione.
Tornando all’epopea dei Cantacronache, i vari capitoli del documentario che ne racconta le tappe fondamentali, insieme a Jona è narrata dal sodale Fausto Amodei la cui testimonianza è stata raccolta poco prima della scomparsa nel settembre scorso. Completano la ricostruzione gli interventi di Alberto Lovatto per la parte del canto delle risaie e la lotta per le otto ore lavorative e di Franco Castelli per i primi circoli operai.
La narrazione si
avvale ed è impreziosita dai documenti originali registrati all’epoca da Liberovici e Jona e conservati negli archivi del Creo (Centro Ricerca Etnomusica e Oralità).
Ripropongono e rivisitano pezzi dei brani di repertorio della storia dei Cantacronaca la coppia Flavio Giacchero, musicista ed etnomusicologo conservatore e ricercatore al Creo e Marzia Rey voce e violino, entrambi impegnati nella ricerca e nella nuova composizione della musica popolare in lingue minoritarie. Sono loro a rassicurarci sulla vitalità del canto spontaneo collettivo che resta importante nelle vallate alpine del Piemonte e sull’impegno del Creo nel documentarlo tra storia e futuro.
Le considerazioni di Emilio Jona e l’opportunità di conoscere quell’importante capitolo di storia dell’etnomusicologia italiana la offre, come detto, il documentario del regista Stefano Di Polito con “Nel blu dipinti di rosso” presentato nell’ultima edizione del Torino Filmfestival e che da allora ha preso il volo non solo facendo “sold out” nella sale torinesi, ma anche in quelle romane e del tour che sta viaggiando in tutta Italia, da Roma a Bologna, Milano.
Se capita dalle vostre parti, andatelo a vedere, ne vale la pena.
“A quasi 70 anni di distanza – sottolinea il regista – abbiamo inteso riproporre alla riflessione collettiva una storia esemplare perché ci si interroghi, su come rifuggire dalle distrazioni, denunciare le contraddizioni che ci rendono infelici e costruire il mondo che desideriamo con poesia, speranza e senso dell’umanità”.
Valter Giuliano
Foto di Flavio Giacchero
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