Album intimo, che guarda nel profondo e nella complessità del proprio viaggio, “Endeavours” ci presenta nove brani scritti ed eseguiti dal cantautore italoamericano Joseph Martone, che ci impernia a un suono schietto, sicuro, a una scrittura molto melodica e poetica. Con questo secondo album Martone si confronta con alcuni elementi importanti della tradizione cantautorale soprattutto americana. Innanzitutto la sua voce assume un ruolo di primo piano in ogni brano, sebbene il discorso musicale sia molto presente e ben costruito (“Endeavours”). Una voce piena e determinata, che piace al primo ascolto e che abbraccia la necessità del racconto, assumendo i profili elegiaci di un cantato necessario al contenuto, alle parole, alle immagini. Una voce che sì – vale forse la pena dirlo – richiama la profondità roca di Leonard Cohen e non solo di Nick Cave, come leggiamo nei comunicati di lancio dell’album (“Santi Marie”). Perché, sebbene la scaletta comprenda brani più spigolosi di altri (un po’ più acidi e rarefatti), l’impressione principale è quella di una poesia cantata: una poesia che nasce con tutte le sue curve morbide, che rimangono tutto sommato in evidenza anche nella declamazione labile di Martone (“Time is a healer”). Si può anche dire che questa declamazione insiste molto sul timbro della voce – come è giusto che sia – e che ha un bel da fare nel trovare la sua collocazione nello svolgimento musicale. Anzi negli svolgimenti musicali. Perché – e qui siamo al fulcro della nostra analisi – le musiche, sebbene ben definite sul piano stilistico, cambiano molto, nel corso dell’album, in termini di atmosfera, di assetto, di evocazione (“Bright morning doubt”). E la voce, invece, sta lì a puntellare il flusso, a confermarci che il racconto risuona in ogni sillaba, in ogni sibilo, avvolgendo la verità di una scoperta serena e significativa: si osserva e si assorbe, si raccoglie e si filtra, raccontiamo noi stessi lavorando i mezzi che meglio ci rappresentano. E, fuori da ogni dubbio, la voce di Joseph è il mezzo migliore per raccontare il suo viaggio: stabile, piena e piena di spazio, elastica, buia ma allo stesso tempo aperta e profonda. Posto questo, comprendiamo anche i moti che la musica genera nel movimento intorno alle parole, i modi in cui si sistema negli spazi che la voce genera (“True times”). Anche qui, nelle musiche, ritroviamo alcuni richiami precisi – non determinanti ma importanti, evidentemente, per la visione completa dell’autore. Da un lato potremmo citare, in una cornice blues-folk, la vicinanza al modo sonoro dei Calexico e, ancor prima o tramite quello, alle sonorità western: a onor del vero, lo abbiamo letto nelle note della stampa, ma non sembra così preminente. Dall’altro lato riconosciamo certamente un’andatura novellistica e, allo stesso tempo, scenografica, della scrittura musicale (“On the mend”). E questo ci riporta al centro della questione, che rimane la voce e il suo timbro stupendo, avvolgente, e il canto-racconto, che pervade in pieno lo svolgimento dei brani. La bellezza dell’album risiede nell’incastro di questi elementi e nella precisione con cui l’autore e i musicisti li hanno raccolti insieme (“Lying now”). Senza però sopprimerne nessuno, senza cioè assottigliare lo spazio necessario all’armonia dell’insieme (“Wounded love”). Sul piano del canto, intervengono, in quasi tutti i brani, le due voci limpide e perfette di Rebecca Noellei e Marianna D’Ama, che sostengono gli andamenti più corposi di Joseph. Sul piano musicale, lo scenario è più che articolato e ben orchestrato dalla produzione di Michael Dubue e Taylor Kirk: chitarra acustica, elettrica, baritona, mellotron (Taylor Kirk), basso e chitarra baritona (Francesco Giampaoli), piano, organo, synth, celeste, harpsichord, mellotron (Michael Dubue), batteria e percussioni (Fabio Rondanini).
Daniele Cestellini
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