Vent’anni fa Charo Bogarín esordiva discograficamente insieme a Diego Pérez come Tonolec, un duo con base nel Chaco e la passione per le musiche tradizionali che ha saputo mescolare beat elettronici con le musiche delle popolazioni originarie del Nordest argentino, in particolare Qom e Mbyá Guaraní. Con “La Charo”, nel 2017, ha intrapreso una carriera solista: nel 2019 ha offerto una rilettura del repertorio di Mercedes Sosa (“Legado”) e nel 2022, col produttore Lucio Mantel, ha realizzato "Formoseña", cui hanno partecipato anche Celso Duarte e il gruppo di cumbia La Delio Valdez. Ora ci consegna un album interamente dedicato alle cosmovisioni delle popolazioni originarie. Il primo brano, “Areté” , dà il titolo al nuovo album ed è il frutto dell’incontro anche con la comunità Kuetyvy in Paraguay. “Areté” significa in guaraní “Tempo Vero”, un invito al risveglio interiore e alla riconnessione con il sacro attraverso un percorso musicale che accosta ritmi techno a canti in sei diverse lingue: qom, guaraní (col coro dei bambini di Yryapu), aché guayaki, tehuelche, mapuche e selknam (con Carina Carriqueo), celebrando la natura, gli animali totemici e la guarigione. “Areté.” è il tempo del raccolto, rimanda a rituali sacri affini a quelli dedicati alla Pachamama nelle culture andine, espressione della gratitudine verso Madre Natura.
Il secondo brano, “Eikanoi” vede protagonista la cantante qom Ema Cuañeri del clan Qañiyi a Clorinda. Il titolo viene dal linguaggio sciamanico: è una parola che con la giusta ripetizione e intonazione viene utilizzata per curare, qui rivisitata in chiave elettronica. Il videoclip ufficiale del brano è impreziosito con immagini disegnate sulla sabbia da Alejandro Bustos.
Nell’album, c’è anche una seconda canzone di origine Qom, “Ialole” (Hijita mía), parola utilizzata dalle nonne nei loro canti per riferirsi alle figlie.
Il “Canto Tehuelche”, nel canzoniere sacro della comunità Tehuelche, è dedicato al cavallo bianco. Fu reso popolare negli anni Ottanta dalla cantante Aimé Painé, ispirata da una registrazione del 1967 di una versione di Liborea Crespo
“Primavera verde” si abbevera alla cosmovisione Areté e canta una spiritualità che intreccia sensibilità femminile, dimensione ancestrale e sonorità contemporanee.
Con “Araruna”, canto dei Parakanán, siamo improvvisamente trasportati nel Pará amazzonico, nel nord del Brasile, grazie al lavoro di ricerca e composizione della cantante Marlui Miranda. Il sesto brano, “Canto del Pewen” torna sullo straordinario lavoro dalla cantante mapuche Aimé Painé traendo dal suo repertorio un toccante canto sacro dedicato all’araucaria. Dal suo repertorio spicca anche un brano tradizionalmente dedicato alla volpe, “Canto del zorro”, una preghiera che unisce poesia, spiritualità e connessione con la natura accompagnato dal ritmo loncomeo, danza tradizionale del popolo Mapuche e Tehuelche in Patagonia. A chiudere l’album è una canzone dedicata ai bambini e alle bambine del popolo Selk’ nam, la ninna nanna “Canción de cuna selk´ nam”, composta da Carina Carriqueo che la interpreta insieme a La Charo.
Alessio Surian
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