Il violino è uno strumento amato sia da ascoltatori sia da musicisti che lo hanno scelto per trasmettere la propria idea di musica. Da secoli è il simbolo del repertorio comunemente definito “classico”, ma è presente anche nella musica moderna. La precisione necessaria per suonarlo e la sua eleganza lo rendono uno strumento di grande prestigio. Durante il ‘600 e il ‘700 si diceva che il violino, se suonato con determinata precisione e tecnica, fosse in grado di “imitare” una voce umana. Si potrebbe partire da questa caratteristica per parlare dell’album “Displaced Dreams” di Michalis Kouloumis.
Violinista, violista, compositore, improvvisatore e didatta, Michalis Kouloumis è nato in una famiglia di musicisti a Cipro e ha uno stile esecutivo ampiamente riconoscibile, il quale spazia dalle tradizioni popolari del Mar Egeo e del Mediterraneo orientale alla musica classica ottomana. Negli anni si è diplomato con lode sotto la guida del violinista Yorgos Marinakis al conservatorio di Atene Philippos Nakas. Parallelamente alla sua formazione musicale, ha completato gli studi universitari in fisica presso l'Università di Atene. Nel 2013 ha conseguito un Master of Arts in Violin Performance, con specializzazione in taqsim, cioè un genere tipico della musica ottomana basato sull’improvvisazione e che segue regole di elaborazione e sviluppo legate alla progressione melodica. Ecco perché il taqsim si può talvolta definire "composizione in tempo reale".
Per quanto riguarda l’album, alla base di ogni prodotto artistico c’è sempre un contesto. In questo caso, l’autore si è lasciato ispirare dalle tragedie vissute dalle persone in fuga da qualcosa. Il titolo è la chiave di lettura dell’intero progetto. “Displaced Dreams” racconta i sogni spostati, interrotti, costretti a cercare una nuova forma dopo uno sradicamento. Il violino dell’autore, vero narratore dell’album, e gli strumenti di tutti gli altri musicisti coinvolti evocano esperienze di chi è costretto a lasciare la propria casa, attraversando confini non solo geografici, ma soprattutto emotivi. La musica accompagna l’ascoltatore come se fosse una voce umana sul punto di incrinarsi. Le melodie sono essenziali, a volte quasi trattenute, come se la musica esitasse prima di prendere parola.
Naturalmente, non è un lavoro pensato per un ascolto distratto. Funziona al meglio in un ascolto concentrato, magari in cuffia, lasciando che i dettagli emergano uno dopo l’altro. Ascoltatori che cercano melodie immediate o soluzioni facili potrebbero trovarlo impegnativo, ma chi invece è disposto a rallentare verrà ricompensato da un prodotto davvero profondo. I brani si sviluppano lasciando che le emozioni arrivino per accumulo più che per esplosione. In tracce come “Agony” o “On Hostile Ground” la tensione è sotterranea, mai urlata, e proprio per questo più incisiva. Altre composizioni, come “Islands of Hope” o “Dreaming”, introducono momenti di sospensione lirica, senza però offrire una vera risoluzione. Si inizia da un senso di spaesamento, di instabilità, si attraversano momenti di conflitto, fuga e separazione fino ad arrivare all’ultimo brano, “Redemption”, che, a differenza del titolo, non offre una trionfale pace dei sensi, ma piuttosto un fragile spiraglio, una possibilità appena accennata di ricomposizione. Quindi è chiaro un aspetto fondamentale: l’autore non vuole confortare l’ascoltatore, non vuole alleviare il peso dei temi che affronta, ma renderli condivisibili trasformandoli in esperienza estetica.
In conclusione, “Displaced Dreams” presenta una musica che non diventa mai commento o denuncia esplicita, ma resta un gesto necessario di vicinanza. Michalis Kouloumis utilizza il violino come una voce che non grida, ma resiste, capace di farsi carico di storie collettive senza mai appropriarsene. Il risultato è un lavoro che si sottrae alle logiche di consumo rapido, muovendosi in una zona di confine dove tradizione, improvvisazione e scrittura dialogano con il presente. “Displaced Dreams” non offre soluzioni né risposte, ma invita all’ascolto come atto consapevole, trasformando la fragilità in un luogo condiviso.
Francesco Tommasino
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