Ana Crismán – Arpaora (Andalouse Alhambra, 2026)

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“Arpaora” è il primo album che nasce da un progetto musicale unico al mondo del flamenco e non solo, di cui è protagonista Ana Crismán originaria di Jerez de la Frontera, una delle città andaluse in cui questo genere è nato. Per la prima volta l’arpa affronta lo stile musicale andaluso e le sue peculiarità tecniche e ritmiche, normalmente appannaggio della chitarra e di altri strumenti come nacchere e cajon. I brani sono tutti originali e attraversano i palos più idiomatici e rappresentativi di questa forma d’arte (Granadina, Solear, Alegrias, Bulerìa, Tientos, Tango) unendo tradizione e raffinatezza stilistica. Parte fondamentale dei brani sono i testi cantati da inconfondibili voci autoctone, testi che raccontano il legame tra l’artista con l’originario “cante jondo” e il flamenco. La libertà temporale del canto si incastra sui compas – le tipiche strutture ritmiche cicliche – che dalla metrica andalusa hanno comunque origine. L’essenza del linguaggio flamenco, una volta assimilato come in questo caso, non ha più bisogno dello strumento specifico per essere espresso, come hanno già fatto Rodrigo e De Falla con l’orchestra, tralasciando i grandi chitarristi. Questa volta è toccato all’arpa, cordofono come la chitarra ma proveniente da altri contesti. Nelle mani di Ana l’aristocratico strumento riesce ad esprimere il duende, l’ineffabile stato d’animo fisico e psicologico andaluso, nel più puro e profondo dei modi senza far sentire l’assenza della chitarra. Diplomata in pianoforte, ha studiato da autodidatta l’arpa sviluppando un’originale tecnica sullo strumento, mostrandone la versatilità e aprendo a nuove possibilità espressive e compositive, sia lo strumento sia il flamenco. Si tratta quindi di una virtuosa, laddove per virtuosismo si intende la chiarezza e la fedeltà ai palos, generalmente ascoltati sulla
chitarra e trasposti sull'arpa e non una mera dimostrazione tecnica fine a sé stessa. Si sfata così anche il luogo comune che nel flamenco il suono debba essere per forza un po’ graffiato e a volte anche sporco per vie delle unghie della mando destra che sfregano le corde e della mano sinistra che affonda le dita sulla tastiera. Qui invece il suono è reso in modo cristallino dallo strumento angelico per antonomasia ma tirando fuori il nervo autentico di un luogo terreno come l’Andalusia ed elevandolo ad alte cime di interiorità. D’altra parte i grandi chitarristi come Montoya, Sabicas, De Lucia hanno eseguito questo repertorio con limpidezza, esaltando con precisione compas e falsetas ed elevandolo al rango concertistico. Il primo brano, “Vereas del Sonio”, è una Granadina, un palos a compas libero di impronta tradizionale. Il viaggio in Andalusia non poteva cominciare infatti se non nel luogo simbolo del flamenco: Granada. Si continua con “Quien tiene un don y no lo sabe”, una Seguiriyas, il palos con compas 3/4-6/8 che più di tutti è capace di esprimere la malinconia e il dolore espresso con l’iniziale tipico “tiritirì ahiahai”, il parossistico grido con cui cominciano molti canti simili. Alla fine il compas prende vita e diventa più veloce a simbolizzare l’ineluttabilità del destino. Il flamenco è il luogo dei contrasti e delle dicotomie, se c’è la luce c’è anche il buio, se c’è vita c’è anche morte, se c’è la felicità delle nozze ci sarà anche il sangue come in “Bodas de
sangre”. In questo testo chi è beneficiato del dono sarà poi castigato e punito pagando bagnandosi nel suo stesso sangue. “Entretelas” è una Solea, considerata la madre del “cante” ed eseguita con la sola arpa. Il sentimento della solitudine viene espresso con raffinatezza nel compas di dodici tempi, senza fare sentire la mancanza delle tipiche tecniche chitarristiche come il rasgueado o il golpe. Non poteva mancare la Bulerìas con “Casa Jereles”, costituita da una poetica confessione di come l’artista abbia ascoltato il suono dell’arpa dal cielo ed è il flamenco sia entrato per sempre in casa sua e nelle corde del suo strumento, quasi facendo eco ai versi di Garcia Lorca: “Lasciò il suo balcone aperto e all’alba sul suo balcone si riversò tutto il cielo”. Come ultima traccia viene presentata una versione strumentale di “Zambra de Lux”. L’arpista si è avvalsa della collaborazione di Jesús Méndez, Vicente Soto Sordera, José Valencia e Tomasa “La Macanita” (voci), Javier Ktumba, Pedro Navarro, M. Cantarote e Juan Diego Valencia Vargas (percussioni e palmas), Jorge Pardo (ottoni) e Rosa Gómez e Rosario Heredia (cori e voci). Un bellissimo lavoro, originale, unico e dal valore sia estetico, sia etico, sia pedagogico poiché offre una completa e corretta campionatura dei palos del flamenco a chi vi si approcciasse per la prima volta per comprenderli profondamente. 


Francesco Stumpo

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