Cornamusa del Centro, organetto diatonico e coppia galoubet-tambourin: strumenti iconici che ben rappresentano le musiche di tradizione orale della Francia. Sono i timbri protagonisti di tre tra le più recenti pubblicazioni dell’A.E.P.E.M. (Association d’Étude, de Promotion et d’Enseignement des Musiques Traditionnelles des Pays de France), portale, archivio e label votati alla ricerca, alla didattica e alla divulgazione delle musiche dell’Esagono. Queste pagine hanno giò ospitato analisi delle produzioni della collana discografica che porta alla ribalta strumentisti solisti ed ensemble musicali sovente formati dalle ultime leve di musicisti “trad”. Tutti i dischi, pubblicati in supporto fisico, sono accompagnati da dettagliati libretti informativi.
“Musique traditionnelle du Berry” presenta un repertorio per cornamusa della Francia centrale suonato da Amaury Babault, esperto di diverse taglie dello strumento (13, 16 e 20 pollici), la cui configurazione presenta due bordoni: uno piccolo, inserito nello stesso ceppo del chanter a cameratura conica che suona un’ottava sotto la tonica; uno grande appoggiato, sulla spalla del musicista che suona due ottave sotto la tonica. Lo strumento ha un timbro potente, è adatto al ballo, presentando un bilanciamento tra il volume della melodia e la profondità dei bordoni. Musicista, ricercatore e divulgatore, Amaury Babault è aduso a scovare materiali poco noti o inediti provenienti da archivi e raccolte di musica popolare effettuate nel Berry nell'arco di oltre un secolo — materiali che lui stesso definisce “musica dell’ombra”. Si distingue per uno stile sobrio ma efficace, orientato a conservare la fedeltà alle fonti. L'album propone 48 arie di danza raggruppate in 17 suite di bourrée a 2 e 3 tempi, scottish, branle, polche e polche piquée, montagnarde, valzer, marce nuziali e una melodia di canzone a ritmo libero, “Le petit marchand de blé”.
Con il secondo artista, Jean-Jacques Le Creurer, nativo di Limoges, ci spostiamo nel territorio di Marche e Limousin. Anch’egli musicista di lungo corso (condotto all’organetto a metà anni Settanta in seguito ai concerti di Serge Desaunay e di Marc Perrone: come tanti, diciamolo), Le Creurer ha realizzato un album di quattordici tracce con melodie provenienti, per la maggior parte, da repertori che egli stesso ha raccolto da diversi testimoni della tradizione nell’area di Limousin, Marche e Auvergne. Nelle note di accompagnamento l’organettista spiega che la registrazione nasce principalmente dalle sue ricerche sul campo e dalla sua attenzione agli stili esecutivi, in particolare al modo di condurre la melodia e sostenere i danzatori. Afferma di trarre ispirazione da musicisti tradizionali della Corrèze e della Creuse, ammirandone la coerenza interpretativa, che considera il risultato di una lunga pratica di musica funzionale, frutto della ripetizione incessante di un repertorio spesso limitato ma conosciuto da tutti, la cui “conseguenza è un’interpretazione che si rinnova incessantemente”. In tal senso, Le Creurer fa propria l’affermazione del gesuita antropologo francese Marcel Joussee che tocca il cuore della sua antropologia del linguaggio, che analizzando le società contadine di tradizione orale, sottolineava la capacità di riabitare le formule tradizionali: “Nell’oralità, la creatività si misura dalla capacità di fare del nuovo a partire da espressioni che sono sulle labbra di tutti.”
Per quanto riguarda le danze proposte, troviamo bourrées, scottish, mazurke, sautière, valzer, polche, montagnarde, marce e suite nuziali. Non mancano canzoni cantate in occitano limosino con inserti in francese. Si notano alcuni brani provenienti dal repertorio di Léon Peyrat e una bella rivisitazione di “Quand j’étais un voyou” di Georges Moustaki, adattata in occitano da Jan Dau Melhau.
Benjamin Mélia, fine solista, anima del Belouga Quartet (un quartetto di soli galoubet-tambourin) e recentemente protagonista di una collaborazione con il mandolinista nizzardo Patrick Vaillant, suona diverse fogge di galoubet (flauto a tre fori suonato con una sola mano), il doppio flauto diaule, il piccolo tamburo (dotato di una corda che vibra a contatto con la pelle e suonato con l’altra mano) e altri accessori musicali. Benjamin insegna all’Istituto di Istruzione Superiore di Musica (IESM) di Aix-en-Provence, all'Istituto Internazionale delle Musiche del Mondo e al Centro Nazionale di Creazione Musicale di Pigna (progetto Scolab); inoltre, in qualità di direttore artistico del festival "Provence/Saint-Pierre" a Saint-Raphaël, sua città natale, lavora costantemente per far dialogare la creazione contemporanea con l'eredità culturale. Si tratta di un musicista dalla notevole tecnica flautistica, non riconducibile unicamente all’ambito tradizionale grazie all'uso di tecniche proprie della musica contemporanea, del beatboxing e di approcci flautistici extra-europei. L’album contiene dodici tracce, di cui undici tradizionali di area provenzale e nizzarda e un tema, composto dallo stesso Mélia, che rappresenta il lato più sperimentale dello strumentista: “Aire du guet 2”. Nella tracklist svettano l’iniziale “Nautre sian eici vengu”, “La cansoun de Magali”, “Tres Capitani”, “Lou fustiè”, “Fantaisie sur le rossignol sauvage” e “Suite du pays niçois”. Ad accompagnare questa produzione, il booklet contiene due approfondimenti redatti dai musicologi Luc-Charles Dominique e Sylvain Brétéché, il primo sulle rappresentazioni simboliche dei flauti nella storia culturale occidentale e francese, il secondo sul rapporto tra la coppia galoubet-tambourin e la identità provenzale, tra “tradizionalità, patrimonialità, autenticità”.
Tre imperdibili incisioni per musicisti e cultori delle musiche tradizionali d’Oltralpe.
Ciro De Rosa
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