Cantante franco-camerunense residente in Francia, Valérie Ekoumè è la vibrante espressione della multiculturalità moderna. Cresciuta in una famiglia di musicisti e immersa in un panorama sonoro che spazia dalla rumba congolese al pop (come Michael Jackson) e alla musica camerunense, la sua identità artistica è un ricco mosaico. Lei stessa definisce leggende come Miriam Makeba e Whitney Houston le sue "coach vocali virtuali", attraverso le quali ha affinato il suo talento. La sua vita professionale ha avuto una svolta cruciale nel 2004, quando ha iniziato a collaborare attivamente con Manu Dibango nella Soul Makossa Gang, un’esperienza di otto anni che la Ekoumè descrive come una delle più formative. Parallelamente, si è specializzata, studiando per cinque anni (dal 2005) presso la prestigiosa Scuola Americana di Musica Moderna di Parigi. Con un curriculum che vanta collaborazioni con artisti del calibro di Coco Mbassi, Alain Barrière, Papa Wemba e Meiway, Valérie Ekoumè appartiene a quella nuova generazione che sceglie l'Afro Pop come linguaggio universale per esprimere amore e colore. Dopo il debutto Djaalé (2015), il suo secondo album, Kwin Na Kingue (2017), è stato un successo acclamato, entrando nella TOP 10 degli album di African/World Music di RFI per quell'anno. Questo traguardo le ha aperto le porte di importanti tournée in Europa e Nord America, tra cui il Celtics Connection, il Festival International des Nuits d’Afrique e il SunFest. L'impegno non si limita ai concerti, ma include anche workshop, poiché la condivisione della cultura africana è una
missione centrale per l'artista. Con il suo terzo progetto, Monè Monè (2022), realizzato con il marito e maestro di ritmi Guy Nwogang, Valérie Ekoumè scava ancora più in profondità nelle sue radici, recuperando ritmi popolari del Camerun come l'Assiko e l'Essèwè. L’abbiamo incontrata al Napoli World per parlare di identità, formazione, militanza culturale e futuro dell’Afro Pop.
Sei cresciuta circondata da uno spettro sonoro ricchissimo, dalla rumba congolese al pop, fino alla musica camerunense. In che modo questo ambiente così vario ha plasmato la tua identità artistica?
È stato meraviglioso, soprattutto perché ero piccola. Quando sei un bambino assorbi tutto, senza filtri. Crescendo, mi rendo sempre più conto di avere molte identità, e penso che questo sia un punto di forza: mi dà unicità, mi permette di essere autentica. È una ricchezza immensa, la porto con orgoglio.
Hai citato Miriam Makeba e Whitney Houston come le tue “coach vocali virtuali”. Cosa hai tratto dall’ascolto e dal canto delle loro musiche?
La prima cosa è stata vederle. Erano due donne nere, e per me, da bambina, è stato fondamentale vedere donne nere avere successo in un campo così grande e visibile. La seconda cosa è ovviamente la loro voce: sono voci gigantesche, e mi hanno trasmesso il bisogno, quasi l’urgenza, di diventare una grande cantante. Vederle e ascoltarle è stato essenziale per la mia crescita, anche se forse è stato meno facile per la mia
La tua famiglia era molto legata alla musica camerunense. Che tipo di eredità musicale hai ricevuto in casa?
Non si trattava solo di musica tradizionale: nella mia famiglia ci sono grandi musicisti. Uno di loro è stato il bassista di Miriam Makeba, cosa che per me è sempre stata fonte di grande ispirazione. Ho due bassisti e un cantante molto noti in famiglia; sono cresciuta sapendo che la musica non era solo una passione, ma anche una strada possibile, concreta.
Lavorare e andare in tournée con Manu Dibango e la Soul Makossa Gang per otto anni dev’essere stato un periodo formativo decisivo. Quali sono le lezioni più importanti che porti con te?
Ho avuto una fortuna enorme. Entrare nel gruppo di Manu Dibango è come entrare in una scuola: sei lì per imparare, ogni sera, su ogni palco. La lezione più importante è che essere musicista è una vera professione, con regole e codici propri. È un mondo a sé, e devi imparare a comunicare al suo interno. Per questo ho deciso di studiare: volevo imparare a leggere e scrivere la musica e diventare una musicista completa, perché lui era un musicista grandissimo, esigente e generoso allo stesso tempo.
Hai studiato per cinque anni all’American School of Modern Music di Parigi. In che modo la formazione formale ha influenzato il tuo percorso creativo e il tuo modo di stare nel mondo della musica?
Come donna è stato fondamentale. Spesso ti ritrovi circondata da uomini, e non tutti sono ben intenzionati. Per questo, quando arrivi in un posto, devi conoscere il linguaggio, devi saper affermare te stessa. La conoscenza è potere: sapere la musica, nel senso tecnico del termine, mi permette di entrare in uno studio o in una sala prove sapendo esattamente di cosa parlo. Posso essere precisa, chiedere ciò di cui ho bisogno senza esitazioni. Questo mi dà libertà.
Hai collaborato con artisti come Coco Mbassi e Papa Wemba. Cosa cerchi in una collaborazione e cosa ti hanno insegnato questi incontri?
Con Coco Mbassi e Papa Wemba ero corista e molto giovane: ho iniziato a lavorare seriamente intorno ai 24 anni. Fin da bambina mi sono sempre sentita “speciale”, senza sapere bene perché, ma sapevo anche che dovevo imparare. Papa Wemba era straordinario, da un artista così puoi sempre imparare qualcosa: sul canto, sullo stare in scena, sul rispetto per il pubblico. Mi considero tuttora una studentessa: sto ancora imparando a essere una cantante, e credo che non si smetta mai.
Il tuo linguaggio musicale è l’Afro Pop. Espressioni come l’amore e il colore sono centrali nella tua musica. Cosa significa Afro Pop per te, a livello personale e artistico?
Per me Afro Pop è semplicemente musica afro e musica pop, insieme. Non capisco perché, quando si parla di artisti neri, si usi così spesso l’etichetta “World Music”: in realtà è musica pop, musica per le persone. Afro Pop per me significa proprio questo: fare musica per la gente, per farla sentire bene, per farla ballare, per portare luce.
Ieri sera abbiamo ascoltato un concerto pieno di groove, molto denso, e ti abbiamo sentito cantare in un italiano meraviglioso, persino in “Volare”, un vero inno internazionale. Il tuo secondo album, Kwin Na Kinguè, è entrato nella Top 10 degli album African/World Music di RFI nel 2017. Che impatto ha avuto quel riconoscimento sulla tua carriera e sulla visibilità del disco?
Nessuno. [ride] Veramente, all’epoca non ha cambiato molto. Ma è come la vita: devi continuare a lottare, a spingere la tua musica, a salire sul palco. Adesso quel riconoscimento ha un altro valore, perché la mia carriera è cresciuta e quel risultato viene letto dentro un percorso più ampio. Ma allora, nel quotidiano, non è stato un punto di svolta immediato.
Hai fatto molte tournée in Europa e Nord America, non solo con concerti ma anche con workshop. Perché la condivisione della cultura africana con il pubblico è una parte così essenziale della tua missione?
Mi piace molto questa domanda. Ho una figlia di undici anni, e per lei — come per tutti i bambini neri — è fondamentale dare valore alla nostra cultura. Esiste ancora molto razzismo, e molte persone conoscono poco o nulla della storia africana: ci sono tanti errori, tante distorsioni. Penso che sia mio dovere portare la cultura, portare qualcosa di diverso, comunicare con le persone perché possano aprire la mente. La musica è uno strumento potente per farlo.
Senza storia e senza radici perdiamo la memoria, perdiamo la speranza.
È vero. E non capisco perché tante persone preferiscano l’odio: l’odio è la via più facile. L’amore è più difficile, perché ti chiede tempo, attenzione, cura verso gli altri. Ma è l’unica strada che valga davvero la pena percorrere.
Nel tuo ultimo album, Monè Monè, scavi più a fondo nelle tue radici camerunensi, esplorando ritmi come l’Assiko e l’Essèwè. Cosa ha ispirato questo ritorno ai ritmi tradizionali?
Il mio lavoro con Manu Dibango era già molto radicato: era una sorta di jazz con le radici ben piantate nella terra. Sul palco, quella era la parte che amavo di più, perché potevo esprimermi anche con il corpo, potevo ballare. Mi sono detta che, se avessi avuto un mio progetto, avrei voluto poter danzare sul palco e comunicare non solo con la voce e la musica, ma anche con il movimento. È un altro canale di comunicazione, perché il pubblico vede, percepisce fisicamente l’energia. Ho la fortuna di lavorare con mio marito Guy, che è un maestro del ritmo, e avere lui al mio fianco mi permette davvero di creare uno spettacolo in cui posso ballare liberamente.
Puoi darci qualche anticipazione sul prossimo album, previsto per il prossimo anno? Ci sarà un nuovo disco: cosa puoi svelare?
Non è facile da spiegare, ma sarà diverso dai precedenti. Sto cambiando io, sta cambiando la musica intorno a me; quindi, devo trovare un nuovo modo di comunicare. Ci saranno comunque ritmi acustici, perché è attraverso quei suoni che riesco meglio a far ballare la gente. Questo, per me, resterà sempre al centro.
La performance a Napoli World 2025
Salvatore Esposito