Pianista in grado di muoversi con abilità tra improvvisazione e scrittura, tra la libertà del jazz e la geometria della musica colta, Enrico Pieranunzi è un artista in continuo movimento e dalla spiccata capacità di esplorare nuovi territori sonori e di confrontarsi con le nuove generazioni di musicisti jazz. In questo senso significativi sono due album pubblicati dalla Abeat Records che rappresentano due direzioni di una stessa ricerca di sintesi, fatta di sensibilità, mestiere e curiosità instancabile e mettono in luce, da angolature diverse, la sua centralità nel jazz italiano. Parliamo di “Heroes”, dove il pianista sceglie di mettersi al servizio di un giovane ensemble guidato dal flautista Aldo Di Caterino, e di “Improclassica”, tappa cruciale nel percorso di dialogo tra trio jazz e orchestra sinfonica con I Pomeriggi Musicali diretti da Michele Corcella. Due dischi che confermano come la doppia identità di Pieranunzi – radici accademiche e vocazione improvvisativa – sia diventata un laboratorio continuo di forme, meno teorico di quanto si potrebbe pensare e decisamente concreto sul piano del suono. In “Heroes” al centro del progetto c’è il flauto di Aldo Di Caterino, ventiseienne pugliese, accompagnato dal contrabbasso di Carlo Bavetta, dalla batteria di Cesare Mangiocavallo e dal pianoforte di Pieranunzi, un ospite che porta in dote mestiere, scrittura e un cognome pesante. Pieranunzi firma tre brani su otto, ma sceglie un profilo laterale, sostenendo l’ensemble senza mai trasformare il disco in un suo progetto in incognito. Ad aprire il disco è “Travel to the Other Side” che spicca per il suo tema guizzante e un groove che guarda alla tradizione hard-bop filtrata dalla sensibilità europea: il pianoforte detta il passo con accenti quasi funk, mentre il flauto si muove con naturalezza tra cantabilità e slancio virtuosistico; la sezione ritmica ha spazio per dire la sua, confermando che non si tratta di un semplice “quartetto più ospite”. Con “Unlocked Waltz” entra in scena il marchio di fabbrica di Pieranunzi: un valzer in ¾ dal gusto cameristico, nato in pieno periodo pandemico, che qui diventa occasione per un gioco di contrasti tra leggerezza melodica del flauto e piccoli scarti armonici del pianoforte, sospesi tra operetta novecentesca e jazz europeo. Si prosegue con “L’attesa da un balcone”, firmata da Bavetta, porta il disco in territori di ballad: melodia limpida, atmosfera “sottovetro”, flauto dal timbro caldo e leggermente brasiliano, pianoforte che risponde con discrezione più che con enfasi, lasciando respirare il silenzio tra una frase e l’altra. Arriva, poi, “Stretch” firmata da Mangiocavallo, un brano dalla struttura originali in cui spicca l’attacco congiunto piano–flauto ad introdurre il tema volutamente spiazzante, che si apre poi in una sezione centrale quasi esplosiva, dove Pieranunzi moltiplica accordi e incastri ritmici mentre Di Caterino porta il flauto fino a una soglia di convulsione improvvisativa, prima di un finale che lascia volutamente in sospeso l’ascoltatore. Ci si sposta nei territori latin con” Chick Remembered” tra richiami più o meno espliciti a Chick Corea: il pianoforte mostra una pronuncia jazz più “statunitense”, tesa e articolata, mentre il flauto innesta un colore sudamericano che sposta l’immaginario verso le Ande; la sezione ritmica, qui, è vera macchina propulsiva, senza compiacimenti ma con energia costante. “Pensaci un po’”, ancora di Pieranunzi, parte come ballad dal respiro mediterraneo e progressivamente si struttura come collage di temi: il flauto scolpisce linee cariche di saudade, il piano alterna sostegno e controcanto, il contrabbasso si ritaglia un intervento solistico misurato; il brano vive di una malinconia sottile, più evocata che dichiarata. In “Aldo’s Tune” Di Caterino firma un autoritratto in forma di tema sospeso: l’incipit pianistico costruisce una griglia armonica complessa ma ariosa, sulla quale il flauto disegna un percorso narrativo che cresce di intensità senza perdere eleganza, con la ritmica che mantiene una pulsazione di fondo di matrice latin, mai caricaturale. Chiude “Se un’altra volta un giorno”, terzo contributo autoriale di Pieranunzi, ancora in tempo di valzer: una sorta di danza nostalgica che richiama certo suo repertorio più “classicheggiante”, adattata qui alla voce del flauto, cui viene lasciato l’ultimo giro di pista prima di un congedo asciutto, senza eccessi emotivi. Insomma “Heroes” è un album che privilegia fluidità, interplay e piacere di suonare insieme più che dichiarazioni di poetica: un lavoro che, pur con qualche tratto ancora acerbo nella scrittura dei più giovani, restituisce un quartetto in crescita e un Pieranunzi capace di rilanciare la posta senza oscurare i compagni di viaggio.
Se Heroes fotografa un Pieranunzi “tra i ragazzi”, “Improclassica” lo riporta al centro di un dispositivo più strutturato: trio storico con Luca Bulgarelli e Mauro Beggio, Orchestra I Pomeriggi Musicali, arrangiamenti e direzione di Michele Corcella, registrazione dal vivo al Teatro Dal Verme. Qui la sfida non è solo timbrica, ma di linguaggio: far dialogare in tempo reale le dinamiche elastiche del trio jazz con una quarantina di orchestrali abituati alla partitura. L’avvio con “Sicilyan Dream” è quasi un manifesto artistico: introduzione rapsodica del pianoforte, tema dal respiro mediterraneo, l’orchestra che entra piena ma mai schiacciante, chiamata a seguire gli sviluppi ritmici del trio e non solo a incorniciarli. La presa del suono dal vivo valorizza profondità e spazialità, mettendo in chiaro che non siamo davanti a un “falso live” da studio. Arriva, poi, l’omaggio a Satie con “Gymnosatie”, la malinconia sospesa delle gymnopédies viene alleggerita da una propulsione interna sottilissima: l’orchestra stende una trama melodica sognante, mentre il pianoforte si ritaglia uno spazio solistico che sposta il baricentro in zona jazz senza tradire la delicatezza originaria del materiale. “Mein Lieber Schumann” riprende un precedente lavoro schumanniano di Pieranunzi, traducendolo in chiave orchestrale: il trio governa una pulsazione in tempo dispari, sopra cui Corcella costruisce un gioco di variazioni che allarga e restringe il campo con ironia; il risultato è un brano “romantico” solo in apparenza, in realtà molto fisico e dinamico. Il clima si fa più intimo in “Hommage à Milhaud” in cui piano e legni dialogano con grande economia di mezzi, sfruttando registri morbidi e incastri quasi cameristici; il solo di Bulgarelli al contrabbasso, nitido e cantabile, sospende il tempo e sottolinea quanto il progetto richieda all’orchestra una flessibilità fuori dal canone sinfonico tradizionale. “Cheveux”, rilettura da Monsieur Claude (A Travel with Claude Debussy), porta Debussy in una dimensione ampia: il tema, derivato da La fille aux cheveux de lin, è affidato a un incessante dialogo tra trio e orchestra che sfocia in una sezione improvvisata decisamente estroversa, con la macchina orchestrale utilizzata in tutta la sua tavolozza di timbri. In chiusura arriva la sontuosa “Suite 785”, vertice del disco, che vede Pieranunzi intersecare “Invenzione BWV 785” di Bach e “Sweet Georgia Brown” dando vita ad un brano in cui classica, blues e swing si mescolano con sorprendente naturalezza. L’orchestra sostiene, commenta, rilancia, mentre il trio mantiene la libertà di deformare il materiale in tempo reale; il tutto suggellato dalla copertina e dal booklet che traducono visivamente il progetto grazie alle immagini di Andrea Strizzi. “Improclassica” non è l’ennesimo esperimento “jazz con orchestra”, ma un lavoro in cui la scrittura di Corcella e la disciplina del trio restituiscono una vera osmosi tra i due mondi. In un periodo in cui Pieranunzi sembra intenzionato a documentare ogni possibile sfaccettatura del proprio universo, questo disco si impone come snodo centrale: un’idea di sintesi tra classica e jazz finalmente matura, in cui il compromesso lascia il posto a un linguaggio terzo, personale e riconoscibile.
Salvatore Esposito
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