Eric Bibb – One Mississippi (Repute Records, 2026)

A confermarci che Eric Bibb sia uno dei bluesman più raffinati dello scenario internazionale – e, è ovvio, in particolare statunitense – ci sono tredici nuovi brani racchiusi in questo splendido “One Mississippi”, fresco di stampa e anticipato, lo scorso ottobre, dal singolo “This one don’t”. Chi ha la fortuna di conoscere la discografia di Bibb – newyorchese classe ’51 trapiantato a Stoccolma, con alle spalle almeno due nomination ai Grammy per “Ridin’” del 2024 e “Dear America” del 2021 – sa che il suo flusso è quello della chitarra prima di tutto. Non necessariamente da sola ma sempre lì, dentro le trame e la struttura di ogni brano, dentro la melodia della voce, dentro l’architettura di ogni produzione, sia essa complessa o scarna, profonda, sottile, raffinata, elaborata o rough. Sia essa – la chitarra – suonata dentro l’epica trobadorica del cantore blues intriso di soul profondo, sia essa intrecciata con altri cordofoni o interpretata in modi differenti (si va dal banjo alla slide, dal fingerpicking all’elettrica). In ogni caso l’assetto di Bibb emerge sempre dentro gli elementi che meglio lo contraddistinguono, come la delicatezza del tocco e del canto, la precisione del racconto, la verità di tutte le incastonature, con brani morbidi e fluidi, timbro inimitabile, pause e sospensioni impensabili (“It’s a good life”). Ciò che canta e come lo canta ci rassicura sulla direzione del blues, sulla forza che questo lungo racconta mantiene in una dimensione musicale che non sembra avere bisogno di altri riferimenti, di altri richiami (“No clothers on”). Non si tratta soltanto di proseguire un percorso che sviluppa, approfondisce e ricalca un’impronta visionaria e, per questo e qualche altro motivo (la tradizione ecc.), rassicurante. Si tratta di dare spazio e lasciarsi ispirare, dentro una continuità storica ininterrotta e indelebile, di verificare la struttura complessa del proprio linguaggio, di un idioma che rappresenta il pensiero, di uno sguardo che deve interpretare il mondo: studiandone direzioni e derive attraverso una musica che può completare quelle e arginare queste (il brano “We got to find a way”, posto in chiusura, sembra dirci proprio questo). In questa prospettiva, Bibb sembra richiamare non tanto i maestri della tradizione, ma le voci di un mondo chiaramente dentro il suo presente: le voci che – ne siamo convinti – prendono il meglio delle capacità espressive e narrative della scena musicale contemporanea americana. Quella che si è composta negli ultimi decenni non in opposizione a qualcosa, ma in connessione con una grande visione, ispirata, operosa e consapevole. Non si potrebbero spiegare altrimenti alcuni dei brani che Bibb ha posto al centro dell’album, come “If you’re free” o “New window”, nei quali si concentrano gli elementi più partecipativi di quell’espressività straordinaria: la coralità delle voci (Sara Bergkvist Scott e Shaneeka Simon), la linearità degli strumenti (ricordiamo, tra gli altri, Glen Scott, che produce l’album e suona praticamente tutto, dall’Hammond alla batteria, dal basso alla programmazione, ecc.), la plasticità di una rappresentazione semplice e diretta (le chitarre di Robbie McIntosh e Staffan Astner non ci fanno desiderare altro, come si può verificare in “Waiting on the sun”, uno dei brani più belli dell’album), la coesione di tutti gli elementi (pensiamo a Greger Andersson e Paul Jones alle armoniche) in un suono diretto, legnoso, soave e fermo dentro la cassa della chitarra. 


Daniele Cestellini

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