Crossing - Petit Solo Diabaté | Nino Martella | Marco Schiavone – The Path Before Us (Circular Records, 2026)

Quando la tradizione mandinka incontra il violoncello classico, quando le percussioni dell'Africa occidentale dialogano con la sensibilità mediterranea, può accadere qualcosa di straordinario. È quanto sta dimostrando Crossing, il trio formato da Petit Solo Diabaté, Nino Martella e Marco Schiavone, il cui album d'esordio "The Path Before Us" ha conquistato in poche settimane il quindicesimo posto della Transglobal World Music Chart e la vetta della classifica di Spin The Globe, emittente radiofonica americana dedicata alle musiche del mondo. Uscito il 16 gennaio per Circular Music Records, il disco rappresenta molto più di un semplice esperimento di contaminazione sonora. È il manifesto artistico di un'operazione culturale ambiziosa, che parte dal Salento per tessere un dialogo profondo tra due sponde del Mediterraneo, tra due sistemi musicali completi e complessi che troppo spesso vengono considerati in modo gerarchico. Nino Martella, percussionista salentino naturalizzato burkinabé e fondatore di Circular Music, ha costruito negli anni un ponte concreto tra il sud Italia e l'Africa occidentale, attraverso ricerca etnomusicologica, attività formative e collaborazioni artistiche che restituiscono dignità e centralità alle tradizioni musicali africane. Nell'intervista che segue, Nino Martella ha raccontato ad Andrea Carlino la genesi del progetto, il significato della circolarità nella musica popolare, il rapporto tra ritualità e stati di coscienza, e soprattutto la sua visione: smettere di considerare la musica africana come elemento decorativo o suggestione esotica, per riconoscerla come sistema musicale antico e stratificato, al pari della musica classica occidentale. Un'urgenza culturale che diventa linguaggio sonoro attraverso le corde della kora, del ngoní e del violoncello, in un equilibrio delicato e potente che "The Path Before Us" restituisce con rara autenticità.
(Salvatore Esposito)

È uscito il disco d’esordio del progetto Crossing. Parlaci di questo progetto…
Il disco si intitola "The Path Before Us" (Il sentiero davanti a noi) ed è uscito il 16 gennaio 2026 per l'etichetta Circular Music Records. Si tratta del primo disco di Circular Music, che è una nuova etichetta dedicata alla musica del mondo, con particolare attenzione all'Africa occidentale: Mali, Burkina Faso, Senegal, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea.

Circular Music è una tua etichetta?
Sì, Circular Music è un nome che ho creato io. L’associazione culturale omonima è stata fondata prima in Italia nel 2018 e poi in Burkina Faso nel 2021, con l'obiettivo di diffondere la cultura dell'Africa occidentale sul territorio regionale e provinciale. Poi, per mie tendenze personali, nel tempo il raggio d'azione dell'associazione si è ampliato, perché a un certo punto mi è sembrato limitante concentrarci solo sul West Africa. La musica è tutta bella, tutta interessante.

Esistono quindi Circular Music Italia e Circular Music Burkina Faso? 
Sì, con quest'ultima abbiamo dato il via da subito a una raccolta fondi per la costruzione di un centro culturale nel villaggio di Bana, dove io ho avuto delle esperienze di vita stupende. È un centro culturale che nasce con l'obiettivo di tutelare la cultura e la musica dell’etnia Samblà, che è l'etnia che mi ha accolto e reso un “africano bianco”, se mi passi il termine. Purtroppo nel 2021 ci sono stati due colpi di stato in Burkina Faso, quindi la situazione è diventata instabile, ma quello del centro culturale è uno dei progetti che sicuramente riprenderemo con più forza e determinazione nel futuro imminente.

Il nome Circular Music ha a che fare con il concetto musicale di circolarità?
Esattamente. La circolarità è un elemento fondamentale per la nostra musica. 

Nel vostro disco infatti c’è molta circolarità… 
Sì, nella musica africana e in generale nella musica di tradizione popolare, la ciclicità è un elemento quasi onnipresente. Il concetto legato all’ascesi di alcune musiche popolari si basa sulla ripetizione di qualcosa di circolare, che può essere una melodia o un ritmo. L'idea è proprio quella di una spirale ascensionale che cresce man mano, ogni volta che il cerchio si ripete. È un’immagine molto bella.

C’è evidentemente un rapporto con processi di carattere rituale e psichico. La musica permette al cervello di funzionare in un certo modo, quindi di entrare in stati di coscienza modificati, cose che sono prodotte anche attraverso determinati rituali.
Ti seguo perfettamente, anche se credo fermamente che il vero stato di alterazione è quello nel quale siamo in questo momento… Secondo me siamo sempre “alterati”. Quando prendiamo la macchina e andiamo al lavoro lunedì mattina, ad esempio, siamo in uno stato di alterazione; un’alterazione rispetto a ciò che l’essere umano realmente è. Grazie alla musica o altre forme d'arte o pratiche, si può ritrovare un contatto con una dimensione primordiale dell’essere umano, che secondo me è più naturale e che sicuramente le persone venute prima di noi conoscevano molto bene, frequentavano più spesso. Noi come esseri umani moderni forse abbiamo perso quel contatto con quella parte così autentica, e se mi passi il termine, divina della natura dell'essere umano. La meditazione o determinati tipi di pratiche musicali che fanno parte di una pratica meditativa ci riconnettono a uno stato che, a mio parere, è molto più naturale: uno stato in cui sei più attento a quello che succede – sia dentro che fuori di te, i sensi sono ampliati, non ritratti. Temo che il vero stato d’alterazione sia quando siamo fuori da quella zona, quello in cui non stiamo manifestando il nostro vero e totale potenziale, ciò per cui la natura o Dio ci ha creati. Questo è il mio modo di vedere.

Diciamo che io tendo a pensare che ci vogliano delle tecniche per poter andare in questo senso: la musica è una, alcune sostanze sono un'altra, l’ipnosi un’altra, le pratiche rituali ancora un’altra...
Non lo dico perché mi stai intervistando, ma sinceramente non assumo sostanze. Confesso di essere un discreto bevitore, anche se sono in una fase in cui vorrei fare a meno anche di quello. Però capisco bene quello che dici. Da diversi anni pratico la meditazione e questo sì, mi permette di entrare in uno stato diverso. Abbiamo dei riscontri oggettivi quando facciamo meditazione. Non sono immaginari, sono oggettivi perché condivisi da tutti quelli che la praticano.

Tornando al tema: sono tante le cose che nella cultura occidentale abbiamo perso. Nel Salento ci sono dei residui tangibili di questa dimensione. Tu sei andato a cercarli più lontano, in Africa.
Io sono andato a cercarli in Africa, ma resto sempre un “pizzicato”. Sono andato in Africa dove fino ad ora non è successo quello che invece è successo in Salento e nel Sud Italia durante il secolo scorso. A un certo punto qui da noi è stato reciso quel filo che ci teneva attaccati alla tradizione, e poi dei ricercatori, che sono fra le persone che stimo più in assoluto, sono andati a ricostruire quello che molto probabilmente era il rituale del tarantismo e anche il codice della musica della pizzica-pizzica. Invece in Africa, un po’ per fortuna e un po’ grazie a come loro sono stati in grado di mantenere questo legame, quella dimensione è tangibile. La vita scorre quotidianamente con questo legame.

Io questo passaggio curiosamente l’ho vissuto. Quando ero piccolo, di famiglia borghese, avevo una governante che continuava a raccontarmi storie legate alla tradizione, alla sorella che era stata internata... Mi raccontava cose che mi dimostravano che quel legame, da qualche parte, non era rotto. Mentre i miei nonni, i miei genitori, si incazzavano terribilmente perché volevano rompere
con quel passato che sembrava quasi vergognoso. Certo, ci sono state figure importantissime che hanno aiutato a ricostruire la tradizione, gli stessi che sono andati sul campo, che hanno fatto un lavoro importantissimo. Però io me ne sono reso conto adesso, ritornando a vivere qua, che c'è tanto legame, c'è tanta gente che quel legame non l'ha perso mai, famiglie che quel legame non l'hanno perso mai.
È molto interessante e molto bella questa cosa che racconti, perché è meno drastica di come l'avevo messa giù io.

In Africa forse questa cosa sta accadendo adesso?
Sì, ora i giovani si stanno allontanando dalla tradizione, a volte per cause di forza maggiore, come l'emigrazione forzata. Bisogna comprendere che la maggior parte dei saperi mistici, anche quelli musicali – perché la musica è sempre mistica in Africa – è custodita nei villaggi, ma la vita nei villaggi è estremamente dura e molti, se non tutti quelli che ne hanno la possibilità, decidono di allontanarsi. Inoltre, tramite i social e le connessioni digitali, oggi è molto più facile sapere che c’è un mondo al di là del villaggio ed è più facile pensare di andare via, oppure scoprire che si è relegati a una dimensione di vita così diversa rispetto al modello occidentale, che sui social impazza. I ragazzi in Africa oggi sono esposti a dei mezzi di informazione più potenti rispetto a quelli a cui siamo stati esposti noi durante il secolo scorso, durante la trasformazione culturale.

Con il disco stai cercando di fare un’operazione dove tutte queste riflessioni sulla tutela si concretizzano musicalmente?
Non ho assolutamente la pretesa di essere un custode della tradizione africana. Sono un grande appassionato, un discreto ricercatore e uno studente di musica africana. Studio la musica africana, cerco di impararla e ti assicuro che è uno scibile enorme – ci sono i Conservatori di Musica in Africa, esattamente come in Europa. Quello che invece cerco di fare è creare un ponte tra il territorio e i reali custodi della
tradizione, come ad esempio Petit Solo Diabaté. Lui è davvero un custode della tradizione e io cerco di fare da ponte. Questo disco e le altre attività di Circular Music hanno sempre questo obiettivo. Anche nel disco, faccio da ponte tra il violoncello, strumento della musica classica europea per eccellenza, e gli strumenti della musica classica africana. La kora è uno strumento classico, ha più di 1000 anni…molto più vecchia del pianoforte, se vogliamo. In Crossing faccio da ponte tra il repertorio classico europeo e il repertorio classico africano.

Questo spiega la formazione. Perché questa formazione specifica?
Con Diabaté c’è una collaborazione che va avanti dal 2019. È una persona squisita, è un caro amico, mi ha aiutato in tantissime occasioni. Paradossalmente io e Petit non ci siamo mai incontrati in Burkina Faso, ci siamo incontrati sempre qui in Italia. Lui è stato nostro ospite fin dalla prima edizione del Circular Music Afro Festival, il nostro festival dedicato alla musica africana. Dall’altra parte il violoncello, con la sua versatilità e l’estensione perfetta per lo scopo, suonato magistralmente da Marco Schiavone, è sia andato a riempire perfettamente quella gamma di frequenze necessarie per dare stabilità al trio, sia a fare da “counterpart europea” agli strumenti classici Mandengue.

Circular Music AFRO Festival: Quando e dove?
Nel 2019, a Tricase in Piazza Pisanelli. Ci fu questa delegazione di artisti dal Burkina Faso, tra cui Petit Solo Diabaté.

Lui fa parte di una famiglia importante di griot?
Sì, anche se lui ama specificare che griot è una parola francese e che andrebbe sostituita con la parola in lingua tradizionale africana, che è jeli. Sono totalmente d’accordo con questa prospettiva: è l’ora di smettere di guardare all’Africa attraverso il filtro imposto dal colonialismo europeo, iniziare a chiamare le cose con il loro vero nome. 

Il disco ha avuto subito un discreto successo?
Sì, è uscito ed è entrato immediatamente al 15° posto della Transglobal World Music Chart. L’abbiamo inviato anche alla giuria della World Music Chart Europe e vediamo se per marzo otteniamo un qualche risultato. È bello perché è il primo disco di questo trio, è un disco molto sperimentale; quindi, sapere che
piace e avere dei riscontri come questo ci rende estremamente felici. Poi c’è un mio piccolo orgoglio personale: è anche il primo disco della mia etichetta; quindi, è tutto in fase di studio e di test – il processo di distribuzione, di comunicazione, l'ufficio stampa, ecc... Veder arrivare questo risultato così, abbastanza inaspettato devo dire, è un bel ritorno su tutto il processo. Vuol dire che si può fare e sappiamo già cosa migliorare per il prossimo lavoro.

La musica e i testi sono inediti. Ovviamente immagino che ci siano elementi ripresi dalla tradizione...
Qualcosina forse, soprattutto in quello che porta Diabaté, perché lui viene dalla tradizione; quindi, cosa può portare se non la tradizione? Però tutto è rielaborato in maniera estremamente inedita. Il brano più tradizionale dell'album è sicuramente "Kareh Bra", che fa parte proprio della tradizione dell'etnia di Petit Solo Diabaté.

È stupendo quel brano…
Anche a me piace tanto. È stato riarrangiato assegnando al violoncello una parte di balafon. Petit Solo Diabaté è di etnia Siamou, una delle 74 etnie presenti in Burkina Faso, ed è custode della tradizione musicale dell’etnia Siamou e loro suonano il balafon in coppia. In “Kareh Bra”, mentre Petit Solo Diabaté suona la sua parte di balafon, il violoncello suona la parte che suonerebbe l’altro balafonista. È stato fatto questo scambio che secondo noi funziona. Anche il ritmo che suono sulle percussioni è un ritmo della tradizione Siamou e la lingua del canto è la lingua Siamou. Sono solo 60.000 parlanti nel mondo, stanno tutti tra il Mali, la Costa d'Avorio e il Burkina Faso. “Kare Brah”, etnomusicologicamente parlando, è sicuramente il brano più ricercato del disco. Tutto il resto è stato composto a briglie sciolte in studio.

I testi li hai scritti tu?
Non ci sono tanti testi, però c’è un passaggio in dialetto salentino. Un brano l'ho scritto io. Si intitola “Mah Korò”, che in lingua Dioula vuol dire “gli antenati”. C’è un passaggio in lingua bambara e, siccome la canzone parla degli antenati, io ho scritto tre strofe dedicate a mio nonno, persona a cui sono molto legato. Porto anche il suo nome: Giovanni detto Nino. Anzi, ho scelto di chiamarmi in musica “Nino Martella” pensando al nonno. È una figura che io non ho mai conosciuto, però lo sento tantissimo. Devo dire la verità, forse avrei lasciato la musica se in determinati momenti della mia vita non mi fossi sentito in
qualche modo sostenuto da lui, o da questa presenza che ricollego a lui. 

Quando hai cominciato ad andare in Burkina?
Nel 2016, quindi sono 10 anni adesso. A marzo ci torno per due settimane, rientro in Italia e poi ci riparto a maggio. Sto progettando anche un viaggio per dicembre. Quando vai là ed entri nei villaggi ti sembra proprio di stare nei racconti del Salento di 70-80 anni fa: asinelli, strade sterrate, l'acqua presa dal pozzo; si vive insieme, la gallina che razzola, la musica. 

La connessione è evidente.
Non stiamo dicendo nulla di eclatante: l'uomo “occidentale” ha smesso di vivere per come ha quasi sempre vissuto - da quando eravamo cacciatori/raccoglitori o agricoltori - solo da 200 anni a questa parte. Negli ultimi 200 anni è cambiato tutto, soprattutto il rapporto con la natura. È facile capire che i punti di connessione fra le tradizioni globali sono tantissimi. Siamo uguali, in qualche modo, dappertutto.

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