Con la pubblicazione di “Ilahi”, nel 2024, Tito Rinesi ha completato una trilogia di album dedicata ai canti sufi iniziata con “Dargah” (2021) e proseguita con Rameshgar (2021): 36 brani cantati in lingua turca antica. Parallelamente ha lavorato con Piero Grassini e Giovanni Calcagno a “Khosrow e Shirin”, tratto dal poema persiano di Nezami “Panj Ganj”, narrazione dell’intensa storia d’amore tra il re persiano Khosrow e la principessa armena Shirin. Con il nuovo album riprende il cammino iniziato nel 2008 con il brano cantato in latino “Resurrexi”. Di quel brano, incluso nell’album “Meetings”, scrisse Franco Battiato: “Un brano magnifico che segue la falsariga del raga indiano su un tempo di 7/4 e approda a una sacralità cristiana. Un solo peccato: è l’unico brano cantato”. Con ogni evidenza, Tito Rinesi ha trovato una via che gli permette di prendere molto seriamente gli insegnamenti di Battiato e di ritornare a “Resurrexi”, con cui chiude il nuovo album, cui accosta undici nuove composizioni, nove in italiano e due in inglese: un lavoro ricco e coerente che gli abbiamo chiesto di raccontarci.
Come hai coltivato il tuo canto e quale rapporto ha con le altre tue pratiche strumentali?
Ho cantato da sempre, fin da quando, adolescente, ho imparato i primi accordi sulla chitarra acustica; sapevo a memoria tutte le canzoni di Bob Dylan e dei Beatles (più qualcosa dei Beach Boys, di Simon & Garfunkel, di Joan Baez…), e mi divertivo a cantarle in controvoce insieme ai miei amici. Ho iniziato a comporre canzoni molto presto, il primo deposito in SIAE risale al 1972, si trattava di “Go on” un brano che eseguivamo con il mio primo complesso, che si chiamava Living Music, influenzato allo stesso tempo dalla Beat generation e dall’India – con quel brano ci piazzammo al primo posto del Festival di Avanguardia e Nuove Tendenze. Proprio da lì, adesso che lo guardo dopo tanti anni fa, mi sembra che iniziò il mio interesse verso l’incontro tra Oriente e Occidente (siamo stati tra i primi in Italia a suonare, insieme alla chitarra e al basso, strumenti come il sitar, le tabla e il flauto traverso) E quindi, avanti con chitarra e voce per tanti anni e in tante situazioni diverse, fino agli anni ’80 in cui il lato economico della vita mi ha chiamato verso lidi più remunerativi, cioè la composizione di musiche per gli spot pubblicitari,
per il teatro, il cinema, e principalmente per la televisione (solo per la RAI credo di aver composto almeno 250-300 brani, sempre in ambito etno/world) Sono stato perciò assorbito da questo lato “artigianale” della composizione eminentemente strumentale anche se, allo stesso tempo, coltivavo le mie ricerche e i miei studi relativi alle musiche tradizionali del mondo. Dagli anni ’90 in poi ho approfondito lo studio del canto dell’India del Nord (sia nello stile Khyal che nello stile Dhrupad), poi mi sono immerso nella tradizione sufi turco-ottomana, con qualche incursione anche nella meravigliosa tradizione musicale persiana.
“Oltre” sembra rimandare alla dimensione spirituale e in particolare al pellegrinaggio: in che modo sono legate alla tua musica e quali esperienze in particolare sono state significative per te?
Certamente la dimensione spirituale è ben presente in questo album, che rappresenta la “summa” del mio cammino fin qui, e il riconoscimento, pieno di gratitudine, verso le guide che hanno nutrito la mia ricerca; a cominciare dall’incontro con il Pandit Pran Nath (maestro di musica e di vita degli esponenti della minimal music americana come Terry Riley, Philip Glass, Steve Reich etc.) il cui concerto ha aperto per me nuovi orizzonti, sia musicali che interiori
Come si colloca questo album rispetto ai tuoi lavori precedenti?
Questo album (il nono come solista in ordine di tempo) per me rappresenta la naturale evoluzione e il compimento di tutto un cammino, iniziato con le prime sperimentazioni digitali, poi con il passaggio dalla chitarra acustica agli strumenti come il saz e il bouzouki, le composizioni per pianoforte e poi per orchestra sinfonica, per arrivare alla trilogia dedicata alle musiche e ai canti tradizionali Sufi. Come nel gioco dell’Oca, si parte per fare tutto un giro e alla fine ritrovarsi al punto di partenza, cioè la forma canzone in italiano (ma con un consistente bottino di esperienze e impressioni accumulate lungo la strada)
Nell’album accosti testi da diverse tradizioni religiose: quali elementi di affinità e quali di discontinuità fra queste tradizioni e pratiche evidenziano i testi e le musiche che hai raccolto in “Oltre”?
Nel mettere insieme le varie tradizioni religiose e musicali ho sempre cercato (e trovato) solo affinità – non tanto nelle tecniche o nella manifestazione estetica o formale, che rappresentano comunque una diversità, una testimonianza e una ricchezza necessarie – ma in quello che si potrebbe definire il “sentimento religioso” sottostante, che accomuna i credenti e i musicisti di ogni parte del mondo. Come diceva il leggendario suonatore di shenai (strumento indiano a doppia ancia) Bismillah Khan: “se il mondo fosse governato da musicisti, invece che da politici (il più delle volte corrotti), non ci sarebbero più le guerre”
Nella tua personale linea del tempo, che significato hanno queste “tappe”: la liturgia bizantina del IX secolo D.C, i versi di Omar Khayyam, Nezami Ganjavi, Farid al Din Attar, Rumi, Yunus Emre, Gurdjieff, Renè Daumal?
Sono stato allevato ed educato secondo i principi fondanti del Cristianesimo – mia madre era una fervente seguace di San Francesco, e contemporaneamente mi ha trasmesso il suo sentimento, basato sulla fede totale nella Divina Provvidenza. In effetti nella sua vita, come nella mia e forse in quella di tutti, particolarmente nei momenti più difficili, qualcosa arriva in aiuto, per chi riesce a credere e ad affidarsi. Per cui per me è stato naturale riconoscere gli stessi valori nei dervisci e nei mistici sufi: quante volte abbiamo sentito pronunciare “Inshallah” (se Dio vuole) o anche elogiare la virtù della pazienza? Da questo è derivata la passione per i versi di poeti sublimi come Rumi, Attar, Yunus Emre, Omar Khayyam, Hafez e Nezami. E figure come quella di Gurdjieff hanno giustamente riconosciuto l’importanza e la necessità di questo incontro tra culture diverse; egli diceva infatti: “prendi la saggezza dell’Oriente e la conoscenza dell’Occidente, e poi inizia a cercare” E tutto il suo sistema filosofico/spirituale è la testimonianza di questo incontro: lo vediamo anche nelle tante composizioni musicali che ci ha lasciato, dove le evidenti fonti orientali e medio-orientali - basate solo su ritmo e melodia - vengono sviluppate armonicamente con l’aiuto del pianoforte. Uno dei suoi allievi prediletti, il famoso poeta e scrittore René Daumal, tra l’altro
studioso e traduttore dal sanscrito dei poemi tradizionali dell’India, ha scritto un poema meraviglioso come “La guerra Santa”, in cui rende evidente che la vera guerra non è contro gli altri ma contro la parte più addormentata ed egoica di sé. Il testo di un’altra sua poesia intitolata “L’uomo invisibile” è diventato poi un brano presente in questo mio ultimo album.
Cosa puoi dirci rispetto ai processi compositivi e al rapporto versi, metriche, musiche?
Ogni brano ha la sua storia, e ha percorso itinerari diversi: in alcuni casi sono partito dal testo, come nel caso di “Entanglement”, di “O amore” di Rumi, o di “Resurrexi” (preso dalla liturgia bizantina) Ma nella maggior parte dei casi sono partito da una frase musicale, da una piccola melodia. Erano come dei semi iniziali che ho innaffiato nell’arco dei mesi e degli anni, che ho scolpito un po' alla volta, seguendo un processo organico non facile da esprimere; per me ognuno di questi brani è come se esistesse già, da qualche parte e, man mano che lo provavo e riprovavo si modificava sotto le mie dita, al di là di me e di ogni processo intellettuale o creativo personale. So solamente che, finché non arrivava ad esprimere compiutamente quella forma esatta che lo aspettava, per me non era finito…
Vuoi introdurci i tre musicisti che suonano con te, Stefano Indino, Carlo Cossu e Giovanni Lo Cascio? Perché hai scelto queste sonorità e strumenti?
Volentieri, iniziamo dicendo che le prime registrazioni le ho fatte con i miei strumenti a corda, il saz e il bouzouki, con i quali ho steso una prima struttura e pensato un arrangiamento. Dopo di questi ho aggiunto la mia voce e poi man mano gli altri strumenti, secondo la tecnica di registrazione multitraccia. A questo punto è arrivato il maestro Stefano Indino con le sue fisarmoniche, che ha iniziato a dare corpo e armonia alle mie melodie, portando subito una bellissima apertura e un respiro all’interno dei brani. Dopo è stata la volta di Carlo Cossu, fantastico interprete alla viola e al violino, che collabora con me da tantissimi anni e che porta con sé un livello di affidabilità e di professionalità assolutamente invidiabili; anche lui ha
suonato le varie parti in multitraccia con i suoi due strumenti. Devo a questo proposito menzionare il maestro Luigi Cozzolino, violinista del Maggio Fiorentino, che ha arrangiato in maniera molto sobria e creativa le parti degli archi, e al quale sono particolarmente grato per il suo contributo. E infine ha registrato Giovanni Lo Cascio, che ha suonato percussioni di ogni genere, dal tombak persiano, all’udu africano, dalla daholla medio-orientale alla tammorra napoletana, dal cajon sudamericano a vari tipi di tamburelli e di shakers. Ritmi e strumenti da tutto il mondo, suonati con maestria, versatilità e grande creatività. La scelta di mettere tutti questi strumenti insieme rispecchia la direzione compositiva che porto avanti da sempre, e cioè l’incontro e l’abbraccio tra le tradizioni musicali dell’Oriente e dell’Occidente. E l’utilizzo di scale prettamente orientali in questo contesto, ha potuto generare accordi e armonie abbastanza inusuali nella nostra cultura. Ho mescolato insieme alcuni strumenti caratteristici dell’occidente, come la fisarmonica, il violino e la viola, e alcuni strumenti medio-orientali come il saz, il bouzouki, e poi tutte le varie percussioni world. E il suono che ne è uscito lo trovo abbastanza originale, a me piace molto - spero valga lo stesso anche per chi ascolta.
Hai scelto di dare una voce femminile, quella di Ylenia Notaro, ai versi di “Yunus”, ispirato ai versi del poeta turco Yunus Emre: com’è nato questo invito?
Ho sempre apprezzato la bellissima voce di Ylenia, che ha partecipato anche ai miei tre CD precedenti dedicati alla tradizione Sufi; e, anche se negli altri brani di questo album ho spesso doppiato la mia voce con dei controcanti, in questo brano in particolare avevo bisogno di una voce che si distinguesse dalla mia perché - e probabilmente non molti l’avranno notato - c’è un momento in cui le nostre due voci si incontrano e si danno, come dire, il cambio: succede quando Ylenia canta una frase che finisce con la parola You, e a questa si sovrappone la mia voce che canta foneticamente la stessa parola, ma non
esattamente, perché il mio You in realtà è lo Yu di Yunus; leggendo il testo tutto questo diventa molto chiaro… Questo brano è un omaggio al poeta e mistico sufi Yunus Emre: molti suoi brani, che ho cantato in lingua turca antica, sono presenti nella trilogia che ho dedicato alla tradizione Sufi, e che comprende i CD “Dargah”, “Rameshgar” e “Ilahi”
“Resurrexi” coinvolge il Maestro Michele Fedrigotti che dirige gli archi dell’Orchestra dell’Opera di Roma e dell’Orchestra di Santa Cecilia, Paolo Botti e Ares Tavolazzi: come avete concepito questo arrangiamento? Avete registrato altri brani con quella formazione? Vi ascolteremo dal vivo?
“Resurrexi” è un brano in latino che era già presente in un mio CD del 2008, unico brano per voce e archi, mentre gli altri erano tutti strumentali, e l’ho completamente remixato e rimasterizzato in questa nuova versione. Quel disco si intitolava “Meetings” ed era interpretato preminentemente da un’orchestra sinfonica diretta da Michele Fedrigotti, che in molti brani ha anche suonato il pianoforte. Ares Tavolazzi, ex-contrabbassista degli Area e mio fratello gemello (siamo nati a poche ore di distanza l’uno dall’altro) mi fece l’onore di partecipare in questo brano, cui partecipò anche Paolo Botti, che seppe interpretare in maniera magistrale il solo di viola che si sente a metà del brano, e che in qualche modo, con i suoi dolci glissati, richiama alla mente la tradizione musicale dell’India del Nord. Devo dire che “Resurrexi” piacque molto a Franco Battiato, che mi stimolò, dopo tanti anni di composizioni strumentali, a riprendere la strada del canto.
Dove potremo ascoltarti? Quali progetti stai coltivando?
Al momento sono impegnato nella promozione di questo album, che ha richiesto dieci mesi di lavoro (composizione, arrangiamenti, registrazioni, editing, mixaggio etc.) e sono comunque in giro con vari spettacoli: concerti in duo, trio o quartetto dedicati alla musica e ai canti tradizionali sufi; un concerto dedicato interamente a Yunus Emre; uno spettacolo con attori, danzatrici e musicisti che si intitola “Il derviscio di Bukhara” e infine una rappresentazione teatrale del poema persiano di Nezami “Khosrow e Shirin”.
Tito Rinesi – Oltre (La Levantina, 2025)
La copertina di “Oltre” opera una sintesi delle migliori pennellate e sequenze di sfumature offerte dalle tele di Folon. Proietta occhio e orecchio di chi si avvicina ai dodici brani verso un orizzonte in ascesa, punteggiato da cime di colline e montagne, in una sequenza potenzialmente infinita in cui ogni contorno è riconoscibile mentre interagisce e contribuisce a mettere in evidenza le forme circostanti. Allo stesso modo, le canzoni inanellate da Tito Rinesi in “Oltre” sanno sia richiamarsi, sia distinguersi fra loro. Gli strumenti che accompagnano e a dialogano con il canto godono di una registrazione con una presa del suono cristallina abbinata a precisione e cura sia nelle esecuzioni, sia nella spazializzazione delle diverse voci. Questo veicola la sensazione che ogni brano sia sapientemente intagliato e solennemente scandito per infondere un senso di preghiera, di versi radicati in una sequenza di metafore e di inviti ad esplorare come tradurre in ricerca spirituale il peregrinare individuale e collettivo nel mondo. I primi tre brani – “Nell’imperfezione”, “Qui, rimani qui”, “Segnali nascosti” - vanno a formare un comune arco narrativo in cui la voce entra quasi subito in gioco a offrire melodie danzanti che riverberano nel riuscito gioco di controcanti della parte strumentale. La successiva “Entanglement” (a dispetto del titolo, cantata in italiano) apre un secondo trittico, insieme a “O amore” e “L’usignolo e la rosa” (ispirata dai versi dei poeti sufi persiani Omar Khayyam e Farid al Din Attar). Sono brani caratterizzati da toni più gravi, dal ricorso all’ostinato e, nelle prime due canzoni, da maggiore spazio a disposizione dello sviluppo delle linee strumentali e di arrangiamenti che alternano la voce solista, a tratti in chiave di recitativo, a parti corali a carattere melodico, senza legarle alla parola. Ad inizio della seconda parte dell’album, “Lilith” e “Yunus” vengono accostate e legate dall’uso dell’inglese. In “Lilith” la lingua inglese si alterna a quella latina in un’atmosfera eterea accentuata dall’assenza del ricorso a toni gravi nella parte percussiva che, invece, entrano in gioco grazia al tombak persiano, in “Yunus”, accentuando lo spessore dei toni acuti della bella voce di Ylenia Notaro che dilata lo spettro vocale, intersecando e andando ad armonizzare quella di Tito Rinesi. Dopo aver attinto al turco di Yunus Emre per la trilogia di album sufi, Tito Rinesi gli rende omaggio in inglese con versi funzionali anche a sottolineare il nome del poeta. Le voci leggono in chiave binaria un ritmo scandito come ternario dalle parti strumentali, accentuando il senso di sosta e riflessione richiesto dall’ascolto della voce, rispetto all’invito alla danza che viene dalle parti in cui sono protagonisti gli strumenti a corde. “Oltre” è un inno alla vita come ricerca in cui tutti i timbri e le soluzioni melodico-armoniche trovano un vibrante equilibrio producendo l’arrangiamento forse più “accessibile” anche a orecchie meno abituate a queste sonorità. “Pecore nere” viene introdotta dai ritmi e dai timbri solenni del tombak persiano a scandire un incedere che ben accompagna versi che celebrano il pellegrinaggio e la capacità di proseguire il proprio cammino anche controcorrente. Il penultimo brano, “L’uomo invisibile”, sembra rimandare a musiche di corte con timbri e ritmi funzionali a far risaltare il modo in cui i versi di Renè Daumal ironizzano sulle maschere che caratterizzano le relazioni quotidiane. “Resurrexi” rende esplicita, anche nei versi, la dimensione della preghiera, riprendendo una liturgia bizantina del IX secolo con un arrangiamento sinfonico che sembra fermare il tempo e, insieme, amplificare lo spirito dell’intero album.
Alessio Surian


