Progetto Parthenias – SĪRĒN (Autoprodotto, 2025)

Ha il sapore della Campania periferica questo ottimo album d’esordio del Progetto Parthenias, un duo di musicisti molto aperti alla sperimentazione e legati al patrimonio espressivo e musicale della periferia vesuviana. Il duo è composto da Maria Gerarda Cavezza (voce, tamburi a cornice, live electronics) e Alessandro Arcella (polistrumentista), i quali, dopo diverse esperienze nell’ambito musicale e coreologico, confluiscono i loro suoni in un album pieno di passione, nuovo sotto molti versi e bello da ascoltare. Bello un po’ in tutti gli elementi che lo compongono, a partire dalla voce femminile, che richiama un timbro a tratti originale e a tratti antico ma sempre fuori squadro, verificato nella sua frammentarietà diretta, fuori cioè da un’estetica e da una linearità fin troppo rappresentate e riconoscibili. Si parte da qui ma si arriva subito al timbro generale dell’album, che conta dieci brani, sia tradizionali che originali, e che attira velocemente l’attenzione di chi ha la passione per gli stilemi della musica tradizionale di quell’area – e riconoscendoli prova agio, conforto – ma che, allo stesso tempo, ricerca qualche elemento di novità. Ricerca qualcosa che restringe il confort e ristabilisce, o semplicemente indica, la possibilità di un ordine diverso. A ben vedere ci sono molti elementi che caratterizzano quello scenario sonoro – riprodotto in mille modi e analizzato in altrettanti – ma nel loro insieme, nell’ordine pratico che si ricompone in “SĪRĒN”, quei suoni muovono qualcosa di nuovo (possiamo provarlo già dal primo brano tradizionale “Caruta na stella”). Lo ripeto, probabilmente ha a che fare con il timbro generale del lavoro ma l’impressione più profonda – quella impigliata fondamentalmente nell’ascolto – è che ci sia qualcosa di forte che sposta un baricentro. Non si può escludere che sia l’approccio orientato da una sorta di tensione primaria, cioè che si innesta in una prima prova, nel primo tentativo compiuto di raccontare e rappresentare la posizione di due musicisti che si sporgono sulle righe di una narrazione musicale articolata e storico-contemporanea. Una posizione esposta a tutti i venti e quindi instabile, e quindi dinamica: una posizione che nasce sì pressata dallo stesso spazio entro il quale si prova a conquistarla, ma che rimarca con evidente dignità la libertà di esprimere una propria percezione di quello stesso spazio. Il secondo brano in scaletta, “Per te”, rappresenta, con evidenza inconfutabile, questo equilibro magistrale. Innanzitutto, perché è un originale (con testo e musiche proprie) e poi perché racchiude l’equilibrio neutrale del fare pragmatico e necessariamente distaccato, anzi indipendente, del provare per verificare come le mie voci dialogano con le voci della tradizione (intendiamo voci per suoni, ritmi, storie) e come queste provano che c’è sempre posto per le donne e le madonne – a patto che si raccontino con fierezza e devozione. Dentro a questi poli – che non definiamo opposti ma significanti – riconosciamo la volontà del duo di vagare e ricercare, selezionare e scegliere. Di non fermarsi ovviamente agli stereotipi (ovviamente perché in queste pagine non ne scriveremmo: non perché siamo snob ma perché abbiamo tanta musica di cui scrivere) e nemmeno ai calcoli. Entrambe le circostanze sono verificate con attenzione. Da un lato perché la questione del “tradizionale” – e quindi del riferimento ai brani belli e che prendono – è relegata a pochi passi della scaletta, e quei pochi non sono certamente da presa facile. Dall’altro perché la musica, nel suo insieme, graffia. Cioè spinge, smuove, strattona in tutta la sua bella e serena serietà. Se cerchiamo, in conclusione, qualcosa di rassicurante non lo troviamo qui. Se cerchiamo però qualcosa di molto ottimista, nell’impianto e nella realizzazione musicale, qui lo riconosciamo. In attesa, ce lo auguriamo, che il duo ci faccia conoscere, oltre alla marcia cha ha avviato, il nuovo orizzonte che vorrà solcare. 


Daniele Cestellini

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