Rocío Márquez – Himno Vertical (Delirioyromero Producciones, 2025)

“Himno Vertical” è l’ultimo album pubblicato da Rocío Márquez, prodotto insieme al chitarrista Pedro Rojas Ogáyar. Questo lavoro continua il processo artistico di Márquez che si distingue per un equilibrio tra la tradizione e la sperimentazione. Dopo aver consolidato la sua fama nel flamenco classico con “Claridad” (2012), infatti, ha iniziato un percorso di sperimentazione musicale nell’album “Firmamento” (2017) e successivamente in "Tercer Cielo" (2022) insieme a Bronquio, in cui il flamenco si è immerso nel mondo dell’elettronica. Ora la cantante di Huelva continua la sua personale ricerca artistica all’interno di un flamenco capace di contenere suggestioni e contaminazioni che potrebbero essere difficili da accostare: dalla musica classica, dal rock all’elettronica (per citare almeno i principali generi musicali che sentiamo presenti nell’intero album). Questo album, che dura trentasei minuti, un tempo inusuale per la discografia moderna, può essere considerato un complesso arazzo musicale, con una molteplicità di sottili fili contenuti nelle undici tracce e che solo al termine di un attento ascolto riconsegnano all’ascoltatore l’intero discorso musicale, intimo, introspettivo, appassionato, profondo e poetico. I testi delle canzoni, scritti e intessuti dalla stessa Rocío Márquez, si immergono anche nella poesia di William Shakespeare, Juan de la Encina e Friedrich Schiller. Partiamo da alcune parole della stessa cantante che afferma come il processo di generazione compositiva nasce all’unisono con l’eclettico musicista Pedro Rojas Ogáyar in una dinamica di lasciarsi morire per rinascere; entrambi, infatti, stavano vivendo un lutto, (Pedro per la morte del padre, Rocío per quella di una cugina, a lei molto vicina) e necessitavano transitarlo attraverso l’arte, integrandolo, attraversandolo. Il dolore per il lutto, dunque, non diviene l’ultima parola sulla vita ma si trasforma così in un punto di partenza e di rinascita (dall’intervista Rocío Márquez (la entrevista Himno Vertical) - RPS Presents - Podcast on iVoox). L’album presenta tre momenti recitati che costituiscono l’intelaiatura del lavoro (“Obertura” – “Interludio” – “Finale”) attorno ai quali si sviluppano i brani che seguono i palos flamenchi, ossia le forme musicali tradizionali: fandangos, seguiriya, soleá, malagueña, guajira, tangos, bulerías. Tuttavia essi vengono decostruiti attraverso un processo musicale attento e rispettoso, mentre la voce della cantante si incarica di rendere viva la magia della coesione sonora, tenendo, in un onirico equilibrio, i molteplici mondi musicali che si sviluppano e si intersecano. Il testo della prima traccia, “Dictado”, mette in luce come l’artista sia mediatrice, quasi una profetessa, ossia colei che fa risuonare delle vibrazioni – che sorgono in questo caso dal profondo di se stessi come dice nel testo: “Me llegan voces, me dictan cosas, no sé qué cosas..., son vibraciones. / Estoy atenta, no son del bosque ni las estrellas, ni de los dioses. / Me llegan voces que son de adentro, humildemente desde los huesos. / Hago un silencio. Me llegan voces — estoy atenta — desde mi adentro". (Mi arrivano voci, mi dettano cose, ma non so cosa… sono vibrazioni. / Sto attenta, non appartengono al bosco, né alle stelle, né agli dei. / Mi arrivano voci che sono interiori, umilmente dalle ossa. / Faccio silenzio. Mi arrivano voci – sto attenta – dalla mia profondità.). Da un insieme di suoni discordanti e sovrapposti di corde, pizzichi, rumori, elettronica si fa improvvisamente silenzio; la voce della cantante, in un istante, prende per mano queste sonorità e le riconduce all’armonia – dal caos al kosmos – , ne dà un senso senza cambiare gli elementi, ma mettendoli in un ordine armonizzato. È un canto che ha la capacità di sanare, di accompagnare, di ordinare, umilmente, come dice nel testo, facendo silenzio, facendo tacere prima le mille voci esterne. La parola è al centro dell'omonima canzone, “Palabra”, brano in cui tutto è incentrato sulla voce che si sviluppa appoggiandosi soavemente su un arpeggio evocativo di chitarra e pochi inserti di violoncello di Isadora O’Ryan. È una rilettura in musica della poesia del poeta Roberto Juarroz, tratta dall’opera “De Poesía vertical I”, a cui lo stesso album, sin dal titolo, si ispira. È una parola generativa quella che viene cantata: “Encontraré una palabra, que fecunde, ay! en tu vientre, / que te abra, amor, los ojos como un cielo que no llueve (Troverò una parola che fecondi, ahimè, il tuo ventre, / che ti apra gli occhi, amore, come un cielo senza pioggia) e che non si comprende solo intellettualmente: Tú tal vez nunca la escuches o tal vez no la comprendas / y no será necesario / porque por tu interior rueda (Forse non la sentirai mai o forse non la capirai / e non sarà necessario / perché dentro di te rotola). Questa parola lavora costantemente e non si stanca di entrare in profondità con chi l’ascolta; è capace di andare oltre il caduco, l’hic et nunc, che si pone di fronte all’estremo momento della vita, la morte: “Irá al fin de punta a punta / más allá de cuando mueras, / dando sentido a estas noches / que atravesamos en vela (Andrà finalmente da un capo all'altro / oltre la morte, / dando senso a queste notti / che trascorriamo in veglia). Diviene, così, una parola salvifica, nel senso che appartiene all’infinito dell’essere umano che è essere in relazione, tra un io e un tu, in un costante circolo ermeneutico: Le pido a Dios llorando / que en mí encuentre la palabra / y a ti te la vaya dando, / que en ti encuentre la palabra / y a mi me la vaya dando (Chiedo a Dio piangendo / che trovi in me la parola / e la dia a te, / che trovi in te la parola / e la dia a me). Le ombre fanno parte dell’esperienza umana come si ascolta nel brano “La sombra” una malagueña dai suoni rarefatti, onirici, avvolgenti, dove la voce non ha punti di appoggio; non rimane altra scelta che attraversare questo momento: “Voy a vivir la sombra desde adentro” (Vivrò l’ombra dal di dentro) nella forte speranza che “la luz saldrá a mi encuentro” (la luce mi verrà incontro). Questo finale di canzone sembra fare eco alla canzone "Anthem" di Leonard Cohen in cui dice: “There is a crack in everything, that's how the light gets in” (“C'è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce"). La luce esistenziale la si percepisce in ciò che è oscuro, in ciò che è in disarmonia con la realtà che siamo soliti percepire. L’oscurità provoca timore, così come il ricordo di un passato ferito, come Rocío canta in “Aire”, in un’alternanza di sonorità melanconiche, proprio come le emozioni che provocano i ricordi: “Luego pesan pesares ya pasados, / y apunto pena a pena lentamente, / triste cuenta de llantos ya llorados, / que pagados, hoy pago nuevamente” (Poi pesano i rimpianti ormai passati, / e annoto lentamente ogni pena, / triste conto delle lacrime già versate, / che pagate, oggi pago di nuovo), che fa eco al Sonetto 30 di William Shakespeare. Ma il brano cambia di aspetto, come l’animo umano capace di non sostare definitivamente nel passato doloroso: e così le percussioni di Agustín Diassera aprono a paesaggi musicali più luminosi e solari, come anche il testo: “Solo nos queda confianza y fe” (Ci restano solo fiducia e fede), in un grido di ostinata speranza. Il finale è affidato al brano “Destino”, una rilettura di una poesia di Roberto Juarroz tratto dall’opera “Poesía Vertical II”, una lode al cercare di abbracciare il tutto dell’universo: “Más que apuntar a algo, / la clave es apuntar a todo”. (Più che mirare a qualcosa, / la chiave è mirare a tutto). Ma questo gettarsi nell’universo è un processo individuale, personale come canta nell’ultimo “Dictado”. Non tutta la vita è comprensibile – “No importa siquiera que lo comprenda yo” (Non importa nemmeno che io lo capisca) – dice la cantante, troppi sono gli aspetti che ci possono sfuggire ma questa è anche la sfida umana, ossia di stare in un equilibrio tra gli abissi, cercando la propria strada tra le molteplici possibilità, di cercare la vita anche laddove forse non ci aspetterebbe di trovarla, un germoglio che diviene momento di speranza e di inattesa generatività. La voce flamenca di Rocío Márquez incanta ancora una volta e diviene un Orfeo al femminile, capace di dialogare con i grandi dilemmi della vita, provando, attraverso il suono della parola, a dare eco alle domande dell’essere umano… non provando a dare risposte ma, sicuramente, a lenire le ferite dell’esistenza. 


Claudio Zonta

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