Antibalas – Hourglass (Daptone Records, 2025)

Registrato live in due giorni di sessioni frenetiche ed esilaranti (così dicono i protagonisti) nello Studio G di Brooklyn e prodotto da Joel Hamilton, “Hourglass” marca probabilmente uno dei livelli più alti raggiunti dalla composizione, l’esecuzione e, in generale, l’ispirazione degli Antibalas. Per ragioni evidentemente legate alla storia della band e, di conseguenza, alla storica e fondante passione per le lingue dell’afrobeat. Da un lato – ci ricorda Martìn Perna, fondatore, sassofonista e perno fondamentale della band, che oggi si presenta ufficialmente come un duo, seppur circondato da musicisti satelliti (11 in tutto), tra i quali figurano numerosi collaboratori storici – questo album rappresenta una sorta di rinascita. Non tanto perché gli anni passano e ci si deve reinventare (la band si forma nel 1998 e pubblica il primo album “Liberation Afrobeat” nel 2000), ma per l’insicurezza crescente, che invade tutti e che costringe a guardare le cose con occhi diversi. Questa indeterminatezza è stata senz’altro acuita a partire dagli anni del Covid, che hanno fermato anche la band newyorchese, impegnatissima in quel periodo in un tour mondiale per promuovere “Fu Chronicles”, album nominato ai Grammy Awards nella categoria Best Global Music Album. Dall’altro perché – forse per gli Antibales addirittura più che agli esordi – il messaggio dell’afrobeat, che riconduce a una forma di liberazione e libertà espressiva travolgente, è vivo e necessario oggi più che mai. Attenzione, non solo in termini politici e storici, ma anche artistici. Lo diciamo inebriati dalla bellezza delle sei tracce strumentali che compongono l’album e ne siamo, a questo punto, convinti più che mai: l’elaborazione sonora che Fela Kuti impastò con i suoi ritmi e il suo sassofono aveva una corrispondenza evidente nell’immagine di un corpo che era sì politico (il suo e quello dei suoi musicisti), ma soprattutto musicale. Di un insieme di corpi che muovevano l’aria in modo del tutto nuovo – tanto da attrarre l’attenzione (restiamo sempre nell’ambito artistico) di musicisti di ogni parte del mondo (potremmo addirittura citare Paul McCartney, che ancora oggi si commuove ricordando il primo concerto che vide di Fela a Laos). Questo elemento non si riduce, agli occhi di chi ne conosce la profonda corrispondenza culturale, neanche oggi, in un contesto internazionale mutato in modo ragionevolmente irreversibile. In aggiunta a questo vi è il fatto che “Hourglass” rappresenta un processo di introspezione della band, i cui tratti più significativi emergono nella compattezza ritmica, nella varietà strumentale e degli incastri dei suoni, fino a incontrare uno dei capisaldi che rende l’album imperdibile. Lo abbiamo già accennato, “Hourglass” è strumentale e, per questo, pone chi ascolta nella condizione più favorevole per verificare la sua coerenza strutturale e la sua bellezza, mentre ha posto chi lo ha suonato in quella dimensione di elevazione, che ammaglia tutti (loro compresi, crediamo) e accrescerà senz’altro gli appassionati del genere. Al riguardo, è lo stesso Martìn Perna – il quale condivide questo momento aureo del gruppo con il chitarrista Marcos García – che illustra la scelta di suonare senza cantare, riconducendo la produzione della band ai veri temi della contemporaneità (cambiamento climatico, deriva militaristica, oligarchia, post-capitalismo, nazionalismo, ecc.) affrontati un po’ in tutti gli album precedenti: “Hourglass è una meditazione strumentale su questi temi, che questa volta si esprime attraverso la melodia e il ritmo” e una volta che una canzone ha un testo, chiunque non parli quella lingua ne resta fuori. Usiamo il ritmo e la melodia per tradurre le emozioni dell'album e renderlo universalmente accessibile”. Non saremo noi a dargli torto. 


Daniele Cestellini

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