Nell’ultimo romanzo di Ian McEwan (“Quello che possiamo sapere”, Einaudi, 2025) lo studioso Thomas Metcalfe cerca di ritrovare un poema scritto nel 2014 dal poeta Francis Blundy per la moglie, di cui rimangono solo le ammirate testimonianze dei pochi presenti la sera in cui fu recitato. Metcalfe intraprende la sua ricerca nel 2120, in un futuro quindi a noi abbastanza vicino, in cui però la Terra è profondamente cambiata, a causa della crisi climatica e di un’inondazione determinata dalle esplosioni di alcuni ordigni nucleari. Gran parte delle terre di pianura del pianeta sono state infatti invase dalle acque, e la stessa Gran Bretagna si è trasformata in un arcipelago di piccole isole. Nel corso della sua ricerca Metcalfe si confronta continuamente con i ricordi e i rimpianti per un paesaggio perduto, quello dell’Oxfordshire, che è ormai possibile rievocare soltanto attraverso le opere letterarie o i saggi scientifici descriventi la natura di quei luoghi. Ebbene, se oltre che ai libri Metcalfe si dovesse affidare ai suoni per raccontare il paesaggio inglese e la cultura che da esso ha mutuato molti dei suoi tratti caratteristici, pensiamo che non ci sarebbe miglior gruppo dei Leveret e migliore musica di quella contenuta in “Lost Measures”. Diverse considerazioni ci portano ad affermarlo: molte delle tracce dell’album provengono da raccolte di “country dances”; uno dei brani fa riferimento a John Clare, poeta più volte citato nel romanzo di McEwan; la bellissima copertina disegnata da Alex Merry, che ritrae una farfalla e un leprotto (questo peraltro significa “leveret”) in un paesaggio collinare estivo; nello stesso titolo dell’album c’è poi un cenno diretto a qualcosa di perduto, anche se tale perdita non è definitiva, proprio e anche grazie al lavoro di riscoperta fatto dal gruppo. Ma è soprattutto la grande suggestione e capacità di evocazione che ha la musica di Andy Cutting (organetto diatonico e melodeon), Rob Harbrun (English concertina) e Sam Sweeney (violino e viola) a convincerci che essa sia l’ideale colonna sonora del paesaggio inglese, nel quale l’ascoltatore si sente immerso. Altro punto di forza di “Lost Measures” è la sua unitarietà stilistica, che rende le undici tracce in esso contenute come movimenti di un’unica composizione, senza però che vi sia alcun cedimento alla ripetizione. Questo perché ogni brano è in sé pieno di variazioni, cambi, mutazioni nelle esecuzioni di ogni strumento e nelle relazioni tra di essi, così da arricchire le partiture originali e indurre ad ascolti ripetuti. Ed è allora difficile individuare quel brano o quei brani che spiccano sugli altri, se non lasciando da parte l’approccio analitico per affidarsi alle pure emozioni, a qualcosa di personale e legato all’esperienza e memoria individuale. Da parte nostra apprezziamo in particolare: l’iniziale “Old Abigail’s delight - William Stukeley’s Hornpipe” e “Captain Driver’s delight - There and back again” per le loro sonorità di grande respiro; la coppia di gighe “Hemp dressers - Wakefield hunt”, il cui impianto fortemente tradizionale è rivitalizzato e arricchito dall’ottima interpretazione del trio; il medley “The captain’s lady - Master Tommy’s married” per la ricchezza e vivacità delle variazioni e delle elaborazioni in esso contenute; l’intrigante accoppiamento tra il tradizionale “Trip to Tewkesbury” e il pezzo di composizione (di Andy Cutting) “Hinger hill”; la delicata e crepuscolare “Dutch skipper”; “Once a night - Buckland Down” per l’allegria che si respira ad ogni nota; la conclusiva doppia traccia “Ianthe - Aphelion” con i tre strumenti impegnati in un fitto dialogo che inizia con il tradizionale del XVIII secolo “Ianthe” e prosegue con “Aphelion” a firma di Rob Harburn.
“Lost Measures” è stato registrato da Rob Harbrun nella Little Chapel di Rodborough, presso Stroud, nel Glouchestershire, e poi missato e masterizzato da Neil Ferguson, e viene distribuito in digitale e in cd sulla piattaforma bandcamp.com.
Marco G. La Viola
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