Fanali – Nun me scetà: Fanali plays Sergio Bruni e Roberto Murolo (Phonotype Records, 2025)

Album imperdibile se si ama la musica napoletana e se si vuole comprendere la grandezza compositiva di due maestri assoluti come Sergio Bruni e Roberto Murolo. O meglio, se si vuole comprendere quanto i riflessi di quelle composizioni siano aperti e vivi anche dentro interpretazioni contemporanee, elettroniche e, grossomodo, proiettate in un ambiente sonoro del tutto diverso. È un buon modo per verificare non tanto la tenuta di classici imperniati nella memoria collettiva, quanto la verità di ogni singola parte che ne compone l’essenza più profonda – si potrebbe dire l’anima, impressa in un tempo e in una visione del tutto altri. Può sembrare anche paradossale – sappiamo che per molti non lo sarà – ma distanziare in modo così netto quegli organismi dal loro tempo, assume un significato addirittura culturale (vorrei lasciare andare pure la parola “scientifico”, ma la teniamo tra parentesi), oltre che, ovviamente, artistico. Quando abbiamo letto le note che hanno accompagnato l’uscita di questo album-tributo-trasformazione che il trio Fanali ha registrato e subito (nel dicembre scorso) riconsegnato dal vivo all’Auditorium Novecento di Napoli (spazio della storica Società Fonografica Napoletana, oggi divenuta la Phonotype Records, e avamposto della scena underground), abbiamo avvertito nettamente l’abbraccio che i tre musicisti hanno teso alla storia musicale della città, alla storia del metodo artistico, della scrittura e dell’interpretazione musicale, alla descrizione napoletana della vita, del tempo, dell’amore. Il trio – che è ormai ben conosciuto nella scena della musica contemporanea italiana, e non solo – lo dichiara con appassionata naturalezza: “le prime immagini che ci sono venute in mente registrando i classici di Sergio Bruni e Roberto Murolo sono quelle di una Napoli che vive ad un'altra velocità, una Napoli antica che vive ad un altro ritmo, dove questioni come la morte, l'amore, raccontate poi nelle canzoni che abbiamo rivisitato, sono vissute con una profondità probabilmente diversa rispetto a quella che viviamo oggi. Abbiamo voluto far collimare quel tipo di profondità e di ritmo al tipo di profondità e di ritmo evocato dalla musica che ci ha cresciuto, praticamente, la musica contemporanea”. Tutta questa confluenza ha definito uno spazio solo apparentemente sospeso tra il passato e il presente. Al contrario, ha tracciato il profilo di uno spazio nuovo e definito, presidiato finalmente da musicisti consapevoli del flusso incessante, ciclico, della musica e di tutta la sua carica evocativa. Certo vi è una irriducibile distanza di tipo estetico ma, a ben vedere, è solo uno degli elementi che tengono insieme il circolo dei pensieri musicali, che connette senza strappi quelle grandi canzoni (“Nun me sceta’”, “Voce ‘e notte”, “Canzona doce”, “Si tuorne a Napole”, “Carmela”) con la visione lunga della Napoli contemporanea. E, proseguendo in questa linea, ci sembra che il trio – composto da Michele De Finis (basso, chitarre, noises e programming), Jonathan Maurano (batteria e percussioni) e Caterina Bianco (voce, violino, rhodes, spinetta e sinth), che ospitano per l’occasione anche Altea, Roberto Colella e Dario Sansone – abbia compreso proprio il valore di quella (falsa) distanza e proprio lì ha dato forma alla (nuova) presenza dei dieci classici che ha voluto riconsegnarci. D’altronde Fanali nasce dentro un progetto – articolato in un approccio multidisciplinare in collaborazione con l’artista visuale Sabrina Cirillo e con Il sound engineer Antonio Dafe – di musica cinematica. E proprio da qui, crediamo, riesce a cingere, senza troppi filtri, la forza che quei classici hanno nel rappresentare, nel farci vedere, un mondo che in fondo conosciamo e che, in molte sue componenti, è ancora nostro. 


Daniele Cestellini

Posta un commento

Nuova Vecchia