Pierpaolo Vacca – Travessu (Tǔk Music, 2024)

#BF-CHOICE

Nativo di Ovodda (Nu), Pierpaolo Vacca sin da giovanissimo è stato a contatto con la musica, essendo nipote di Beppe Cuga, ben noto suonatore di launeddas, e dopo essersi avvicinato all’organetto a sei anni, ha mosso i primi passi suonando nelle feste in piazza, finché nel 2004 è entrato nel gruppo ovoddese Oleri. Appassionatosi alla world music, ha cominciato a comporre brani originali ispirati alla tradizione irlandese e francese, ma è nel 2018 che avviene la svolta con l’incontro con Paolo Fresu che lo invita a tenere un concerto in solo per il festival “Time in Jazz”. Nel 2019 prende parte al progetto music@work a Dakar dal quale ha preso vita il gruppo sardo-senegalese Gegò Yegó, mentre nel triennio 2021-2023 ha partecipato, al fianco di Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura, allo spettacolo teatrale “Tango Macondo” per la regia di Giorgio Gallione e con protagonista Ugo Dighero, la cui colonna sonora è racchiusa nel disco omonimo in cui spiccavo i featuring di Malika Ayane, Tosca ed Elisa. Recentissimo è il suo album di debutto “Travessu” nel quale ha raccolto tredici composizioni originali, incisi con la complicità di Dino Rubino, Pape Ndiaye, Nanni Gaias, Dj Cris e Fabio Calzia e che lo vedono esplorare nuovi territori sonori incrociando il ballo sardo con il jazz e l’elettronica. Abbiamo intervistato l’organettista sardo per ripercorrere insieme a lui il suo percorso formativo ed artistico e soffermarci sulla genesi di questa sua opera prima. (S.E.)

Le launeddas sono lo strumento della tua famiglia. Come hai scelto l'organetto come tuo strumento d’elezione? 
Le launeddas sono uno strumento difficilissimo da suonare e oltretutto hanno la particolarità dell’utilizzo della tecnica del fiato continuo. Questo le rende uno strumento poco intuitivo, ci vuole tanta costanza e preparazione affinché si inizino a vedere dei risultati accettabili. Già da bambino amavo tantissimo la musica in generale, e rimasi attratto dall’organetto che, in quel periodo, iniziava già ad assumere un ruolo protagonista nel panorama folk, dei balli in piazza isolani ma non solo: era sempre presente in qualsiasi situazione di festa e di socialità. Credo sia proprio da questo che il me bambino fu attratto ed affascinato. 

Quali sono i tuoi primi ricordi musicali? 
Sicuramente il suono delle launeddas, i canti spontanei del carnevale, i balli in piazza; in linea di massima suoni di festa e divertimento. 

Raccontaci Ovodda, il tuo paese... 
Ovodda è un piccolo paese di 1600 abitanti circa, situato nella Barbagia di Ollolai in provincia di Nuoro, incastonato tra boschi di leccio e sugherette. Ci sarebbe tanto da raccontare su Ovodda, ma sicuramente una delle cose più belle di noi Ovoddesi è l’attitudine caratteriale a fare festa e alla convivialità in generale; ci vuole veramente poco, a Ovodda, per far si che parta la festa. A parte questo, è un paese molto vivo, ricco di associazionismo e persone di ogni età che partecipano in modo attivo alla vita sociale. Inoltre, spiccano moltissime anime creative e/o artistiche, che si fanno apprezzare e conoscere a vari livelli in varie arti. 

In cosa è diversa la tradizione del tuo paese da quelli vicini? 
Musicalmente parlando, credo che una delle cose che distingue Ovodda rispetto agli altri paesi della zona, sia stata la presenza, fino a poco tempo fa, dell’unico, o comunque tra i pochi, suonatori di launeddas (o “bidulas” come si chiamano a Ovodda) in provincia di Nuoro. Le prime testimonianze delle launeddas a
Ovodda risalgono ai primi dell’Ottocento, per accompagnare la messa in chiesa, nei cortei dei matrimoni, ma anche all’interno nei contesti profani; considerando che le launeddas sono uno strumento tipicamente usato nel sud Sardegna, la situazione di Ovodda risulta un po’ anomala e allo stesso tempo unica. Oltre a questo, un’altra particolarità sta nei balli tradizionali suonati con l’organetto: ogni ballo si distingue musicalmente per una melodia e una selezione di fraseggi dettati soprattutto dalla fantasia di Peppino Deiana, virtuoso e creativo suonatore di organetto, nonché il mio primo maestro, a cui devo tanto. 

Che repertori sono presenti? 
I repertori presenti sono quelli tipici della Barbagia: oltre appunto alle launeddas anche il canto a tenore, con tutte le varie sfumature e modalità con cui si fanno riconoscere rispetto a quelli dei paesi vicini. Mentre i balli che vengono ballati sono: “Ballu Tundu”, “Dillu”, “Passu Torrau”, “Danza” e “Ballu tzoppu”. 

Come e con chi hai appreso a suonare? 
Il mio primo maestro è stato Peppino Deiana, nativo di Sarule (NU) ma residente a Ovodda. Era un mio vicino di casa; ricordo benissimo la prima volta che andai a casa sua e gli chiesi di insegnarmi a suonare: lui mi diede subito in mano un organetto e mi disse di portarmelo a casa per giocarci un po’ e per provare a suonarlo. Se, passati due giorni, avessi avuto ancora voglia di conoscere lo strumento sarei potuto tornare da lui per iniziare a vedere seriamente qualcosa insieme. Così è stato e da lì tutto è partito. Non smetterò mai di ringraziarlo, lo considero uno dei più bravi organettisti che abbia mai conosciuto e un uomo con una pazienza e una generosità senza fine. Era sempre disponibile a dare lezioni a tutti i ragazzi del paese (e non solo) che volevano suonare l’organetto. L’ha fatto aprendo la sua casa a tutti e senza mai chiedere nulla in cambio. 

Quali modelli di organettisti oltre la Sardegna? 
Tra i primi organettisti che mi colpirono tanto ci sono i francesi Milleret e Pignol; da lì, spulciando un po’ in giro, mi sono imbattuto nel mitico Riccardo Tesi, che ha rivoluzionato il modo e il contesto di utilizzo dell’organetto nel mondo della musica popolare in Italia. Parlando di modelli d'ispirazione, non posso non citare l’incredibile talento che è Simone Botasso, che riesce a portare lo strumento all’ estremo della sua natura, facendolo suonare come che sia un 
orchestra. 

E quali ispirazioni oltre la tradizione orale? 
Ho sempre avuto una gran passione per il cantautorato italiano e mi è sempre piaciuto, in generale, suonare per qualcuno che canta; oltre questo, è continuamente di grande ispirazione e mi suscita moltissima curiosità il mondo dell’elettronica e del rock underground, senza tralasciare la musica Word e il Jazz. 

Dal gruppo fokloristico al combat folk fino all’esperienza con il gruppo Gegò Yegò. Quanto sono stati importanti per te queste esperienze? 
Mi hanno sicuramente aiutato tantissimo. Il gruppo folk credo che sia un passaggio obbligatorio per chi inizia a suonare la musica tradizionale da ballo in Sardegna: suonare per un gruppo di persone che balla ti permette di entrare nella testa dei ballerini, di creare un’intesa in cui l’uno è indispensabile per l’altro ed
inoltre, mi ha dato la possibilità di viaggiare tanto fin da quando ero un ragazzino. Il combat folk invece, è stato per me la chiave che mi ha fatto capire che l’organetto è uno strumento a tutti gli effetti e non lo strumento solo dei balli sardi. Questo fattore probabilmente mi ha dato la giusta apertura mentale e, in seguito, la possibilità di partecipare a progetti internazionali come quello di Gego Yegò, che ricordo sempre come un’esperienza fantastica sia dal punto di vista musicale ma, soprattutto, anche dal punto di vista umano. È stato stimolante e divertente poi, riuscire a far dialogare due mondi molto lontani ma per certi versi anche molto vicini come il Senegal e la Sardegna. 

Elettronica e mantice: come è iniziata questa relazione? 
É iniziata per gioco, facendo un esperimento con un vecchio multieffetto trovato nella saletta dove facevamo le prove. Da li in poi è stato un crescere di curiosità e di tentativi. Credo però di avere avuto la conferma e la consapevolezza che l’elettronica fosse un elemento aggiunto per quello che facevo, dopo aver incontrato l’amico Giuseppe Muggianu. Con lui ho iniziato a fare concerti in lungo e in largo per la Sardegna: lui chitarra e voce io organetto ed effetti, suonando un repertorio che varia tra il cantautorato classico italiano, il rock dei CSI, Marlene Kuntz, Afterhours, Le Orme, David Bowie etc... In queste situazioni c’era sempre la possibilità di improvvisare e di essere un pò più libero, rispetto alle situazioni
più tradizionali, è così che ho avuto la conferma che l’elettronica potesse dialogare e entrare a far parte in modo attivo nella mia  musica. 

Ti piace suonare da solo? 
Preferisco suonare in compagnia, riesco però a divertirmi anche suonando in solo. Per esempio, quando uso la loop o un Delay la sensazione che mi arriva è quella di non essere più lì da solo con lo strumento, ma che ci siano altri amici che rispondono e partecipano a quello che io sto suonando. 

Dicci dell’incontro con Paolo Fresu... 
L’incontro con Paolo è avvenuto un po’ di anni fà durante la festa di matrimonio di Luca Devito, il suo collaboratore. È stato bellissimo perché nel dopo cena, mentre si suonava insieme ad altri musicisti, ci siamo ritrovati Paolo che, dal niente e con naturalezza, si è unito a suonare con noi. Qualche anno dopo poi, mi ha coinvolto nello spettacolo teatrale “Tango Macondo”, prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano con la regia di Giorgio Gallione. Un progetto grosso e complesso che ha visto anche la nascita di una produzione discografica che prende il nome appunto di “Tango Macondo”, impreziosito anche dalle voci di Tosca, Malika Ayane ed Elisa. Con il tour teatrale di “Tango Macondo” abbiamo fatto una settantina di repliche in giro per l’Italia, accompagnati da 3 attori e 4 danzatori. Esperienza per me bellissima, per cui mi ritengo molto fortunato. Passare così tanto tempo in compagnia di Paolo, Daniele e tutto il resto della compagnia mi ha dato la possibilità di imparare tanto da loro e di vedere da vicino tutto quello che gira
attorno al mondo del teatro. 

"Travessu” ha due volti: come nasce questa tua opera prima come solista? 
Da tempo avevo il desiderio di registrare un disco tutto mio ma non riuscivo mai a trovare la consapevolezza e la determinazione giusta per farlo. Paolo Fresu mi ha dato la possibilità di entrare a far parte della famiglia Tuk e insieme al coordinatore di produzione Luca Devito, mi hanno supportato e consigliato in tutte le fasi della produzione fino ad arrivare all’uscita ufficiale del disco. “Travessu” significa rovescio, contrario o anche bastian contrario. L’idea è appunto quella di partire da una musica ben precisa legata al mio paese e al mio territorio, per poi “rovesciarla” e portarla anche in contrapposizione ad essa. Ho voluto poi chiudere il disco con cinque balli tradizionali originali, così come Peppino Deiana me li ha tramandati. Questo per me è stato il modo di rendergli omaggio e di fissare anche per chi arriverà dopo di me il lascito delle sue suonate. 

Come si è costruito il dialogo con DJ/producers? 
Questa è stata l’occasione giusta per mettere in pratica, con Dj Cris, l’intenzione e le idee che da tempo c’erano in noi, per realizzare qualcosa assieme. “Danzas I Sardstep” è stato il singolo di lancio del disco; la sua realizzazione parte dalla Danza tradizionale suonata dalle launeddas di mio zio Peppe Cuga; dopodiché abbiamo registrato il suono dei passi del ballo, prendendoli come riferimento per la base
ritmica; il risultato finale è un tentativo di far comunicare il mondo della dub con i suoni e le melodie legate soprattutto al nostro contesto culturale e della tradizione folkloristica. 

"Danzas _ Sardstep” è un biglietto da visita non di poco conto...
In Sardegna abbiamo la fortuna di avere tantissime persone di ogni genere ed età che si ritrovano a riempire le piazze ballando tutta la notte a tempo di “Ballu tundu”, “Passu torrau”, etc. Sono situazioni con le quali, attraverso la musica ed il ballo, riusciamo a stare ben ancorati alle nostre tradizione e alle nostre radici più profonde. Con questo pezzo l’intenzione è stata quella di omaggiare questo mondo attraverso una rielaborazione che potrebbe suscitare curiosità e interesse anche in altri contesti musicali. 

Una composizione che si staglia è “Ballu Travessu”... 
“Ballu Travessu” è anche il pezzo che ha suggerito il nome del disco. È una rivisitazione de “Su Ballu Tundu di Ovodda”, con la sola differenza che anziché risolvere i fraseggi in tonalità maggiore, questi si risolvono in tonalità minore. È stato divertente osservare gli Ovoddesi che lo ascoltavano per la prima volta. Toccare e stravolgere un ballo tradizionale ha sempre un suo rischio, ma devo dire che i paesani sono stati clementi e hanno capito quale fosse il mio vero intento. 

"Campid Afro” è apertura verso sud ... 
Il mio sud, dalla prospettiva Ovoddese, vede prima di tutto il campidano e poi tutto il resto, fino ad arrivare all’Africa. Proprio in Senegal, come ho accennato prima, ho avuto la fortuna di fare un’esperienza bellissima in cui ho incontrato musicisti straordinari. Uno di questi è proprio Pape Ndiaye, percussionista senegalese, con cui i ritmi ancestrali della tradizione Senegalese si sono uniti al ritmo del ballo campidanese, favorendo così un incontro interessante tra i due mondi. 

Cosa rappresenta “Sa Hesta ‘e Santu Predu”?
Sicuramente le feste campestri sono una costante di tutti i paesi della Sardegna; queste sono quasi sempre caratterizzate da vari momenti e appuntamenti che sanciscono lo scorrere della giornata. Riprodurre in musica una giornata di questo tipo è sempre stato l’intento di questo pezzo: cavalli, sonagli, processioni, trallalere, balli etc... sono sicuramente i suoni identificativi di queste giornate e riportati, quindi, alternativamente in questo pezzo. Si chiama così perché “Sa hesta de Santu Predu” è la festa campestre che si svolge a fine Giugno a Ovodda ed è quella da cui ho preso ispirazione, ma in realtà qualsiasi altra festa di questo tipo potrebbe tranquillamente rispecchiarsi nel pezzo. 

E "Ispossoriu”? 
“Ispossoriu” è invece la mia personale reinterpretazione della melodia che veniva suonata tradizionalmente da mio zio con le launeddas per accompagnare lo sposo a casa della sposa, per poi accompagnarli insieme fino all’altare. Per un lungo periodo, a Ovodda, tutti i matrimoni avevano questo tipo di accompagnamento, che si concludeva sempre con un “Ballu Tundu”. Sempre con l’uso dell’effettistica elettronica, ho provato a riprodurre un suono che si assomigliasse a quello delle “bidulas” di Zio Peppe, omaggiandolo con questo brano. 

Come porterai in concerto il disco? Come si evolveranno i brani di "Travessu" sul palco? 
Ho già fatto diverse presentazioni in anteprima, sia in solo che in compagnia di Dj Cris e Fabio Calzia, chitarrista presente in “Tziu Soddu”. Credo che per ora continuerò ad alternare queste soluzioni, anche se la verità è che ogni concerto è diverso dall’altro e mi piace non programmare troppo, lasciandomi trascinare molto dalla situazione del momento. Adoro creare un legame con il pubblico e spesso i pezzi prendono pieghe diverse anche in base alle persone che ho davanti in quel momento. 


Ciro De Rosa

Pierpaolo Vacca – Travessu (Tǔk Music, 2024)
Non poteva esserci titolo migliore di “Travessu” per l’opera prima come solista di Pierpaolo Vacca. Letteralmente significa “rovescio” o “bastian contrario” e coglie perfettamente il senso di tutto il lavoro di ricerca compiuto dall’organettista sardo in questi anni e volto a declinare al futuro il ballo sardo, reinventandolo fino a trasfigurarlo nell’incontro con il jazz e l’elettronica. Se le sue radici sono ben salde nella tradizione musicale isolana, il suo sguardo è rivolto all’esplorazione di nuovi territori sonori tra tradizione e innovazione, e non casuale in questo senso è stata anche la scelta di registrarlo presso lo studio Artesuono di Stefano Amerio, eccellenza della scena jazz italiana, che gli ha consentito di esaltare al massimo le potenzialità espressive del suo strumento. Tutto questo si coglie a pieno ascoltando l’album nella sua versione digitale con audio spaziale, ma basta un buon impianto stereo o delle ottime cuffie per poter godere della bellezza di questo album. Composto da tredici brani originali, incisi con la partecipazione di Dino Rubino, Pape Ndiaye, Nanni Gaias, Dj Cris e Fabio Calzia, l’album è un evocativo racconto in musica, ambientato in Sardegna, e dove prendono forma le suggestioni e le figurazioni creative dell’organettista di Ovodda. Accolti dalla bella copertina firmata da Lorenzo Vacca, “Travessu” si apre con le sperimentazioni sonore “Danzas Sardstep” in cui l’organetto dialoga con l’elettronica di Dj Cris dando vita ad un crescendo irresistibile. Si prosegue con l’intrigante “Tziu Soddu” con il canto a tenore che incontra le percussioni e l’elettronica di Nanni Gaias e la chitarra di Fabio Calzia per poi lasciare spazio all’organetto. Se l’organetto di Vacca prende il centro della scena con “Ballu Travessu”, raffinata riscrittura de “Su Ballu Tundu di Ovodda” con i mantici a giganteggiare nell’esposizione del tema melodico, nella successiva “Cappotto” ci spostiamo nei territori del jazz nordico con l’intreccio tra organetto e pianoforte che imprimono al brano un atmosfera rarefatta e sognante. Nell’esperienza con Gegò Yegó si riflette “Campid Afro” in cui spicca il contributo di Pape Ndiaye e che si snoda nei perfetti incastri sonori tra organetto e percussioni. Il vertice del disco arriva con “Sa hesta 'e santu predu” nella quale vengono evocate le feste campestri di Ovodda e che presenta una architettura sonora elettronica in cui si inserisce brillantemente l’organetto. La dolce ballad “Vinza Manna” in cui ritroviamo Dino Rubino che ci introduce alla seconda parte del disco, quella in cui a prevalere è la matrice tradizionale con “Ispossoriu”  che riprende una melodia per launeddas utilizzata da Beppe Cura per le cerimonie nuziali e a cui seguono in sequenza, “Dillu”, “Ballu Tzoppu”, “Passu Torrau” e “Ballu Tundu” nelle cui impeccabili rese vengono evocate le immagini di un paese in festa con i balli in piazza. La volteggiante “Danza” per organetto e elettronica conclude un disco di assoluto spessore, uno dei lavori di mggior interesse in questo primo segmento del 2024. Da ascoltare con grande attenzione.


Salvatore Esposito

Foto di Alessia Zedde (1, 2, 3 e 4), Sara Deidda (5 e 6) e Gianfilippo Masserano (7, 8 e 9)

Posta un commento

Nuova Vecchia