Artisti Vari – Nella notte ci guidano le stelle. Canti per la Resistenza (Squilibri, 2023)

C’erano una volta i Dischi del Mulo, il Consorzio Produttori Indipendenti ed il Materiale Resistente. I primi due, purtroppo, non ci sono più, ma il Materiale Resistente – per fortuna – non manca mai, e trova in Marco Rovelli – vero e proprio “regista” di questa operazione – il perfetto cerimoniere di queste preghiere laiche, antifasciste e resistenti. È un compendio di storia, questo “Nella notte ci guidano le stelle”, splendidamente abitato da diserzioni e scelte di campo – una fra tutte: i proventi del disco andranno alla Mezzaluna Rossa Kurdistan – ma anche, contemporaneamente, da memoria e vita. Ad aprire le danze ci pensano gli YoYo Mundi e Lalli con una splendida “Bella Ciao” al femminile (il cui testo è frutto del lavoro di ricerca di Carlo Pestelli), densa di bassi plumbei, vortici elettrici e modulazioni commoventi nel loro pathos. A seguire, Paolo Benvegnù fa scorrere la storia dei fratelli Cervi dai binari del particolare a quelli dell’universale, muovendosi su un rock dal tiro forsennato e dalle venature elettroniche. Serena Altavilla e Paolo Monti ci regalano un’altra gemma: “Amore ribelle (Forno, 1944)” prende le mosse da un canto anarchico di Pietro Gori, e si srotola lungo le trame malmostose di un’elettronica cupa, squarciata dalle distorsioni elettriche della chitarra. Notevole anche il lavoro che Cesare Basile – partendo da una poesia del grande Vann’Antò – ha fatto in “La cartullina”, in cui colori mediterranei si infrangono su brucianti e dissonanti synth. Lo stesso Rovelli – insieme a un fenomenale Teho Teardo – ci regala una nebbiosa “Sbandati”, graffiata da una fulminante chitarra elettrica e distesa dalle aperture dei sintetizzatori. I Marlene Kuntz, con la loro “Il Partigiano”, adattano un vecchio canto degli alpini liguri ad una intensa ballata alt-rock, fra bassi saturi e chitarre che innescano il feedback. Il saz di Serhat Akbal scandisce, malinconico, una stupenda versione di “A las barricadas 2023”, raccontata dal flow di Kento e delle Bestierare (Christian Ciamarra ed Elio Germano), col ritornello acceso da Rovelli ed Altavilla, in un pezzo dalla crepuscolare intensità. Il folk muscolare degli Ardecore omaggia gli Arditi del Popolo con “Figli di nessuno” ed il suo andamento arioso e incessante. Altro passaggio interessante è quello affrescato in “E quei briganti neri”, col recitato asfissiante di Pierpaolo Capovilla a scontrarsi sul muro di suono al fulmicotone tessuto da Bologna Violenta (Nicola Manzan ed Alessandro Vagnoni). Marisa Anderson ci sposta su territori strumentali con una nebbiosa e delirante versione di “Fischia il vento”, in cui i timbri acustici ed elettrici delle chitarre si intrecciano fra loro, ispessiti dalle aperture di una fisarmonica cavernosa. Le tessiture ricamate dall’organetto preparato di Alessandro D’Alessandro vestono di colori fumè “Attraverso valli e monti”, dilaniata dalla voce sempre incredibile di Petra Magoni. Bordata di un crescendo apocalittico e fiammeggiante, dritta dalla sua patria attuale, arriva, from Massimo Zamboni, la disturbante “Il Nemico”, con la sua ritmica rarefatta elettrizzata da chitarre esplosive e violini ostinati. Gli ‘A67 omaggiano Sergio Bruni, Salvatore Palomba e le quattro giornate di Napoli con una “Napule nun te scurdà”, che si tinge di un funk acido e corrosivo, dipinto con spesse pennellate elettriche in levare. Non poteva mancare un omaggio a Felice “Megu” Cascione, autore del testo di “Fischia il vento”: ci pensano i Mariposa, e lo fanno – in “Megu Felice” – con la loro solita e inimitabile verve allucinogena, fra synth lisergici, bassi caleidoscopici ed elettronica cosmica. A chiudere il lavoro, torna – nella sua versione più ortodossa – una “Bella Ciao” che sa di terra e che si srotola lungo il bouzouki di Dimitris Mystakidis e la “disarmonica” di Vinicio Capossela. In conclusione, posto come assioma fondamentale che operazioni del genere siano – oggi più che mai – fondamentali, rimane interessante sottolineare l’estrema modernità con cui tutto il lavoro è stato curato: sono nervi costantemente a fior di pelle, quelli della Resistenza, e restituire questa benedetta fibrillazione antifascista con i timbri tesi del rock alternativo si è rivelata una scelta vincente, perfettamente calibrata nelle atmosfere e nelle dinamiche. Un breviario di preghiere laiche per tempi di burrasche nere. 


Giuseppe Provenzano

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