Alfina Scorza – Le lettere di Jo (Bit&Sound Musica, 2021)

La funzione universale, se così vogliamo definirla, della musica, si è detto un bel po’ di volte, è quella di raccontare storie. E la grandezza di questo raccontare è dettata dal moto deduttivo che spesso lega il racconto, da quel suo riuscire a muoversi dall’ universale al particolare, intrecciando i fili del racconto da una narrazione più asettica (fra mille virgolette), ad una più strettamente personale, che è poi la componente che ci permette di emozionarci di fronte a questa o quella canzone. Ed è, per capirci, quella capacità che ci permette di partire, ad esempio, da un personaggio letterario (frutto, probabilmente, dei medesimi input) e di trasformarlo in qualcosa di altro, in una figura nuova, con nuovi piani di lettura e nuove trasformazioni. Siccome, come avrete notato, sono abituato a fare esempi, ne ho uno anche in questo caso, ed è “Le lettere di Jo”, il nuovo lavoro della salernitana Alfina Scorza, sua seconda prova in studio, che arriva a cinque anni di distanza da "Di rosso e di sensualità". Un vero e proprio concept, in cui si intrecciano nove storie di donne, con la Jo del titolo chiaro riferimento a Jo March, la protagonista di "Piccole donne" di Louisa Mary Alcott, e quasi altrettante atmosfere musicali. A cominciare da “La sua vanità” e dalla sua fortissima carica mediterranea, sottolineata dai fraseggi di un delirante e ferroso bouzouki, che si sposa perfettamente con una linea di basso magnetica, mentre uno splendido tappeto di archi apre il finale. In questo caso, ad essere raccontata è una storia di ribellione, la storia di una donna stanca di essere schiacciata, come moglie e come madre. Una storia che apre, in qualche modo, un trittico, proseguito da "Ma quando scende la sera", un tango al tempo stesso languido e burrascoso, sostenuto da un pianoforte, a sua volta colorato dai contrappunti degli archi. Il racconto, appassionato e senza economia emotiva, della storia d'amore fra un uomo ed una donna di quindici anni più grande di lui. Mi slego per un attimo dalla consecutio temporum della tracklist, e lo faccio solo per completare il terzetto di cui sopra. A chiuderlo è "Lettera", intenso racconto di un complicato, ma coraggioso, rapporto madre- figlia, sorretto, anche in questo caso, da un pianoforte arpeggiato, che trova nel tappeto di archi di sottofondo un perfetto riempitivo, elegante ed emotivamente denso, lanciato in volo dallo sfumato sui piatti. La vera terza traccia della tracklist è “Svegliati tu” (“Non avevi ancora quindici anni, qualcuno ricorderà che avevi un cuore”), pezzo che vede la partecipazione della voce straordinaria di Brunella Selo. Siamo di fronte ad uno dei racconti più dirompenti, civilmente dirompenti, dell’intero lavoro, ispirato alla storia di Carolina Picchio, suicida a quindici anni vittima di cyberbullismo. Un ritorno a colori più mediterranei, con un berimbao a far da incessante elemento ritmico, su cui gli interventi di archi e chitarra elettrica giocano in modo quasi antitetico: tanto allargano gli uni, quanto è drammaticamente asfissiante l’altra. In più, l’incontro fra le due voci è una lezione altissima di interpretazione e di gestione della voce. Un elegante arpeggio di chitarra scandisce “Quadro imperfetto”, segnato da colori spiccatamente arabi, con i fraseggi di bouzouki che incontrano, ancora una volta alla perfezione, una linea di basso vorticosa, squarciata dai contrappunti degli archi. In primo piano, qui, è l’essenza imperscrutabile dell’amore, quella che ti fa lasciare una condizione di vita agiata per abbracciare un sentimento vero e puro. "Così sia" (“Santa Maria, madre Terra, che accogli un fiore, non calpestare la sua vita, io prego così”) è la versione riarrangiata di un singolo uscito tre anni fa, con una tematica- quella della figura femminile nel mondo del lavoro- ancora più attuale rispetto a tre anni fa, e non sono sicuro che questo sia un bene. Un basso sinuoso fa da base ritmica ad un sax arabescamente tenebroso, mentre gli scambi in levare di archi e chitarra danno colore alla dinamica. L’emigrazione è l’argomento di “Rosamarina”, storia di una donna del Sud emigrata in Argentina, raccontata su un tempo di tango, scandito da un elegante incastro fra un bandonenon dilaniato ed una chitarra acustica tristemente arpeggiata. Ogni giro di tango segna il riaffiorare incessante e nostalgico dei ricordi d’infanzia, in un vortice di memorie e malinconie. Interessantissima la dinamica di “Scegli te”, scandita da una spettacolare chitarra classica suonata con cipiglio funkeggiante, perfetta base per una sezione ritmica scatenata, fra fill di batteria spaziali ed una linea di basso vorticosa. A completare l’opera ci pensano gli squarci della fisarmonica ed i contrappunti pizzicati degli archi, in una canzone che fa aderire perfettamente soluzioni musicale e testo, “Marta corri sola tu! Le tue paure, le tue preoccupazioni, ora coltelli con le lame in plastica, e che cosa importa a te? Una famiglia, cura e dedizione, ma ciò che conta lo sai ben tu, vai”, racconto appassionato di un bisogno di liberazione. A chiudere il lavoro è una cover, l’unica dell’album, "Storia d'amore", di Celentano. A ritornare sono i toni ed i colori tangueri, scanditi oltre che da un forsennato tappeto di archi, da una linea di basso suadente ed intrigante, elegantemente strappata dai fraseggi di chitarra classica ed elettrica. Il tutto montato su una interpretazione pazzesca, che ribalta l’iter narrativo della canzone e racconta tutto dalla prospettiva femminile. Vado in chiusura: ci troviamo di fronte ad un lavoro che è un concentrato di grazie, classe ed eleganza, e non mi riferisco solo alle interpretazioni vocali di Alfina. In più si tratta di un album che mette al centro la forza della narrazione, di una narrazione necessaria, vera, di cui c’è, innanzitutto, un intimo bisogno. Partendo da quel presupposto lì, mi sembra chiaro che le cose possano essere raccontate solo in un modo: dall’universale al particolare. 


Giuseppe Provenzano

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