Canio Loguercio – Ci stiamo preparando al meglio (SquiLibri, 2020)

Architetto di professione ed apprezzato cantautore, Canio Loguercio è un artista poliedrico, dotato di straordinaria capacità performativa e in grado di muoversi attraverso forme espressive differenti. Sin dai primi anni di attività, suo percorso di ricerca si è indirizzato verso la sperimentazione dapprima in ambito rock, durante i formidabili anni della Vesuwave, e successivamente nel solco della canzone d’autore, il tutto senza perdere mai di vista la canzone classica napoletana che, in uno con il suo crooning inconfonbile, rappresenta uno degli elmenti centrali della sua cifra stilistica. Dopo il grande successo che seguito alla pubblicazione di “Canti, ballate e ipocondrie d’ammore” in duo con Alessandro D’Alessandro, ritroviamo il cantautore lucano con “Ci stiamo preparando al meglio”, brillante istantanea del suo immaginario musicale e del suo eclettico songwriting, un lavoro che riflette il suo peculiare approccio alla canzone con le radici ben salde nella tradizione ma lo sguardo rivolto verso la contemporaneità e il futuro. Abbiamo intervistato il cantautore lucano per farci raccontare questo nuovo disco, senza dimenticare uno sguardo alla Vesuwave degli anni Ottanta di cui fu protagonista con i Little Italy.

Sono trascorsi tre anni da "Canti, ballate e ipocondrie d’ammore" che hai inciso con Alessandro D'Alessandro e che ti ha fruttato la Targa Tenco. Ci puoi raccontare com'è nata l'idea di realizzare "Ci stiamo preparando al meglio"?
“Canti, ballate e ipocondrie d'ammore” era sostanzialmente una raccolta di canzoni già pubblicate in precedenza e ridefinite, grazie ad Alessandro D'Alessandro, in una formula acustica, semplice e credo particolarmente intrigante. Alessandro è un musicista molto bravo, che ha saputo reinventare e riattualizzare il suono dell’organetto e con il quale ho trovato una bella sintesi espressiva. Tra l'altro mi sono davvero divertito a suonare in giro con lui! Poi, via via che pensavo a pezzi nuovi, mi sono accorto che mi stavo allontanando non solo da quella esperienza, ma anche dal mio modo solito di scrivere. Ad esempio, non ho più sentito la necessità di utilizzare prevalentemente la lingua napoletana e ho avvertito forte l'impulso di sperimentare altre strade.  All'inizio mi sono ritrovato a comporre e ad elaborare le mie canzoni da solo, semplicemente con il cellullare.

Dal punto di vista prettamente musicale come si inserisce questo disco nel tuo percorso musicale?
Prima di Alessandro, tutto quello che ho scritto o pubblicato, l’ho fatto insieme a Rocco De Rosa, uno dei musicisti e compositori più bravi e sensibili che abbia mai conosciuto. E’ stato molto difficile per me che non sono un musicista, intraprendere questa avventura solitaria, ma a un certo punto mi sono comunque ritrovato, come dicevo, coi miei pezzi sul cellulare e, poiché in molti prevedevo una tromba, ho chiesto a Luca De Carlo se avesse voglia di collaborare e poco dopo abbiamo cominciato a lavorare in studio. 
Nel frattempo, per un altro brano avevo coinvolto Stefano Saletti e Valerio Corzani.

Quali sono le identità e le differenze tra questo nuovo lavoro e i tuoi dischi precedenti?
Questo disco è completamente diverso dai precedenti. La mia intenzione era di fare un lavoro meno “autoriale”, più pop, con maggiore attenzione alla forma canzone che per me resta davvero un oggetto magico. E per fare questo ho avuto la fortuna di rincontrare per caso il mio vecchio amico Rocco Petruzzi al quale ho chiesto timidamente se volesse darmi una mano. Con i due Rocco abbiamo cominciato a suonare insieme negli anni Ottanta, ma con Petruzzi non ci vedevamo ormai da tanto tempo. E’ stato bravissimo a prendere tutto il mio materiale, a elaborare un suono omogeneo e a riarrangiare le mie pre-produzioni. Insomma, senza di lui questo disco non sarebbe quello che è e lo ringrazio davvero tanto per la dedizione e la generosità.

Il disco presenta brani inediti, ripresi dai tuoi album precedenti e riletture. Qual è stata la traccia concettuale che hai seguito per questo album?
No, non c’è una traccia concettuale, per me questo disco è stata soprattutto una buona occasione per mettere in fila cose che mi frullavano in testa da un bel po’ e tirare fuori dai cassetti alcune piccole creature, strane “animucce” che chiamiamo canzoni, ognuna con il proprio mondo. 
Qui ne ho appuntate una decina, alcune venute alla luce per la prima volta, altre riprese dagli scaffali della memoria come fragili e preziosi oggetti d’affezione. 

Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di arrangiamento dei brani?
Ho seguito l’istinto e molte parti le ho scritte suonando con i tasti del computer. Insomma, è stato un lavoro che ho fatto per approssimazioni successive e, come si dice a Napoli, “a sentimento”. Ecco questa è stata la spinta che mi ha portato a realizzare questo disco. Lungo il filo conduttore della nostalgia, ho cercato di dare forma a degli stati d’animo.

Alla realizzazione del disco hanno collaborato numerosi ospiti, quanto è stato importante il loro contributo nel caratterizzare i brani?
Direi che I numerosi ospiti sono stati coinvolti appunto per caratterizzare ogni singolo brano. “Ci stiamo preparando al meglio”, la title track, è stata pensata per tre voci e la scelta di Andrea Satta e di Sara Jane Ceccarelli non è stata casuale. Per la cover di “Quando vedrete il mio caro amore” ho aspettato due anni prima di trovare la voce giusta, ovvero quella di Monica Demuru, mentre è stato semplice pensare a Brunella Selo e a sua figlia Carolina Franco per “Core ‘e plastica”. Per “Luntano ammore”, già quando pubblicai il brano in un precedente album, pensai che ci volesse una voce femminile e sono stato molto contento che a interpretarlo in questo nuovo disco ci sia stata una cantante bravissima e che stimo molto come Flo. 
“In un punto lontano” è stata scritta apposta per Giovanna Famulari, per la sua voce e per il suo violoncello.  Estremamente caratterizzante, poi, è stata la scelta di coinvolgere Badara Seck per “Tienimi forte le mani”, in cui risalta anche la voce di Barbara Eramo, e per “Mia cara madre”. In questo brano, che è una rielaborazione della celebre “Lacreme napulitane”, oltre alla tunisina M’Barka Ben Taleb e a Laura Cuomo, ci sono le voci di Pierre Preira e di Malick Fall provenienti dal Senegal, di Jomahe venuta in Italia dall’Ecuador, di Chitra proveniente dallo Sri Lanka, e del giovane ivoriano Issoufu. Di Rocco Petruzzi, Luca De Carlo, Stefano Saletti e Valerio Corzani già abbiamo parlato. Vorrei, inoltre, ricordare il sassofonista Pasquale Innarella con la sua Rustica X Band e la Banda Basaglia diretta da Ciro Riccardi, ma da tutto l’album credo che emerga soprattutto la particolare luminosità delle straordinarie voci femminili che ho citato. Insomma, un bel po’ di gente, ma vorrei anche ricordare i musicisti coi quali mi accingo a riprendere a suonare dal vivo, sperando ci siano concrete occasioni. Oltre a Giovanna e a Luca, ci saranno Giovanni Lo Cascio alla batteria, Ermanno Dodaro al contrabasso e Massimo Antonietti alle chitarre, musicisti bravissimi coi quali, ovviamente, sperimenteremo nuove sonorità.

Veniamo più direttamente ai brani, la title-track l'ho trovata irresistibile per struttura melodica e per il testo. Ci puoi raccontare com'è nato questo brano?
Come ti dicevo, il pezzo è nato suonando gli strumenti della libreria di Garage Band sul cellullare. E’ caratterizzato da due o tre linee melodiche che si intersecano e si sovrappongono, su una struttura armonica estremamente semplice (come del resto in tutti i miei pezzi) e da un gioco di modulazioni. Il testo è una sorta di dichiarazione di una sfida, quella di lasciarsi alle spalle il passato, non senza un po’ di nostalgia, ma anche la rivelazione di uno stato d’animo segnato dalle paure del presente e il bisogno di speranza che ognuno di noi possa avere davanti a sé qualcosa di meglio, un progetto da perseguire.
Ovviamente è tutto molto relativo, figurati che quando scrivevo il pezzo mi immaginavo due vecchietti in un ospedale che si sorridevano e si dicevano “Dai, ci stiamo preparando al meglio”..! E’ un pezzo in cui parlo di noi che abbiamo imparato “a prenderci cura del dolore” e “a custodire lacrime e paure”, che “siamo sopravvissuti al grande errore”.. perché penso che ognuno di noi, forse ha un piccolo o grande errore da lasciarsi alle spalle, ma anche ai tanti “errori” dovuti a quelle illusioni, spesso finite in tragedie, di una generazione come la mia. Nel finale del video realizzato da Antonello Matarazzo, lo straordinario videoartista con il quale collaboro da anni, un caro amico, c’è la scena in cui scompaio fra un cumulo di macerie e questa immagine mi fa pensare al finale del “Pianeta delle scimmie”.

Splendida è anche la canzone d'amore "In un punto lontano" con Giovanna Famulari e Luca De Carlo.  C'è una dedica particolare per questa canzone?
“In un punto lontano” è un dialogo a distanza, sul filo della memoria, in cui riecheggia la voce della persona amata, andata via per sempre. Un ricordo sfuocato di profonda nostalgia e velata rassegnazione per un amore sospeso nel tempo, una malattia che “tira fuori gli artigli”. E’ un brano in cui il violoncello di Giovanna e la tromba di Luca fanno da contrappunto alle nostre voci e ai sussurri. Il videoclip che ha ideato e diretto Emanuela Giordano, si svolge in un’atmosfera rarefatta sullo sfondo di un passato che ritorna sempre incerto e nebuloso. 
E' uno sguardo intenso e commosso su un paesaggio interiore da cui affiorano, confuse, le immagini di una intima ossessione d’amore.

Come hai scelto i brani da rileggere? Mi ha colpito molto la tua versione di "Quando vedrete il mio caro amore" e "Incontro" di Guccini. Allo stesso modo pregevoli sono le tue rese di "Core 'ngrato" e "Lacreme Napulitane" che hai riscritto con il titolo di "Mia Cara Madre". Quanto è stata importante la canzone napoletana nella tua cifra stilistica?
Alla mia età la confusione ha ormai decisamente preso il sopravvento. E in questo disco si sente. Passo, infatti, con una certa disinvoltura da “Incontro” di Francesco Guccini a “Lacreme napulitane, da “Quando vedrete il mio caro amore” a “Core ‘ngrato”. Sono canzoni che mi porto dentro da sempre. Le ho rifatte senza neanche ascoltare le originali. “Incontro” è una specie di inno alla nostalgia che, a quanto pare, contagia non solo gli anziani. Guccini quando la scrisse aveva poco più di trent’anni. “Quando vedrete il mio caro amore” è una canzone del ’63 che raccontava i pensieri e gli amori di una ragazza adolescente. Una storia d’amore fragile, una melodia semplice con uno strabiliante arrangiamento di Morricone per la voce sottile e potente di Donatella Moretti. Nel riproporre questo brano ho cercato di mantenere intatta tutta la sua forza espressiva e la sua grandissima potenza evocativa attraverso un misurato gioco di equilibri. Il video, che si apre con Sonia Bergamasco che legge alcuni versi di Maria Grazia Calandrone, è stato realizzato da Alessandro Scippa, coadiuvato dal Mauro Santini per il montaggio, con materiali dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico. 
Lo abbiamo pubblicato l’8 marzo e lo abbiamo dedicato a Cecilia Mangini, la prima documentarista donna italiana, e alle sue battaglie di libertà ed emancipazione. “Core ‘ngrato” e “Lacreme Napulitane (che ho rielaborato in “Mia cara madre”) sono due veri e propri monumenti alla canzone napoletana. Il primo brano è un capolavoro assoluto dell’amore non corrisposto. Celebre in tutto il mondo soprattutto per le versioni di famosi tenori, da Caruso a Di Stefano, l’ho reinterpretato “a fil’e voce”, trasformandolo in una piccola ballata molto intima e minimale. “Mia cara madre sta pe' trasi' Natale / e a sta' luntano chiu' me sape amaro” è il primo verso di “Lacreme napulitane” ed è l’inizio di una lettera inviata alla propria madre dal quale emerge tutto lo struggimento di una condizione segnata dalla solitudine, dalla mancanza degli affetti più cari, nella consapevolezza che il presente e il futuro, oramai da vivere in un altro luogo, marcano anche la distanza da un tempo definitivamente passato. Ho costruito la mia rielaborazione aggiungendo a quella prima strofa altre parole scritte alle proprie madri da un gruppo di migranti. Per il video, il regista Alessandro Scippa ha pensato di provare a descrivere questo stato di nostalgia innanzitutto con gli sguardi, mescolando presente e passato sullo sfondo di una Napoli fantastica, che diventa anche un po’ America vista dal Molo San Vincenzo, luogo estremamente simbolico, da dove partivano i bastimenti all’inizio del secolo scorso, ancora interdetto al pubblico, ma che abbiamo potuto utilizzare grazie all’Associazione “Friends of Molo San Vincenzo”. 
Un video che è piuttosto un mini film “poetico” che si chiude con l’immagine di una surreale “ultima cena” girata nel Chiostro di Donnaregina, una tavolata che raccoglie migranti di ieri e di oggi, ognuno portatore della propria identità da celebrare, ben consci che "'nce ne costa lacreme st' America", ma uniti da una memoria comune che riecheggia nel suono nostalgico di una banda (la Banda Basaglia).

Cosa è rimasto nel tuo songwriting e nel tuo cuore dell'esperienza con i Little Italy?
Proprio in questi giorni mi ha contattato un giovane critico musicale che sta scrivendo una antologia sul rock italiano degli anni Ottanta e sapeva tutto dei Little Italy! Più cose di quante io ne ricordassi. Quella vicenda musicale è stato uno snodo per tante storie, lo studio di registrazione a Campomaggiore con il compianto Pasquale Trivigno, i dischi del “manifesto” con l’etichetta Officina, la lunga collaborazione con Mango di Rocco Petruzzi e di Nello Giudice, i progetti teatrali, la sperimentazione radiofonica, la poesia, i dischi di Rocco De Rosa, la Vesuwave, l’incontro con musicisti come Daniele Sepe, Roberto Schiano, le esperienze successive di Geremia Tierno, Umberto Sirigatti, Gigliola izzo, Claudia Di Fazio.. Insomma, tanta roba che fa parte della mia formazione non solo musicale. Certo che la mia scrittura è cambiata, ma un po’ di quella tensione così ricca di fermenti, di curiosità e di carica innovativa credo mi sia ancora rimasta. Per fortuna.

Concludendo, da storico esponente della Vesuwave Napoletana, come giudichi il rinnovato fermento che pervade Napoli?
Napoli è una città incredibile. La sua musica e la sua lingua sono patrimonio dell’Umanità. Vorrei lanciare un appello per intitolare il suo aeroporto a Caruso o a Carosone (stessa etimologia), così come l’aeroporto di Rio è intitolato a uno dei suoi più grandi musicisti, Jobim. A Napoli c’è una varietà musicale straordinaria e non ho mai capito perché non si è riusciti a realizzare un polo produttivo adeguato. Ora effettivamente pare che le cose stiano cambiando, c’è tanto audiovisivo, una grande varietà di progetti e spero ci sia la possibilità di uno sviluppo qualitativo al di fuori dei soliti cliché che vorrebbe imporre il mercato.  E a proposito, mi sembra doveroso citare la piccola grande etichetta Squilibri che con grande tenacia, pur fra mille difficoltà, riesce a realizzare prodotti di assoluta qualità, restando indipendenti, oltre le famigerate regole del mercato.


Canio Loguercio – Ci stiamo preparando al meglio (SquiLibri, 2020)
Ci sono cantautori che sono sempre uguali a sé stessi e la cui produzione discografica segue un percorso lineare, restando sempre in quella che, oggi, viene definita “confort zone”. Ci sono, poi, altri cantautori i quali, al contrario, preferiscono non ripetersi e mettere costantemente a frutto il loro eclettismo. Canio Loguercio appartiene a quest’ultima schiera, avendo improntato il suo lungo cammino artistico al continuo divenire di una ricerca costante sia sotto il profilo musica che prettamente espressivo e concettuale. A dimostrazione di ciò c’è la scelta ben precisa di non seguire l’adagio calcistico “squadra che vince non si cambia”. Avrebbe potuto, infatti, replicare la fortunata esperienza di “Canti, ballate e ipocondrie d’ammore” in coppia con Alessandro D’Alessandro che gli fruttò la Targa Tenco 2017 come miglior album in dialetto, oltre ad essere stato il nostro disco dell’anno 2017, ma ha scelto di esplorare nuovi sentieri, sperimentando non solo sotto il profilo musicale, ma anche da quello prettamente cantautorale. E’ nato, così, “Ci stiamo preparando al meglio”, album composto da dieci brani di cui cinque originali, una nuova versione di “Luntano Ammore” e quattro riletture, ed accompagnato da un booklet con tutti i testi, intercalati dai disegni di Chiara Rapaccini. Si tratta di un lavoro intimo e riflessivo, velato di nostalgia, ma dallo sguardo dritto al futuro, consapevole che un futuro diverso e migliore è possibile, anche se il presente sembra non volerci sorridere. Il senso di tutto questo e la speranza di un futuro migliore sono racchiusi nella irresistibile title-track che apre il disco con le voci di Andrea Satta e Sara Jane Ceccarelli che duettano con Canio Loguercio, sostenuti dalla tromba di Luca De Carlo e dal sax di Pasquale Innarella. Si prosegue con la nostalgica canzone d’amore “In un punto lontano”, in cui la voce intensa di Loguercio è incorniciata dal violoncello di Giovanna Famulari e dalla tromba di Luca De Carlo, e la malinconica “Chissà cos’è” a cui è affidato il ricordo della fine di un rapporto di coppia. Se “Quando vedrete il mio caro amore” è un piccolo gioiello della canzone italiana portato al successo nel 1963 da Donatella Moretti e qui proposta in un gustoso duetto con Monica Demuru, la successiva “Core ‘ngrato” è un grande classico della canzone napoletana che il cantante lucano rilegge in una personale versione di rara intensità. La bella versione di “Incontro” di Francesco Guccini fa da preludio all’autografa “Tienimi forte le mani” con le voci di Barbara Eramo e Badara Seck e la complicità dei Caracas ovvero Stefano Saletti alla chitarra e Valerio Corzani al basso. A colpire è il contrasto tra il solare arrangiamento dal ritmo trascinante e il drammatico racconto dei tanti migranti che trovano la morte nelle acque del Mediterraneo nel tentativo di approdare ad un futuro migliore. Si torna a cantare d’amore con la nuova versione di “Luntano Ammore” cantata in duetto con Flo, ma il vertice del disco arriva nel finale con la splendida “Core ‘e plastica” con le voci di Brunella Selo e della figlia Carolina Franco. Chiude il disco “Mia cara madre”, riscrittura in chiave world del classico della canzone napoletana “Lacreme Napulitane” di Libero Bovio, nella fanno capolino le voci di M’Barka Ben Taleb, Badara Seck, Malick Fall, Jomahe Solìs, Chirtra Aluthwatta, Pierre Preira, Issoufou Conde e Laura Cuomo, con Banda Basaglia, diretta da Ciro Riccardi, ad esaltare i suoni plurali e gli incroci linguistici. 


Salvatore Esposito 

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