3,14 – Bombyx Mori (Worlds Within Worlds, 2020)

Si dice di non giudicare mai un libro dalla sua copertina, evitando preconcetti e contenendo le aspettative. A dirla tutta, qua non giudichiamo manco la copertina in sé, quanto più il dorso che custodisce stampati i nomi degli autori. Se fabbricassimo recensioni in serie ci basterebbe questo, il disco probabilmente potremmo evitare di ascoltarlo e una recensione più o meno azzeccata la riusciremmo a scrivere ugualmente. Efrén López, Jordi Prats e Ciro Montanari, cordofoni mediorientali, sarod e tabla. Tre nomi garanzia di qualità e delicatezza, che hanno ripreso nel progetto, nato in Spagna nel 2018, l’idea della costante matematica che non ha fine ma non si adagia mai in un pattern ripetitivo, trasferendo il concetto nel mondo della musica modale e impegnandosi in un dialogo che attraversa l’Asia con un disco dal titolo estremamente suggestivo, “Bombyx Mori”, come la falena la cui larva è conosciuta come baco da seta. Il suo filo lega e collega con le sue secolari rotte commerciali, prima fra tutte la via della seta. Compositore, produttore, ingegnere del suono e soprattutto multistrumentista specializzato in strumenti a corda dal Mediterraneo all’Asia Centrale, Efrén López è uno dei nomi di punta della musica modale, quantomeno nella scena world. López ha fondato numerosi progetti, tra cui L’Ham de Foc, Evo, Aman Aman, EAR, Sabir ed il trio Petrakis – López – Chemirani, il cui disco “Taos” è uno degli album che mi ha introdotto al genere e che tuttora preferisco. Jordi Prats suona il sarod nello stile classico Indostano. Discepolo di Shib Das Chakraborty della Senia Maihar Gharana, ha poi portato la propria conoscenza e passione per le arti indiane nella sua città natale, fondando il centro ‘Güngur Arts’ a Barcellona. Ciro Montanari è invece un esperto dei tabla indiani, studiati sotto la guida di Pandit Sankha Chatterjee, professore emerito della Rabindra Bharat University di Calcutta. Le collaborazioni di Montanari sono molteplici, ma tra tutte spicca Ustad Daud Konya Sadozay, esperto del rubab afgano. Tre personalità con molto da dire, ma che sanno prima di tutto ascoltare, guidano quest’album che spazia tra linguaggi e convenzioni, giocando con gli stilemi bilanciandone i sapori. Il disco è tutt’altro che denso nonostante la sua ricchezza, dominato da scelte estetiche anziché da propensioni tecnicistiche. Ma come spesso accade la tecnica c’è, e traspare dalla purezza tonale che risuona dalle corde e dalle pelli senza perdersi in virtuosismi. Complice forse il comune denominatore che lega gli artisti: nessuno di loro nasce nelle tradizioni di cui è esperto. Approcciare un linguaggio da esterno a volte offre prospettive differenti, porta a creare ibridi inaspettati lasciandosi guidare puramente dal gusto creativo e dall’istinto. Se poi, come in questo caso, a guidare l’istinto sono esperienza e conoscenza, il risultato non può che soddisfare. Già in apertura il disco si presenta delicato ma complesso. Introdotto da un intreccio melodico morbido, “The Secret” cresce con pazienza tra conversazioni solistiche, intersecazioni composite e fioriture dinamiche. “Prism” è pacato ed espressivo, con il tono fluido dello yayli tanbur di Evgenios Voulgaris e del cello di Gloria Aleza ad evocare intimità e nostalgia. Non mancano certo brani più slanciati, densi e ritmicamente serrati. Tra tutti spicca probabilmente “3,000 Feet” con un inaspettato ciclo ritmico in nove e una melodia elevata dai glissando del sarod. Forse ritmicamente più dritto ma sicuramente più rapido è invece “Resham”, dominato da una melodia di per sé piuttosto semplice ma proposta in diverse variazioni strumentali e dinamiche. Personalmente mi sento di consigliare “A. A. A. A. A. A. A.”, molto variegato sul piano tonale con l’introduzione affidata al santur di Nuno Silva. Un album da scoprire brano per brano. Un album che viaggia, sebbene in trio, per miglia e miglia grazie ai profili dei diversi strumenti coinvolti. Ma soprattutto un disco che non si limita a mettere in mostra strumenti, modi e ritmi, “Bombyx Mori” racconta storie, abbozza paesaggi, esplora estetiche e connette. Un ottimo album, decisamente all’altezza dei nomi che lo hanno prodotto. https://314music.bandcamp.com/album/bombyx-mori
 
 
Edoardo Marcarini

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