Sumeet Anand Pandey – Morning Meditation (Naxos World Music, 2020)

Con sonorità meditative e contemplative, “Morning Meditation” ci porta nell’India Settentrionale proponendo il più antico degli stili classici del paese risalente al XV secolo. Sumeet Anand Pandey rappresenta la decima generazione di cantanti della tradizione Darbangha, una genealogia che si specializza nello stile Dhrupad. Il genere, quasi scomparso in India all’inizio del secolo scorso, è in una fase di revival in gran parte influenzata dal mercato musicale internazionale e dal costante incremento della portata del genere world. La natura distesa e meditativa dello stile musicale era stata oscurata dalle esplorazioni virtuosistiche di un altro stile classico più recente, il Khyal, per molti aspetti più digeribile e apprezzabile anche dal largo pubblico. Una performance Dhrupad, tradizionalmente, dura infatti più di un’ora e la stragrande maggioranza di essa è costituita da un’esplorazione improvvisata e non metrica della scala scelta per il concerto. Questa sezione esplorativa, l’alāp, è molto comune nella musica indiana in generale ma nel Dhrupad è l’elemento fondamentale. Stili musicali non ritmici sono notoriamente difficili da seguire senza conoscenza interna degli stessi, un altro esempio calzante è l’āvāz persiana, decisamente meno accessibile delle musiche regionali della zona, dove la pulsazione ritmica assume un ruolo centrale per l’ascolto e la danza. Voglio quindi approfittare dell’occasione per fornire una coincisa guida all’ascolto, nella speranza che possa aiutare a decifrare meglio questo fantastico disco contestualizzandone le scelte stilistiche e valorizzandone le qualità strutturali e improvvisative. La voce è accompagnata da due strumenti: la tanpura, il liuto che si occupa di suonare il drone che definisce il centro tonale del concerto, e il pakhavaj, tamburo a due teste storicamente preferito ai tabla. Tuttavia, il pakhavaj è completamente assente per i primi 30 minuti del disco, che come anticipato sono non metrici. L’album si concentra su due modi, rāga Ahir Bhairav (che corrisponde melodicamente al Misolidio b9) e rāga Bhairav (che corrisponde alla scala doppia armonica), entrambi rāga mattutini con un carattere spirituale. Il cantante dedica due brani a ciascuno dei brani, una divisione che tuttavia è puramente pragmatica in quanto all’interno di ogni coppia i brani si susseguono senza tagli netti. I brani introduttivi si dedicano all’alāp. Il primo, “Rāga Ahir Bhairav: Alāp”, è decisamente più vicino alla durata di una performance live coi suoi 33 minuti, mentre il secondo, “Rāga Bhairav: Alāp”, è più coinciso con soli 11 minuti. In queste sezioni il cantante esplora liberamente i colori e le espressioni dei rāga seguendo le regole della vistar, parola che possiamo tradurre con espansione o intensificazione. Gli intervalli della scala vengono introdotti uno ad uno, ma prima di passare al successivo vi è un’esplorazione creativa delle possibili combinazioni melodiche del materiale già introdotto. Il cantante parte quindi con poche note e ne aggiunge altre dolo dopo aver giocato con le prime per qualche minuto, procedendo finché non si raggiunge l’ottava. Vistar, tuttavia, non influenza solo l’esplorazione tonale, ma anche l’intensificazione ritmica. Ci sono infatti 3 stadi nell’alāp, uno lento, uno a passo medio ed uno veloce: vilambit ālāp, madhya ālāp, drut ālāp. Prima di passare ad ognuna di queste sezioni il cantante raggiunge però l’ottava seguendo i principi della vistar e riparte da capo man mano che il tempo si fa più definito. Ricordiamoci che durante l’ālāp le percussioni non suonano, ma anche se la pulsazione non è chiara si raggiunge un senso di metricità negli stadi successivi. Rifacendoci al primo brano del disco, si raggiunge l’ottava nella vilambit ālāp attorno alla metà del dodicesimo minuto. Attorno al quattordicesimo l’espansione melodica riparte ed è meno distesa, siamo nella madhya ālāp che raggiunge a sua volta l’ottava al ventiduesimo minuto. Al ventiquattresimo, infine, comincia la drut ālāp. Ora che abbiamo una cartina che ci spiega il percorso di Sumeet Anand Pandey possiamo capirne meglio i pregi e goderne maggiormente. Il procedere del maestro non è né frettoloso né troppo lento, ma dedica tempo sufficiente ad ogni intervallo musicale per valorizzarne le proprietà comunicative ed evocative. Le sue doti vocali sono straordinariamente bilanciate ed appropriate al contesto non eccessivamente melismatico del genere, eccezion fatta per glissandi e vibrati perfettamente eseguiti. Il secondo ed il quarto brano, “Rāga Ahir Bhairav: Shyām Sundar Ko Prātah Samay” e “Rāga Bhairav: Sargam Ki Bandish”, presentano invece la porzione centrale e pre-composta del concerto, seguita dall’improvvisazione conclusiva. Queste due sezioni, chiamate rispettivamente Bandish e Laykari, sono accomunate dall’ingresso del pakhavaj e di un testo abbinato alla melodia. Nel bandish il cantante procede sillabicamente concentrandosi sulle parole, che tendono ad essere raggruppate in due versi di natura religiosa e devozionale. Nella fase conclusiva, laykari, questi versi diventano teatro di improvvisazioni e modulazioni metriche che dimostrano l’incredibile proprietà ritmica di Sumeet Anand Pandey. Il pakhavaj è infatti relativamente libero di interpretare il ciclo ritmico come preferisce perché i cantanti nel Dhrupad contano il ciclo con le dita. Questa sezione è senza dubbio la più intensa, l’apice di una performance che si sviluppa lentamente per non risparmiare sui dettagli. Sumeet Anand Pandey si dimostra un cantante più che all’altezza delle aspettative, capace non soltanto di cimentarsi con una tradizione incredibilmente complessa di cui è visibilmente esperto, ma anche conscio del pubblico a cui indirizza la performance. La scelta di due rāga differenti (preferita ad una performance ancora più lunga di uno soltanto) e la divisione in sezioni ne sono la dimostrazione. Per essere Dhrupad, il disco è facilmente navigabile, perfetto per chi stia cercando un primo approccio al genere, speriamo che questa piccola guida sia d’aiuto nel vostro viaggio di scoperta di un genere tanto difficile quanto affascinante. 


 Edoardo Marcarini

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