Storie di Cantautori: Luca Madonia, Stelio Gicca Palli & Compagnia Bella, Andrea Marchesino, Marta dell’Anno, Daniele Fortunato, Beppe Cunico, Bruno Caruso, Emanuele Bozzini, Boavista

Luca Madonia – La piramide (Viceversa Records/Audioglobe/Believe, 2020)  
I dischi di duetti, come del resto gli album tributo, sono un campo minato e, spesso, si incappa in lavori che lasciano un po’ il tempo che trovano. Ci sono fortunatamente delle belle eccezioni e una di queste è certamente “La Piramide” di Luca Madonia che, segue a distanza di tre anni la pubblicazione de “Il tempo è dalla mia parte”, e raccoglie dieci brani, cantati insieme ad un gruppo di storici amici, che sintetizzano efficacemente tutto l’immaginario compositivo del cantautore siciliano. Il titolo, ispirato alla “Piramide dei bisogni”, necessari al benessere dell’uomo, dello psicologo Abraham Maslow, ma anche la bella immagine di copertina racchiudono in modo molto efficace il senso dell’opera in cui la musica e la poesia sono elementi essenziali nel condurre l’ascoltatore in una dimensione riflessiva di elevazione spirituale. I brani sono caratterizzati da atmosfere raffinate e nel contempo permeati da una sincerità difficilmente riscontrabile nella musica che passa in radio. Sono brani che hanno la caratura, la sobrietà e lo spesso dei classici, scritti senza badare al facile successo ma piuttosto puntando a far emergere l’interiorità e il lirismo dei testi e non è un caso che tutto ciò venga esaltato proprio nel dialogo con le altre voci. L’ascolto si dipana dal rock dell’iniziale “Allora fallo” in duetto con Enrico Ruggieri all’intimismo di “Io che non ho sognato mai” di e con Morgan che spicca per l’eleganza sinuosa dell’arrangiamento. Se “Guarda come scorre” con Mario Venuti ricompone il sodalizio dei Denovo riportandoci al meglio della produzione della band siciliana, la successiva “Canzone semplice” cantata con Carmen Consoli è un invito a superare le paure e gli affanni del vivere quotidiano. Si prosegue con la bella sequenza in cui ascoltiamo “Le conseguenze che non ti aspetti” con Giada Colagrande che spicca per l’intreccio melodico, la dolcissima “Avrei bisogno” in duetto con Mauro Ermanno Giovanadi e la brillante “Casomai” con Patrizia Laquidara. Le sorprese proseguono con l’incontro con i Decibel ne “I desideri non cambiano” e nel bellissimo dialogo tra padre e figlio con “A volte succede” con Brando Madonia, ma il vertice del disco arriva con lo straordinario duetto con Franco Battiato nel brano finale “Quello che non so di te” che chiude un disco di grande spessore che resterà a lungo tra i nostri ascolti.

Stelio Gicca Palli & Compagnia Bella – Le frasi non dette (Forward Music Italy/Materiali Sonori, 2020)
L’ho scritto anche in altre occasioni e mi piace ripeterlo perché probabilmente è così: deve esserci, infatti, una sottile ma fortissima connessione tra la professione di avvocato e la canzone d’autore e questa va rintracciata nella sensibilità che viene sollecitata dal fare questo lavoro. Sebbene spesso non ci siano connessioni dirette a livello ispirativo, le canzoni scritte dagli avvocati sono immediatamente riconoscibili. E’ così per Paolo Conte, Pino Pavone e Peppe Fonte e a questa schiera non fa eccezione Stelio Gicca Palli, figura storica della scena cantautorale romana, noto per aver pubblicato nel 1971 il 45 giri con “Lella” su lato in duo con Edoardo De Angelis, a cui seguì nel 1972 Lp “Il paese dove nascono i limoni”. Dopo l’acuto dei primi anni Settanta, il cantautore romano si dedicò all’attività forense, pur conservando la passione per la musica che, quasi quarant’anni dopo, lo ha portato a tornare sulle scene con il progetto “Corpi estrani”. A distanza di cinque anni da quest’ultimo lo ritroviamo con “Le frasi non dette” inciso con l’ensemble aperto “Compagnia Bella” composto dal trio Primiano Di Biase (piano, tastiere, hammond, fisarmonica, cori) Simone “Federicuccio” Talone (percussioni) e Renato Gattone (contrabbasso) a cui per l’occasione si sono aggiunti Daniele Manciocchi (sax baritono, sax tenore, sax soprano), Fabrizia Pandimiglio (violoncello), Margherita Musto (violino), Ileana Pozzi (voce), Anna Fondi (cori) e dal Seven Hills Choirs, diretto da Luca Buratto. Composto da dieci brani, intercalati da cinque sonetti del poeta romano Giuseppe Gioacchino Belli, il disco è un tagliente ed ironico affresco dei nostri tempi di cui Stelio denuncia i tanti vizi e le poche virtù mentre sullo sfondo si staglia la sua Roma, scenario in cui si muovono i suoi personaggi e le sue storie cantate. Dal punto di vista musicale il disco presenta eleganti arrangiamenti acustici costruiti sul dialogo tra corde e percussioni, sostenute da una struttura ritmica impeccabile in cui si inseriscono le diverse voci strumentali. Aperto dal sonetto “Li sovrani der monno vecchio”, il disco entra subito nel vivo con “Piazza della Libertà”, un ritratto di Roma prima delle limitazioni del Covid, in cui la Capitale è ritratta invasa da “turisti un poco affranti si trascinano sul ponte/ciabattando sotto il sole che non molla la sua presa” e dove c’è “gente che viene e gente che va, pezzi dispersi di varia umanità”. Seguono la gustosa title-track e il sonetto “Er Papa” per giungere a “La meglio birra”, gustata a Monte Mario e che ha il sapore di libertà. La scrittura di Stelio si svela in tutto il suo fascino provocatorio e, senza compromessi, con una teoria di ritratti femminili di grande impatto poetico come quelli di Teresa (“A dispetto”), Gianna (“Gianna Perché”) e Marta (“Marta Parte”) per giungere a quei gioielli che sono “Valzer senza fretta” in cui spicca la splendida tessitura compositiva e la bellissima “Santa Maria degli Angeli e dei Martiri” che chiude un album di assoluto pregio che merita di stare accanto ai grandi classici della scena cantautorale romana.

Andrea Marchesino – Quaranta (Autoprodotto, 2020)
Chitarrista di formazione accademica e dotato di grande talento, Andrea Marchesino, negli ultimi tempi lo abbiamo ritrovato in vari album non ultimo in “Suoni e storie di un paese immaginario” del progetto Zenìa al fianco di Nora Tiggers, Massimiliano Felice e Davide Roberto. Una piacevole scoperta è stata anche “Quaranta”, album casalingo inciso durante il lockdown con la partecipazione di una “allegra banda di compagni di viaggio” un strumentisti composto da Marta dell'Anno (viola), Andrea Resce (contrabbasso), Natale La Riccia (batteria), Antonello Iannotta (Percussioni e Tamburello), Daniele Sepe (sax tenore), Paolo Pavan (pianoforte), Davide Costagliola (basso elettrico), Davide Roberto (percussioni e set ibrido),  Matteo Marseglia (sax tenore),  Giovanni Scamardella (basso elettrico), Robindro Nikolic (clarinetto basso, clarinetto soprano), Roberto Ricciardi (rulerino synth artigianale), Alessandro d'Alessandro (organetto), Alessandro Mazziotti (flauto traverso), Giorgia Capovivo (trombone), Daniele Ercoli (contrabbasso e tuba), Marco 'Madana' Rufo (organetto), Nicoletta Salvi (violino), Claudio Laureti (viola), Mario Puorro  (batteria), Daniela De Angelis (voce), Mauro Bassano (chitarra battente) e Walter Lanzara (theremin). Pubblicato solo in digitale con il sostegno di una fortunata campagna di crowdfunding, che il chitarrista pugliese definisce come “cappello online”, il disco si compone di nove brani, per lo più strumentali, le cui ispirazioni vanno ricercate nelle diverse latitudini del mondo e che, nel loro insieme, svelano l’articolata composizione del suo immaginario artistico. Ascoltiamo, dunque, le brillanti “La Guitarra Perdida di Juan” per chitarra sola, “Por un dedo”, impreziosita dal sax di Daniele Sepe, “Choro Pazzo Pazzo” e la rilettura di “El Cacerolazo” di Javier Girotto. Si prosegue con “La Marcia di Juan” in cui fanno capolino il clarinetto e il theremin e la bella versione de “Lu Soprastante” di Matteo Salvatore, ma le cose migliori del disco le si ascoltano sul finale con il tradizionale romano “Tutti ci hanno qualche cosa” dal repertorio del Canzoniere del Lazio e incisa con l’Orchestra O.P.P.L.A., l’invito al ballo della “Tarantella” di Santiago de Murcia e “Feira de Mangaio”, proposta in duo con Alessandro D’Alessandro all’organetto. “Quaranta” è, dunque, un piccolo assaggio delle grandi potenzialità di Marchesino e siamo certi che, nel prossimo futuro, ci riserverà ulteriori sorprese.

Marta dell’Anno e Andrea Marchesino – Altro non c’è (Controra Records, 2021)
A breve distanza da “Quaranta”, Andrea Marchesino ha dato alle stampe “Altro non c’è” altro disco interessante, questa volta inciso in duo con Marta dell’Anno (viola e voce), artista conterranea con la quale ha condiviso gli studi in conservatorio e con la quale collabora abitualmente. Composto da sette brani, tra composizioni originali e riletture di brani tradizionali, il disco si svela all’ascolto in tutta la sua eleganza stilistica che emerge sia dal punto divista compositivo sia da quello interpretativo, impreziosito da arrangiamenti minimali ma densi di forza evocativa. Tutto ciò lo si coglie, sin da subito, ascoltando la title-track che apre il disco e nella quale chitarra, violoncello e voce pennellano una profonda riflessione sulle cose veramente importanti nella vita, ma anche nel prosieguo non mancano momenti di grande intensità come nel caso della bella rilettura della “Pizzica di Torchiarolo” qui rinominata “Zamara” il cui arrangiamento in levare per corde e voci è un brillante esempio di come si possa re-inventare la tradizione. La trascinante ed imperdibile “Cammina veloce” cantata in francese, ci introduce ad una “Montanara di Carpino” anche in questo caso spogliata delle percussioni ed esaltata nella linea melodica e lirica. L’onirica “Sogno n.2” ci conduce verso il finale in cui spicca la bella rese de “Lu Bene Mio” di Matteo Salvatore e il bell’intreccio melodico di “Pedalò”. “Altro non c’è” è un bel disco pieno di intuizioni intriganti. Da ascoltare con attenzione.

Daniele Fortunato – Quel Filo Sottile (Autoprodotto, 2020)
Maestro elementare di professione e cantautore per passione, Daniele Fortunato ha mosso i suoi primi passi nel mondo della discografia con l’ep d’esordio “Ad occhi chiusi” a cui è seguito nel 2012 il primo album “Nuvole di cartapesta”, nati entrambi dalla collaborazione e amicizia con il musicista e produttore Paolo Pizzimenti. Seguono cinque anni fatti di concerti, studio ed approfondimenti sulla scrittura musicale che lo conducono nel 2018 alla pubblicazione del singolo "Barone rampante" ispirato al romanzo omonimo di Italo Calvino. A distanza di due anni da quest’ultimo arriva il suo secondo album “Quel filo sottile”, concept album nel quale, attraverso sette brani, prende vita un intreccio narrativo sul legame tra due persone. Una storia che si dipana tra leggerezza e riflessione, dall’adolescenza alla maturità con i due protagonisti che si avvicinano e si allontanano, si perdono e si ritrovano già adulti con la voglia di restare insieme per sempre. Dal punto di vista musicale il songwrting di Fortunato si caratterizza per strutture acoustic-folk con addentellati che vanno al pop al country per toccare il jazz e i ritmi latin.  Inciso al Marzi Recording studio di Riccione con la regia di Daniele Marzi, il disco vede la preziosa partecipazione di Milko Merloni al contrabbasso, Gianluca Nanni alla batteria e Massimo Semprini al sax che contribuiscono in modo determinante ad impreziosirne il sound. L’ascolto si dipana dalle melodie pop colorate di echi di bossa nova di “Le prime pagine” al country-folk di “Aurora” per toccare il valzer folk di “Mancini maldestri” che a buon diritto può essere definito come il brano più riuscito del disco. I ritmi latin de “L'intelligenza delle sfumature” impreziosita dagli interventi del sax ci introducono prima alla ballad “Barafonda e, poi, alla poetica “Come le stelle” le cui liriche svelano tutta l’autenticità della scrittura di Fortunato. “Quel filo sottile” è un intenso canto d’amore dedicato ai figli che chiude il disco in modo 

Beppe Cunico – Passion, Love, Heart & Soul (Autoprodotto, 2020)
“Ho iniziato a comporre i brani del disco nell’estate del 2017. Il progetto si è poi sviluppato parallelamente alla mia crescita, proprio mentre imparavo a mettere le mani sulla chitarra e componevo le prime melodie arricchendole passo dopo passo, rispolverando anche il mio passato di batterista per programmare le ritmiche. L’influenza anni ‘70 dei miei primi ascolti, come Pink Floyd e Genesis, si mescola alla musica di U2, The Cure e Police, il tutto legato dall’ispirazione più forte e recente: Steven Wilson. Con la mia musica ho voluto raccontare me stesso omaggiando al tempo stesso anche i miei idoli musicali”. Così il batterista, cantautore e ingegnere del suono Beppe Cunico racconta il suo album di esordio “Passion, Love, Heart & Soul” nel quale ha raccolto undici brani che affondano le loro radici nella sua grande passione per il prog-rock ed in particolare per gli album di Steven Wilson, e che è permeato dalla lunga esperienza maturata nelle diverse esperienze artistiche che ne hanno caratterizzato il cammino artistico. Sotto il profilo tematico, l’album ruota intorno alla vita del musicista vicentino intrecciando i ricordi dell’adolescenza con i problemi e le esperienze negative che lo hanno segnato, per soffermarsi su riflessioni sul mondo che ci circonda e su temi come la corruzione, l’egoismo e le disuguaglianze. L’ascolto non è privo di momenti di grande interesse come nel caso del trittico iniziale “The Beginning”, “Reinvent Yourself” e la divagazione nel popo di “My Life”, e belle intuizioni compositive come nel caso di “Above the stars”, “Growing & Fighting” e “Unleash The Beauty”. Buona la prima, dunque! 

Bruno Caruso – ASSSolutamente (Autoprodotto, 2020)
Nato in Germania ma romano di adozione, Bruno Caruso ha mosso i primi passi nella scena musicale capitolina in diverse cover band per dedicarsi successivamente alla composizione di brani autografi che lo hanno condotto a pubblicare il suo album di esordio “ASSSolutamente”, la cui pubblicazione è stata anticipata dal singolo “Rispetto a prima”. Si tratta di un lavoro di puro cantautorato rock dal taglio autobiografico che già nel titolo racchiude il suo senso più profondo, come afferma lo stesso Caruso: “il titolo è volutamente scritto così per dare forza e incisività ad un termine che è già di per sé penetrante. Vuole essere uno slogan di coraggio e tenacia”. Le sue canzoni sono un invito al riscatto, sociale e personale, esortazioni a credere che non è mai troppo tardi per ottenere quello che si vuole dalla vita. Registrato all’ “Ecko-sound Studio” di Roma, il disco vede la partecipazione di Simone Di Leo (basso), Camillo Alberini (batteria) e Dario Benedetti (chitarre), mentre gli arrangiamenti è stata curata da Roberto Picerni. Durante l’ascolto piacciono brani come la riflessiva “Aria” che apre il disco, la personalissima title-track e l’invito all’ottimismo “Bisognerà”. Al pari non mancano di regalare buone vibrazioni “Davvero….. ( tutti lo sanno)”, “Domani” e “Metamorfosi” ma è con la conclusiva “Rispetto a prima”  che si tocca il punto qualitativo più alto del sogwriting di Caruso e proprio in questo brano vediamo quella che potrebbe essere la traccia da seguire per il futuro. 

Emanuele Bozzini – Lontano (Freakone/Sabam, 2020)
Cantautore di talento sbocciato nella fucina creativa che è la scena musicale Torinese, Emanuele Bozzini giunge al suo debutto come solita con l’Ep “Lontano”, dopo aver militato nel gruppo folk italo-belga Marichka Connectio, con cui ha messo in fila numerosi concerti in Italia e all’estero. Questo disco segna un momento di svolta importante per la carriera del cantautore piemontese, sia dal punto di vista musicale con l’allontanamento dai territori del folk per imboccare altri sentieri sonori, sia da quello prettamente personale. Non è casuale che tutto questo sia evocato anche dal titolo che evoca in modo perfetto il senso di lontananza psicologica, sociale ed emozionale che pervade i quattro brani in scaletta. A riguardo il cantautore torinese afferma: “…sono stato lontano dagli altri e lontano da me stesso, dove la musica è sempre stata un tentativo fragile di mantenere un contatto con le mie emozioni. Un percorso di discesa negli abissi e risalita a suon di musica”. Prodotto da Paolo Rigotto che ha suonato anche tastiere, batteria, chitarra e basso, il disco presenta sonorità prettamente rock in cui si innestano ora elementi di world music come de “L’eremita” in cui fa capolino il canto gutturale difonico di Tuva, ora soluzioni ritmiche particolari come nel caso di “Lontano” in cui spicca il refrain in 5/4, ora spaziando attraverso la psichedelia con la conclusiva “Il salto”. Magistralmente orchestrato, “Lontano” ci offre un piccolo assaggio di quello che potrebbe essere un album sulla lunga distanza in cui la canzone d’autore si accompagna ad una particolare cura per gli arrangiamenti.

Boavista – Lì dove ci sono le stelle (Nutone Lab, 2020)
I Boavista nascono nel 2019 a Bologna dall’incontro tra Simone Tancredi (voce) e Luigi Bellanova (chitarre) a cui si sono aggiunti successivmente Gianluca Frascà (tastiere) Alberto Zapparoli (batteria) e Alessandro Marani (basso). Dopo aver mosso i primi passi nella scena live locale, giungono al debutto con “Lì dove ci sono le stelle”, album che raccoglie otto brani sospesi tra pop-rock di matrice anglo-sassone e canzone d’autore italiana, il tutto arricchito da elementi che spaziano dall’elettronica al pop. Dal punto di vista concettuale, il gruppo sottolinea: “Cantiamo “Lì dove ci sono le stelle” quasi a voler indicare dove dirigere lo sguardo in un momento dove la tensione sale e gli occhi hanno bisogno di spazio e immaginazione. È un disco che recupera le nostre esperienze riportandoci sotto lo stesso cielo”. Il disco si lascia ascoltare con piacere, mettendo in luce la sincerità del gruppo nell’affrontare sonorità forse non originalissime ma certamente di grande impatto come nel caso dell’iniziale “Ruggine”, del rock di “Penelope” e  della riuscita “Come supereroi”, ma il brano che sembra cogliere maggiormente nel segno è “Il mondo che vorrei” la cui trama pop densa di tastiere e synth sembra la dimensione migliore in cui il gruppo si muova.


Salvatore Esposito

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