Zenìa – Suoni e storie di un paese immaginario (Nota, 2020)

Non è la prima volta che una pratica creativa produce un folklore immaginario, rielaborando con sensibilità contemporanea elementi di tradizione orale, oppure dà forma a un idioma inventato funzionale al portato sonoro. Però, il progetto degli Zenìa, il cui nome non può non far pensare alla radice greca ‘xenos’ (straniero, ospite, forestiero ma anche ospitale), si spinge oltre nella sua dimensione narrativa, fabulistica e allegorica, facendo di Zenìa un luogo altro, sospeso tra leggenda e metafora ma al contempo pieno della realistica vivacità della sua quotidianità. Perché il quartetto di musicisti modella le architetture di questa città costiera, incastonata tra rilievi e acque, ne descrive le consuetudini, le storie e le memorie, intona musiche e canti di una comunità. Il CD-book pubblicato da Nota è scandito da brevi capitoli per ciascuno dei quali corrisponde una composizione musicale “tradizionale”. “Ogni vero viaggio, anche se immaginario, porta a conoscere l’ignoto ma anche e soprattutto a scoprire qualcosa di noi stessi. Quanto a noi, abbiamo riscoperto il nostro bisogno di immaginare una comunità degna di essere sognata e ci auguriamo che sia un desiderio condiviso”, così si presentano gli “Zenìa – Folk Immaginario”, gruppo di residenza romana, fondato da Massimiliano Felice, organettista e chitarrista abruzzese, compositore per teatro, attivo in diversi progetti musicali e didatta dell’organetto, e da Nora Tigges, romana ma di origini “sparpagliate”, cantante e didatta specializzata in repertori di tradizione popolare e medievali, impegnata in produzioni musicali e teatrali e svariati progetti (dalle collaborazioni con Lucilla Galeazzi a Fiordispina, La Contraclau e DomNa). Il terzo zenìta è il percussionista e cantante pugliese Davide Roberto (percussioni e canto), che si muove tra tradizioni del sud Italia e musiche del mondo, vantando anch’egli parecchie incisioni discografiche. 
Nell’album – dove l’organico è un quartetto – suona anche un altro pugliese dal profilo eclettico, il chitarrista Andrea Marchesino, mentre al momento l’elemento aggiunto del gruppo è il romano Matteo Giuliani, altro versatile esponente della sei corde. La vita e le genti di Zenìa si manifestano attraverso le musiche composte da Felice e da Tigges in  una lingua creata dalla stessa cantante, trasportando l’ascoltatore in un viaggio visionario.  A farci da guida dentro le viuzze strette, gli avamporti e le taverne di Zenìa per comprenderne l’essenza sono Nora Tigges, Massimiliano Felice e Davide Roberto.  

Come vi siete incontrati a… Zenìa?
Massimiliano Felice - In qualche modo Nora ed io a Zenìa ci abbiamo sempre vissuto, ma solo da poco più di due anni abbiamo iniziato a raccontarla in musica. Nelle nostre storie musicali ricorre, anche al di là delle nostre stesse intenzioni, la difficoltà di fare rientrare la musica che ci portiamo dentro in una definizione di genere facilmente riconoscibile. Dopo tanti anni di conoscenza e di collaborazioni abbiamo deciso di provare a fondere questi vissuti musicali per creare qualcosa di nostro. Davide invece è sempre stato più definito e chiaro nelle proprie scelte musicali, quindi in una certa misura negli equilibri che si formano in questo trio ha il ruolo di tenerci con i piedi per terra. Quando gli portiamo un’idea musicale e testuale, in fase di arrangiamento, ci aiuta a dare una forma più chiara, più solida alle canzoni. Anche Andrea, fino a quando ha collaborato con noi, ha fornito un contributo importante all’arrangiamento dei brani facendo molto da “specchio” e quindi modellando queste idee.

Come si arriva a Zenìa?
Nora Tigges - Via mare, dopo una lunga e burrascosa navigazione. È invece raro che qualche viaggiatore raggiunga Zenìa dall’entroterra, che è montuoso e accidentato, tanto che nessuna strada conduce al paese. Il viaggio verso Zenìa è quindi difficoltoso – come ogni vero viaggio che sia qualcosa di più di un semplice spostamento – ma una volta arrivati si viene accolti con molta naturalezza e con la tradizionale ospitalità zenita: senza dubbio, infatti, l’ostessa farà sedere l’ospite alla lunga tavola imbandita della 
taverna e offrirà la “firraina”, la focaccia tipica di Zenìa, mentre le persone del luogo si faranno avanti per offrire alloggio nelle loro case a chi ha attraversato il mare per giungere fino a loro. Insomma, le porte di Zenìa sono sempre aperte a chi accetta di provare a varcare il proprio orizzonte per aprirsi all’incontro.

Chi vive a Zenìa?
Nora Tigges - Le donne e gli uomini di Zenìa sono pescatori, pastori, suonatori, artigiani, costruttori, narratori, conduttori di riti… quella di Zenìa è una piccola comunità pressoché isolata, un microcosmo, dove le attività umane sono tendenzialmente ricondotte a funzioni essenziali e interazioni dirette e non si coltiva il superfluo. Allo stesso tempo, mi piace pensare che a Zenìa l’identità delle persone non sia rigidamente collegata a un ruolo o a un mestiere, che ci sia una certa fluidità e spazio sufficiente per la ricerca personale di ognuna e ognuno. Questo spazio di esplorazione delle proprie potenzialità è garantito dalla solidarietà e coesione di fondo della comunità paesana, per cui tendenzialmente c’è sempre qualcuno che può prendere il posto di chi in quel momento sta facendo altro. Chiunque sia interessato a mettersi in gioco in questo modo può vivere a Zenìa – ossia immaginare di viverci. Anche noi musici naturalmente: io, ad esempio, come si può leggere anche sul nostro sito www.zeniaproject.net, a Zenìa mi cimento nei ruoli di ostessa, imbianchina, guardaboschi, calafato … e, ovviamente, cantante e narratrice.

Quali le coordinate musicali di questo luogo?
Massimiliano Felice - Sono tante. Come già accennavo ho sempre esitato a dare una definizione precisa della mia musica. 
Questo perché i miei ascolti e studi, nel corso della vita, sono sempre stati vari e ampi: dal rock al metal, dai compositori del '600 (ma anche più moderni) al jazz (soprattutto scandinavo), dai cantautori italiani al folk statunitense (e americano in generale). Non sono mai riuscito a separare tutte queste influenze e alla fine sono finite tutte dentro Zenìa, masticate e rielaborate dalla mia sensibilità. A questo patchwork personale vanno aggiunte le sensibilità di Nora e Davide, anch’esse molto variegate ma diverse dalla mia e, di conseguenza, il lavoro di arrangiamento dei brani è sempre una “tensione” tra queste diverse sensibilità che porta, secondo me, una grande ricchezza a questo progetto. Nell’ultimo anno, dopo l’uscita di Andrea Marchesino e l’ingresso nel gruppo di Matteo Giuliani, si è aggiunta una ulteriore e diversa impronta musicale, più votata al jazz ed al jazz-rock quindi c’è stato un ulteriore arricchimento. Fino a quando riusciremo a confrontarci con curiosità e rispetto reciproci daremo vita alla musica di Zenìa.
Davide Roberto - Nella mia esperienza musicale ho avuto modo di esprimermi con diversi linguaggi sonori appartenenti a culture e popoli diversi. Ho sempre desiderato di suonare Musica World in grado di poter portare l’ascoltatore in una sorta di zona “neutrale”... Un punto di incontro tra tutti noi, in cui ciò che può emergere è la parte migliore di tutti. La capacità di Nora e Massimiliano di fare di questo progetto un viaggio immaginario oltre che sonoro mi ha portato anche a riflettere su come potessi rendere “diverso” ciò che musicalmente ho sempre suonato, per dare un “abito musicale” a Zenìa nel quale poter sentire una radice, un’eco, per poter immaginare questi suoni in maniera “nuova” per poi perdersi nei vicoli, nelle possibilità di un incontro. Ecco, per me Zenìa è un incontro. 
Nora Tigges - La musica che emerge da questo confronto interno alla nostra micro-comunità musicale viene poi presentata nel nostro spettacolo e nel libro-cd che ne è tratto come se fosse la nostra “esecuzione 
personale” di una musica tradizionale, così come fanno i gruppi di riproposta (più o meno libera) di repertori tradizionali realmente esistenti che operano nella scena folk/world. Del resto tutti abbiamo fatto e facciamo tuttora parte di progetti musicali di questo tipo. La nostra aspirazione è che l’operazione sia credibile, cioè che, al di là della sospensione di verisimiglianza richiesta per seguirci nel viaggio immaginario a Zenìa, la nostra suoni come una musica che abbia radici in una tradizione, cioè che dia voce a una comunità. Solo che, nel nostro caso, è una comunità immaginaria: dunque elettiva, desiderata.

Quanto la visionarietà del progetto si riflette nelle procedure musicali?
Massimiliano Felice - Scrivere e arrangiare le musiche di Zenìa è un lavoro che richiede tempo perché non pensato sempre a priori da una sola persona (in genere, il sottoscritto): io mi sono spesso limitato a presentare un’idea melodica e un possibile sviluppo e la creazione della canzone finale è stato il frutto di una elaborazione di gruppo (nella maggior parte dei casi insieme a Davide e Nora). quindi abbiamo avuto bisogno di tempo e pazienza per confrontarci e trovare un punto di incontro che funzionasse musicalmente. Questa cosa è forse ciò che apprezzo di più di questo progetto: quello che viviamo oggi è un tempo fatto prevalentemente di individualismi e di “decisionismo”, anche nella musica; molto spesso basta mettere insieme tre o quattro “cognomi noti”, adottare le prime soluzioni di arrangiamento ed esecuzione che vengono in mente e magicamente ecco fatta la serata! Beh, con tutto il rispetto, queste operazioni, secondo me, non servono a molto…

Che forma prenderà dal vivo il racconto di viaggio di Zenìa?
Nora Tigges - In realtà è accaduto l’inverso: i brevi racconti su Zenìa che sono stampati nel libro sono nati proprio per essere recitati dal vivo durante i nostri spettacoli, sostituendo le consuete “presentazioni”, per dare una cornice all’immaginario di chi poi avrebbe ascoltato i brani cantati in lingua zenita, quindi senza parole comprensibili. L’idea iniziale era quella di accompagnare il pubblico in una sorta di “visita guidata” al paese immaginario, divertendoci a offrire degli elementi di contesto etno-antropologico alle musiche, quindi a descrivere le occasioni in cui verrebbero “tradizionalmente” eseguiti i canti, come spesso si fa nei concerti di riproposta di musiche popolari… ma ovviamente inventando il tutto. Poi il lavoro di scrittura ha preso una piega più visionaria, metaforica, intima e abbiamo sentito il bisogno di lavorare anche sul nostro modo di porgere i testi: per questo abbiamo iniziato un training di tipo teatrale con il regista Claudio Pieroni. 
Massimiliano Felice - Questo è un aspetto ancora poco sperimentato, anche causa pandemia, ma su cui stiamo lavorando molto e di continuo. Scherzando, durante una intervista radiofonica, mi è venuto istintivamente da rispondere alla stessa domanda definendo  il nostro come un “concertacolo”: una forma a metà strada tra il concerto e lo spettacolo teatrale senza però limitarci a sovrapporre la nostra esperienza musicale a quella di uno o due attori professionisti quello che vorremmo è creare un linguaggio scenico nuovo, tutto nostro, che sia chiaramente riconducibile a Zenìa e solo a Zenìa, una sorta di “teatro-musica”. 
Ci vorrà del tempo ovviamente e, forse, non riusciremo mai nel nostro intento ma è il viaggio quello che conta, no?  La tensione della ricerca costante crea sempre nuovi sbocchi e percorsi che in un primo momento neanche sembravano percorribili: bisogna avere il coraggio di guardare oltre e più in profondità, mettendosi a nudo ed in gioco continuamente, a volte è faticoso, a volte fa male ma ne vale sempre la pena.
Nora Tigges - Al momento di andare in studio a registrare le tracce musicali, abbiamo pensato al formato libro-cd per poter accompagnare le musiche con la lettura delle storie, integrando il tutto anche con le illustrazioni, in parte mie e in parte della cara amica Jana Ruf, per aggiungere al viaggio immaginario un elemento visivo che andasse in qualche modo a bilanciare ciò che si perde rispetto all’esperienza dello spettacolo dal vivo, ossia la presenza. Per questo abbiamo proposto a Valter Colle di accogliere il nostro lavoro nella sua collana Block Nota, dedicata appunto a questo formato ibrido (libro-cd), e siamo felici e onorati di averlo convinto. Idealmente quindi la fruizione prevede che si leggano i testi relativi a ciascun brano contestualmente all’ascolto. Mi rendo conto che, nella nostra epoca di consumi musicali onnipresenti quanto “veloci”, si tratta praticamente di un’utopia.
Inevitabili le ispirazioni letterarie nel costruire questa città di mare…
Nora Tigges - Da quando abbiamo iniziato a portare in giro il nostro spettacolo spesso qualcuno ci ha detto di avere pensato, ascoltando le storie di Zenìa, alle “Città invisibili” di Italo Calvino. Ovviamente lo prendo come un complimento smisurato ed effettivamente la lettura di questo capolavoro è stata importante per me negli anni formativi. In verità, cercando la chiave giusta per raccontare del nostro paese immaginario, provando a tradurre in immagini e storie gli stimoli che mi venivano dalle idee musicali di
Massimiliano (e aggiungendo ovviamente qualcosa di mio), in un primo momento mi sono venute in mente le narrazioni di viaggio medievali, tra cui il cosiddetto “Milione” di Marco Polo da cui Calvino ha tratto ispirazione, ma anche i paesaggi misteriosi e simbolici attraversati dai cavalieri arturiani nelle loro erranze o le isole fantastiche visitate dai monaci irlandesi. Queste storie apparentemente così lontane fanno parte del mio immaginario personale per il semplice motivo che, molti anni fa, mi ci sono appassionata tanto da laurearmi in filologia romanza con  una tesi sull’argomento. Ed era proprio l’effetto di lontananza che cercavo, un tono narrativo che situasse Zenìa in un altrove sospeso tra leggenda popolare e metafora, pur non rinunciando a una sensazione di familiarità e a veicolare un senso che potesse essere significativo per noi, qui, ora. E in realtà è proprio ciò che ha fatto Calvino ne Le città invisibili (ovviamente al suo inarrivabile livello). Dunque non posso fare a meno di constatare che il debito c’è: ma me ne sono resa conto, come dicevo, soltanto strada facendo. Le storie di Zenìa insomma non sono state concepite a tavolino come una sorta di appendice o di omaggio al meraviglioso libro di Calvino, ma hanno avuto (e avranno, poiché di Zenìa intendiamo continuare a raccontare) anche altre fonti di ispirazione, quelle medievali di cui accennavo, ma certamente anche altre, di cui solo in parte sono consapevole, sia letterarie (una per tutte: Macondo) che extra-letterarie, a partire dal fatto che, come dicevo, sono nate innanzitutto da stimoli di tipo musicale.

Inventare una lingua per sposarla alla musica: come combinare suono e significato?
Nora Tigges - Questo aspetto del lavoro per me è molto giocoso, anzi è un vero e proprio gioco di cui stabilisco le regole in piena libertà, guidata inizialmente solo dal piacere di pronunciare determinati suoni
in un dato contesto melodico e ritmico e insieme di sentirli istintivamente “aderenti” alle immagini, emozioni, alla storia che quella musica mi suggerisce. Dico inizialmente perché, andando avanti, ho sentito il bisogno che ogni nuovo testo “suonasse zenita”, cioè presentasse delle sonorità coerenti con quelle dei testi già elaborati, come se appunto appartenessero a una stessa lingua. Sono tornata quindi spesso a usare gli stessi fonemi, le stesse “parole”, magari variando alcune vocali o desinenze. In questo modo è venuta a crearsi una parvenza di flessione “grammaticale”, che però resta priva di ogni sistematicità e libera da ogni riferimento semantico preciso. Allo stato attuale, infatti, solo di una manciata di parole zenite saprei dare una traduzione letterale (ad esempio: ‘medaima’ – insieme, ‘semraik’ – partenza,  ‘shirun’ – disgrazia o malasorte; si tratta spesso dei titoli dei brani, che in qualche modo ne condensano il significato). Sicuramente il gusto di giocare con le parole e le forme linguistiche in questo modo mi deriva in parte dagli ormai lontani studi letterari, che hanno ovviamente comportato anche elementi di linguistica storica, ma credo che abbia radici più personali e profonde nell’esperienza del multilinguismo che mi accompagna da sempre (per motivi familiari sono cresciuta parlando quattro lingue europee). Sto comunque lavorando, anche perché mi è stato richiesto da più parti, a delle “traduzioni” o versioni italiane almeno di alcuni brani, da pubblicare sul nostro sito: ma le presenterò come proposte possibili, non esclusive né esaustive. Temo che altrimenti si perderebbe qualcosa, poiché è proprio nell’alternanza fra narrazione in lingua comprensibile e canto in lingua 
immaginaria che si inserisce la libertà, per chi ascolta, di dare una propria interpretazione, un proprio senso ai testi cantati. Una libertà che vorrei rispettare e che dal nostro pubblico è stata anche apprezzata.
 
La danza “Vulje Valje” sembra condurci da qualche parte nei Balcani e racconta di un personaggio speciale…
Nora Tigges - L’atmosfera “balcanica” penso sia dovuta al ritmo dispari e all’andamento incalzante che suggerisce una danza vorticosa, scatenata. In effetti questo canto a Zenìa viene tradizionalmente eseguito durante la festa rituale del “Vulje Valje”: a portare questo nome è un personaggio del folclore locale di aspetto insieme umano, bovino e di mostro marino, dotato di un’astuzia animalesca e di una intensa vitalità, che viene impersonato da un uomo mascherato con una veste ricoperta di conchiglie e sonagli di legno. In alcune notti di luna piena – non ad ogni plenilunio ma soltanto quando, a suo insindacabile giudizio, ritiene che il rito sia necessario alla comunità – il paesano incaricato di impersonare il Vulje Valje va di casa in casa soffiando in un corno di bue e invita gli abitanti a seguirlo fuori dal paese fino a radunarsi intorno a un grande falò per cantare e danzare in cerchio, lasciandosi trasportare dall’ebbrezza fino all’alba. Ho immaginato questo rito liberatorio a cadenza irregolare molto prima che l’attuale pandemia obbligasse a sospendere gli assembramenti festosi e conviviali, ma ora credo che tutti sappiamo bene cosa significhi attendere il ritorno del Vulje Valje…

Nora, la tua voce risplende in “Moitai”, come nasce questo brano?
Nora Tigges -
“Moitai” è un notturno, una sorta di ninnananna selvatica. Nasce da un’improvvisazione vocale eseguita come introduzione all’unico brano quasi interamente strumentale del nostro spettacolo e del disco, una composizione di Massimiliano che a Zenìa ha preso il nome di Laimané, vale a dire risveglio, o anche svegliatevi. Quindi “Moitai” è la notte che precede il risveglio di “Laimané”, il canto di una madre-foresta che veglia sul sonno dei figli paesani: non a caso è dedicato a mio figlio Davì e in qualche modo, indirettamente, vi sono confluiti i primi “dialoghi” sonori che tenevo con lui da neonato e le cantilene con cui lo cullavo nelle notti discontinue dei primi anni di vita. 

Raccontaci di questa usanza zenita delle assenze temporanee che si sostanzia in “Shu Vi”
Nora Tigges - per rispondere riprendo un passo dal nostro libretto. “A Zenìa è usanza che chi trova o perde un amore abbandoni il paese per risalire i letti dei ruscelli, in cerca di un luogo da eleggere a propria temporanea dimora: un canneto intrecciato dal vento a formare un nido, una piccola grotta aperta in una parete rocciosa, o addirittura una roccia protesa sull’orlo di una cascata. Qui si fermerà per il tempo necessario ad ascoltarsi e ascoltare, e a seconda di ciò che gli avrà suggerito la voce interiore insieme a quelle del vento, dell’acqua, dei falchi di passaggio, digiunerà o mangerà mele selvatiche o miele di favo, resterà immobile in veglia dal tramonto all’alba o invece vagherà cantando per i prati più alti.” Questa consuetudine esemplifica come a Zenìa le usanze, le tradizioni, i riti siano essenzialmente delle azioni codificate e simboliche che facilitano la ricerca di un equilibrio – interiore, come in questo caso, o comunitario, come nel caso del “Vulje Valje”. 
Credo peraltro che una funzione analoga si possa rintracciare in molte tradizioni o ritualità realmente esistenti o esistite: ma a Zenìa la metafora contenuta nelle azioni diventa trasparente, esplicita, mentre mancano quei caratteri di rigidità che determinano l’aspetto coercitivo, i limiti alle libertà individuali e sociali che spesso caratterizzano le società tradizionali.  Nella consuetudine zenita delle assenze temporanee ho anche trasfuso un’esperienza personale: la partecipazione al ciclo biennale di laboratori “Cantare con gli archetipi“ (2014-2016), ideato e condotto dalla compositrice e pedagoga vocale e teatrale Francesca Ferri, nel corso del quale abbiamo praticato anche la costruzione di “dimore temporanee” nella natura come luoghi dove lavorare su aspetti della propria interiorità e creatività attraverso l’incontro con archetipi mitologici (in questo caso appartenenti alla mitologia classica) e con canti tradizionali (in questo caso italiani e dell’Est europeo). Sicuramente questo particolarissimo percorso formativo ed esperienziale guidato da Francesca è stato uno dei sentieri che, senza saperlo, mi hanno condotto a Zenìa.

L’ispirazione per “Medaima”?
Massimiliano Felice - La prima idea di “Medaima” nasce dalla volontà di creare una “stornellata” con cui volevamo creare un’alternanza tra un tema strumentale semplice e orecchiabile e una serie di stornelli in lingua zenìta, come tanti che abbiamo ascoltato e suonato in tutto il centro-sud Italia, che raccontassero il valore della collettività: del vivere, pensare e agire insieme (è proprio questo il significato della parola medaima). Siamo partiti da lì e poi l’evoluzione del brano in prova ci ha portato verso il Brasile e, grazie ad una intuizione di Davide, al monoyé: questo momento finale a due voci che regala grande apertura. 
Davide Roberto -
Sì, “Medaima” nasce intorno al desiderio di voler creare un momento di canto collettivo, una festa nella quale cantare e danzare insieme. Questo brano è anche lo specchio della tantissima musica a ballo di vario tipo suonata negli anni e che abbiamo voluto portare a Zenìa. Da un certo punto in poi il brano è musicalmente orientato al Brasile: ho cercato di portarvi le sonorità di Naná Vasconcelos, Hermeto Pascoal, Nando Lauria e della musica popolare brasiliana a servizio di questo momento di festa che culmina in un finale a due voci, nel quale vengo sostenuto da Nora. 

“Semraiku” canta il rito della partenza…
Nora Tigges - Nel suo libro “Collasso”, sul tema attualissimo di come diverse società umane abbiano o meno imparato a gestire le risorse necessarie alla loro sopravvivenza, l’antropologo Jared Diamond racconta tra l’altro di Tikopia, una piccola e remota isola del Pacifico. Da questa lettura, a distanza di anni, mi era rimasta impressa l’immagine di un giovane capo tikopiano che si inoltra in alto mare a bordo di una piccola canoa sapendo di non fare ritorno, in una sorta di suicidio rituale, pur di evitare una guerra tra clan. Quando ho ascoltato il tema maestoso e malinconico proposto da Massimiliano che poi, elaborato soprattutto da Andrea, sarebbe diventato la melodia di “Semraiku”, mi è tornata in mente questa storia. Anche dal nostro paese immaginario, come da ogni luogo o situazione della vita, per quanto accogliente possa essere, può venire il momento di andarsene, magari perché è sopravvenuta l’esigenza di voltare le spalle a qualcuno o a qualcosa o semplicemente per affrontare l’ignoto. Ho immaginato però un’usanza che in qualche modo addolcisce il distacco, senza negarlo: chi intende abbandonare Zenìa annuncia la propria decisione preparando una barca ornata da un piccolo albero secco con i rami tinti di rosso. Per qualche tempo, finché la partenza non matura definitivamente in lui o in lei, la barca viene lasciata in secca su una spiaggia fuori dal paese. 
I compaesani, se e quando lo desiderano, vanno allora a ornare l’albero con fiori e piccoli oggetti, ricordi della vita trascorsa insieme a loro da chi sta per partire. Il canto della partenza, introdotto con un testo scritto in prima persona, chiude la nostra raccolta e forse il prossimo libro-cd racconterà proprio di chi, da Zenìa, si avventura per il nostro mondo.

In tempi di patrimonializzazione, di appartenenze rinsaldate o “costruite”, voi sperimentate un senso di comunità che non piazza bandiere localiste…
Nora Tigges - Grazie, non avrei potuto dirlo meglio! Nostra patria, oggi più che mai, è il mondo intero. Andando più a fondo, per me personalmente il bisogno di comunità, di appartenenza, che è un bisogno umano fondamentale, non ha mai avuto un riferimento scontato. Questo perché, come accennavo, sono cresciuta in un ambiente familiare multilingue e cosmopolita, ma anche frammentato e in una metropoli, Roma, dove i miei genitori non avevano radici. Di conseguenza, per me è diventato presto evidente (ben prima di saperlo spiegare) come l’appartenenza, la delimitazione di una comunità, sia una costruzione sociale più che un dato “naturale”. Forse non è un caso che, da “sradicata”, mi sia sentita attratta fin da giovanissima dalle culture orali, dai dialetti e soprattutto dai canti di tradizione popolare (d’altronde ero stata cresciuta a Bach e Dischi del Sole). Arrivando poi a studiare e praticare professionalmente il canto di repertori tradizionali (grazie soprattutto all’incontro con Lucilla Galeazzi) mi è capitato spesso, dopo un concerto o una cantata in piazza, di sentirmi chiedere se quelli che avevo eseguito fossero i canti delle mie origini familiari, delle mie “radici”. A un certo punto, un po’ stanca di dover ricorrere a noiose spiegazioni come quella che avete appena letto, mi sono inventata una risposta “aforistica”: la radice è la meta del viaggio di un seme. Da questo rovesciamento del punto di vista all’idea di cantare le musiche di un paese immaginario e dichiararmi di origine “zenita” il passo è stato breve … o piuttosto, lo è diventato grazie all’incontro con l’estro compositivo di Massimiliano e poi con gli universi musicali degli altri elementi del gruppo. 
Questa è una storia molto personale, ma allo stesso tempo, per fortuna, so di non essere la sola a sentire il bisogno di sperimentare un senso di comunità che non si definisca arbitrariamente in opposizione a un “diverso”, ma si fondi invece su un percorso di ricerca interiore, relazionale, civile e magari, perché no, anche artistica.

Quindi parla di voi e di tutti noi…
Massimiliano Felice - Zenìa siamo noi, tutte e tutti: una grande metafora delle relazioni umane come le osserviamo tutti i giorni nella nostra vita ma, allo stesso tempo, anche come vorremmo che fossero. Abbiamo coltivato per anni, parlo per me adesso, il sogno e la possibilità di un altro mondo, diverso nelle relazioni e nei rapporti tra le persone, e una parte di me ancora coltiva quel sogno: Zenìa serve a ricordare a tutte e tutti che è ancora possibile, se non costruire nell’immediato, almeno immaginare un altro mondo, sempre umano e concreto ma diverso da quello in cui viviamo attualmente. 
Nora Tigges - Riprendendo un vecchio slogan, a rischio di sembrare retorica, aggiungo che a mio avviso immaginare un mondo diverso – una comunità degna di essere sognata – non solo è possibile, ma oggi quanto mai è necessario. Proprio per questo il nostro piccolo libro si conclude con queste parole: “Noi siamo partiti da Zenìa per le strade del mondo quando abbiamo sentito il bisogno di sognare, insieme, un posto dove tornare. E tu?” 



Zenìa – Suoni e storie di un paese immaginario (Nota, 2020)
Dall’ascolto e dalla lettura di questo CD-book emerge una musica che suona familiare nei suoi rimandi e nelle sue assonanze, impregnata di terra in cui scorrono tanti fertili rivoli folklorici, con un baricentro musicale centro-meridionale italiano in cui si innestano altri mondi sonori (Est Europa, Brasile, jazz, in primis). Eppure la musica di Zenìa non riducibile a una definizione di genere né ai cliché world-oriented. Una pluralità che ben si addice all’altrove narrativo perseguito dal gruppo che costruisce il proprio sound su una cornice timbrica acustica: organetto, chitarre, percussioni e una “voce d’oro” che sa farsi strumento come quella da soprano di Nora Tigges. Così alle inflessioni sarde dell’iniziale trascinante “A Nue”, con fitte corde protagoniste, seguono il calore latino  e i respiri jazzati che si aprono sulle tessiture popolari di “Ghemaya Zemà”, brano tra i vertici dell’opera. I tempi musicali dispari di “Vulje valje” sono un ineludibile invito alla danza; a fare da contraltare è il notturno “Moitai”, una sorta di ninnananna in cui si erge solitaria la magnetica voce della vocalist. Il tema è il preludio allo strumentale “Laimané”, motivo che sfugge ai luoghi comuni con la sua introduzione che apre la via all’organetto fatato di Felice, contornato da corde, percussioni e voce con il suo andamento cangiante e sorprendente, ora introspettivo ora volteggiante, che comprova il virtuoso processo elaborativo del quartetto. Si sedimentano svariati sentori stilistici ed espressivi nella canzone “Shu Vi”, in cui la carta melodica prende il sopravvento, mentre è un lirismo a più tinte a imporsi nella successiva “Lamaia Shirun Dopa”. Mantiene sempre alta l’attenzione “Medaima”, concepita in origine come una stornellata corale dalla robusta impronta festiva (con reminiscenze di Banditaliana nella prima parte) che finisce ritmicamente in Brasile con il bel canto a due voci. I quattro chiudono con “Semraiku”, tema dal portamento solenne concentrato di artifici e di fruttuose e molteplici mescolanze.  Se è vero che “la radice è la meta del viaggio di un seme”, come ci ha raccontato Nora Tigges, viene proprio voglia di unirsi alla comunità di Zenìa, luogo di accoglienza e ospitalità, di conforto e riflessione su di sé, per un soggiorno tra gli aromi locali, porgendo l’orecchio alle flessuose note dei compari musici zeniti. 


Ciro De Rosa

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