La magia folk di Transitalia

Il racconto fiabesco di un tempo in cui si investiva pienamente in cultura musicale: l’entusiasmante incontro in scena tra alcuni tra i migliori interpreti legati alle musiche ispirate alla tradizione orale e alla world music provenienti da varie regioni italiane che, tra memoria e innovazione, producevano un suono folk contemporaneo. Artefice di questa lungo viaggio nei repertori popolari d’Italia che si svolse nel giugno del 1997 a Vercelli è stato Maurizio Martinotti, all’epoca membro de La Ciapa Rusa, propulsore di iniziative musicali, discografiche e organizzative, con la regia musicale di Riccardo Tesi e la mise-en-éspace di Moni Ovadia.

Bambini, oggi voglio raccontarvi una fiaba ambientata in un’epoca lontana e magica. Ci fu un tempo, lo so che non ci crederete, in cui gli enti pubblici investivano in cultura, finanziando bei progetti, rassegne di teatro, produzioni musicali di generi cosiddetti di nicchia. Vi voglio narrare in particolare, bimbi miei, di uno di questi: si chiamava “Transitalia” e riuscì a mettere insieme, per la prima volta le voci di Tenores di Bitti, Elena Ledda, Lucilla Galeazzi, Gastone Pietrucci, Carlo Muratori, Dodi Moscati, Rachele Colombo, Auli Kokko, Antonello Ricci, Ambrogio Sparagna (anche all’organetto) e Mauro Goielli, Daniele Sepe (sax), Roberto Tombesi (organetto), Maurizio Martinotti (ghironda), Riccardo Tesi (organetto),Patrick Novara (piva, clarinetto, ocarina, flauti, oboe e piffero), Devis Longo (tastiere, clarone e sax), Maurizio Geri (chitarra), Pietro Bianchi (violino), Silvano Lobina (basso) e Claudio Fossati (batteria) per la regia, e gli interventi recitati, di Moni Ovadia.  Si stenta a credere che un comune di medie dimensione, Vercelli, possa aver investito il cospicuo budget necessario all’allestimento ed alla realizzazione di un simile spettacolo: perché a monte dell’unica incredibile rappresentazione, ci sono stati una settimana di prove pagate, la logistica di più di venti persone (vale a dire trasporti, hotel, pranzi e cene), il personale tecnico, la retribuzione di regista e direttore musicale, gli addetti stampa per la promozione dell’evento ed infine l’ospitalità dei giornalisti venuti per assistere all'evento. 
Originalmente l’idea di un simile spettacolo era partita da Luciano Duro, direttore del festival Folk della città di Isola del Liri, in Lazio: mi chiese di elaborare un progetto, ma il budget necessario rese inattuabile la cosa. L’idea però rimase lì, in un angolo del mio cervello e finalmente un paio di anni dopo trovai nel Comune di Vercelli, amministrato all’epoca da una più unica che rara giunta Verdi/ Rifondazione Comunista, il soggetto disposto a mettere sul piatto la somma necessaria.  Era venerdì 6 giugno 1997 e la seratona di “Transitalia”, coordinata dall’Associazione Ethnosuoni, si tenne all’interno della quattordicesima edizione di Festival “Folkermesse”, la rassegna di musica popolare itinerante che coinvolgeva tutto il Piemonte. Ma prima che diventasse realtà non mancarono bizzarri incidenti di percorso: si scoprì che il bel Teatro cittadino, che avrebbe dovuto ospitare la rappresentazione, era da mesi prenotato dalle scuole di ballo cittadine per il saggio finale. Fummo dunque smistati in una capiente palestra del Palazzetto di Via Donizetti, ma si rese necessario montare un enorme palco, con tanto di ring per le luci: palco che, per inciso, dovette essere smontato a tempo di record a concerto concluso e rimontato lungo la notte per ospitare il giorno successivo, su una pubblica piazza, gli altri eventi in programma. Una follia, con la commissione tecnica che ci diede il nulla osta di corretto montaggio all'ultimo minuto. A me spettò il compito meno divertente (a parte quello di membro della band) e cioè la parte organizzativa e gestionale, in pratica l’agente di viaggi ed il contabile; 
con parola più elegante, the producer. Riccardo Tesi fu invece il direttore musicale, compito non facile, data la presenza di molte prime donne che rischiavano di entrare in rotta di collisione, ma il toscano seppe guidare la composita ciurma in maniera esemplare. Lucilla Galeazzi fu da lui delegata a coordinare la messa a punto dei cori femminili: disponevamo di quattro voci bellissime; Lucilla stessa, Elena Ledda, Auli Kokko e Dodi Moscati. Moni Ovadia, probabilmente il costo più oneroso di tutto il progetto, ci inviò a seguire la messa a punto della parte musicale una giovane sua allieva (di cui non ricordo il nome): istruito e tenuto informato da questa, arrivò negli ultimi due giorni per la messa a punto della regia. Non fu facile coordinare così tante persone ed i loro impegni. Sepe e Kokko, che avevano inizialmente declinato l’invito per impegni pregressi, desiderando fortemente partecipare, trovarono il modo di arrivare a metà settimana: ma, da scafati professionisti, seppero integrarsi alla stragrande. Ambrogio Sparagna, anche lui già in altre faccende affaccendato, giunse solo all’ultimo minuto, e poté aggregarsi molto limitatamente. Resta il dispiacere della mancanza di una decente registrazione sonora complessiva dell’evento. Il tecnico audio, dell’entourage di Ovadia e da lui voluto, in più di una occasione dimenticò di aprire i microfoni necessari al momento appropriato: e mi sono sempre domandato perché, non conoscendo evidentemente a sufficienza lo spettacolo, non si sia limitato a lasciare tutto aperto sempre. L’unico documento sonoro disponibile estratto da quella magica serata è il duetto di Gastone Pietrucci e Dodi Moscati nello stupendo brano di repertorio toscano “Pan pentito”, contenuto nel secondo volume di “Aedo malinconico ed ardente, fuoco ed acque di canto” de La Macina. Fu un concerto memorabile, con un pubblico partecipe ed entusiasta e noi tutti in gran spolvero. Non si trattò di una passerella di nomi di punta del folk, tra l’altro, personalità anche molto diverse tra di loro, ma di oltre due ore di viaggio musicale attraverso l’Italia in cui si fondevano monferrine e tarantelle, filastrocche venete
e ballate marchigiane, preservando le specificità di ogni tradizione e, ciononostante, offrendo all’ascolto un prodotto musicale originale e coeso, merito soprattutto della direzione di Tesi. Lo spettacolo, poi, si avvaleva di una sua teatralità grazie a soluzioni sceniche e i recitati di Moni Ovadia 1.  Meno di un anno dopo, a febbraio del ‘98, scesi a Roma e telefonai a Dodi Moscati: lei, persona divertente e solare, mi propose di vederci la sera stessa per una cena. Dovetti cancellare l’impegno non ricordo neppure più per quale ragione, e me ne dolgo ancora, perché meno di una settimana dopo giunse inaspettata la notizia della sua morte. Un paio di anni dopo, i sindacati unitari mi chiesero una replica dello spettacolo, che avrebbe dovuto essere ospitata alla fabbrica dismessa della Italsider di Bagnoli: non fu possibile, per indisponibilità incrociate, trovare una data adatta per ricomporre il puzzle. Forse il vero miracolo è stato di riuscire anche solo una volta a dar corpo a “Transitalia”, come tutte le farfalle destinata a volare un solo giorno.

Maurizio Martinotti

Foto 1 - Archivio Roberto Tombesi
Foto 2 - Alberto Bianchi
Foto 3 - Web
Foto 4 - Folkbulletin

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1 Più o meno con le stesse parole ne parlo nella recensione del concerto pubblicata all’epoca da “Folkbulletin”. Si veda Roberto G. Sacchi, “Transitalia” in “Folkbulletin”, Anno IX, N. 8, Ottobre 1997, p. 20

1 commento:

  1. Sembra davvero una fiaba. Storia bellissima, dal sapore dolceamaro delle cose perdute.

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