Burgos Buschini Dúo – Tierra que arde (Felmay, 2020)

“Le melodie sembrano stese sotto una penombra, come nello strascico del giorno che volge alla sera. Le note che avvolgono l'oscurità, si aggirano intorno, e si abbeverano, nella calma, allo stesso calore. La musica dunque si svela soave, sicura e viva tra le braccia che danno calore, come il sospiro di un fuoco lento”
. Così, nelle note di copertina, il giornalista e critico musicale Alejandro Mareco, nel descrive le suggestioni legate alla musica delle zone rurali interne dell’Argentina, ci introduce a “Terra que arde”, secondo album firmato dal duo composto dal chitarrista Horacio Burgos e dal bassista Carlos “el tero” Buschini che giunge a due anni di distanza dal fortunato “EntreveraDOS”. Registrato a Milano nel 2017, quel disco cristallizzava per la prima volta in studio, l’incontro tra questi due maestri della musica sudamericana i quali pur, vivendo nella stessa città -Cordoba - e avendo condiviso spesso il palco a livello internazionale, non avevano mai suonato in duo. L’occasione era arrivata qualche tempo prima durante un concerto sul lago d’Orta e da lì era nata l’idea di realizzare un disco in coppia. Il risultato era stato un disco di grande intensità con composizioni originali e riletture di brani della tradizione musicale argentina che riportavano alla luce la loro identità artistica. Una piccola grande magia che si è rinnovata negli ASstudio di Angera nel 2018 dove hanno preso vita di dieci brani che compongono questo nuovo disco, equamente divisi tra brani autografi e riletture dai repertori di Antonio Lauro, Chabuca Granda, Hermeto Pascoal e Carlos Gardel ed impreziositi dalla partecipazione della cantante argentina Mery Murúa, dalla voce di Gegè Telesforo, dalle percussioni del brasiliano Gilson Silveira e dalla marimba di Francesco Pinetti. L’ascolto svela un disco da gustare lentamente, lasciandosi guidare dalla maestria dell’approccio chitarristico di Burgos, sostenuto dall’elegante e misurata trama ritmica intessuta dal basso acustico di Buschini in cui, in alcuni episodi, fanno capolino le percussioni ad arricchire la struttura dei brani. Nell’approcciare i brani originali, quanto nel riprendere le composizioni di altri autori, il duo riesce ad esaltare l’essenza della tradizione musicale sudamericana con un tocco di leggerezza e vitale sobrietà. Aperto dalla sinuosa melodia di “Milonga del Orto” evoca gli spazi aperti della pampa argentina, il disco si svela in tutto il suo fascino con la raffinata “Cumbrecita” e l’incursione nei territori del jazz di “El Paso del Lagarto” impreziosita dallo scat di Gegè Telesforo, impeccabile nel dialogare con le corde del duo e dalla marimba di Francesco Pinetti. Se “Aroma a yuyito” commuove per la eccellente interpretazione vocale di Mery Murúa, la successiva “Garimba” ci porta in Brasile con la complicità delle percussioni di Gilson Silveira. Dal repertorio di Antonio Lauro arriva poi il gustoso “Valz venezolano #3” in cui brilla la trama chitarristica intessuta da Burgos, mentre la title-track è un affresco sonoro dei paesaggi naturali dell’Argentina rurale in cui perdersi ad ogni ascolto. Le belle versioni di “El surco” di Chabuca Granda e “Salve copinha” di Hermeto Pascoal ci accompagnano alla conclusiva “Volver” di Carlos Gardel che suggella un disco di grande spessore artistico, un piccolo gioiello da ascoltare con grande attenzione.


Salvatore Esposito

1 commento:

  1. grazie per la recensione, ma a mio parere avete allegato il brano meno rappresentantivo di questo album, sarebbe più opportun Tierra que arde, o la bella versione di Volver

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