San Salvador – La grande folie (MDC/Pagans, 2021)

Benvenuti a Saint Salvadour, anzi San Salvador per dirla in occitano: siamo nel dipartimento della Corrèze, tra profili granitici, brughiere e valli verdeggianti. Di questo piccolo borgo di 250 abitanti, poco distante da Tulle, prefettura del dipartimento, è originario un sestetto che si fa portatore di  polifonia contemporanea. San Salvador si definiscono “un coro popolare del Massiccio Centrale”, ma la loro proposta è più radicale di quanto questo appellativo possa lasciare intravedere: voci a più parti, tamburi e battito delle mani che trasfigurano i repertori locali in magnetica, pulsante e implacabile conflagrazione. Trance e spirito punk sono termini tirati spesso in ballo per inquadrare le polifonie eterodosse a forte tasso ritmico del sestetto dal vibrante vigore visuale sul palco, che con le Cocanha, anche loro nella scuderia Pagans, rappresenta una nuova vitale scena di nuovo folk della Francia profonda.  Si sono conosciuti all’interno delle attività di stage animate da Oliver Durif, violinista dello storico gruppo La Grand Rouge e figura di riferimento nella ricerca del patrimonio musicale dell’Auvergne e del Limousin. Due coppie di fratelli e sorelle, due amici hanno costituito i San Salvador all’incirca sei anni fa. Una performance tellurica al WOMEX 2018 di Las Palmas de Gran Canaria li ha proiettati sulla scena folk & world; da lì sono seguiti tour nei circuiti festivalieri delle musiche del mondo tra Francia, Europa e USA (Transmusicales, Printemps de Bourges, Suds à Arles, No Border, globalFest di New York, Colours of Ostrava, Sziget Festival, Rain Forest, Womad); in Italia li abbiamo visti in scena anche all’Ariano Folk Festival. “San Salvador rappresenta già un pezzo della mia vita, la realizzazione di un’utopia collettiva in relazione alla diffusione della cultura contadina”, dice Gabriel Durif (canto, tamburello, mani). 
Studi di sociologia a Marsiglia per sua sorella Eva (canto e mani) che come Gabriel si è alimentata alla fonte sonora di papà Olivier prima di lanciarsi nel progetto polivocale. Per Laure Nonique Desvergnes (canto e mani), invece, prima dei San Salvador ci sono stati studi di violino e danza e teatro, oltre a cantare e suonare è una fotografa e grafica che ha iniziato da giovanissima a frequentare il Centre Régional des Musiques Traditionnelles. Suo fratello Sylvestre (canto, piatti, gran cassa, mani) ha studiato tromba al Conservatorio di Tulle. Marion Lherbeil (canto, tom basso e mani) ha un percorso di studi classici (piano) e di organetto diatonico di cui è anche docente al conservatorio di Tulle. Fa ricerca sul campo nel suo territorio con il CRMT. Thibault Chaumeil (canto, tom basso e mani) ha iniziato con il clarinetto e il canto fin da piccolo, poi il salto dalla musica da camera alla dimensione collettiva e familiare del sestetto. I San Salvador hanno appena pubblicato il loro disco d’esordio, “La Grande Folie” (Pagans), lanciato dal singolo “Fau Sautar”, già in circolazione da qualche mese. Del loro “canto della terra” parliamo con Gabriel Durif, responsabile e portavoce dei San Salvador.  

Chi sono e come nascono i San Salvador?
San Salvador è un coro popolare del Massiccio Centrale composto da tre voci maschili e tre voci femminili. Cantiamo insieme da quando eravamo bambini. Il gruppo è una specie di continuazione di quello che abbiamo sempre fatto: una reinvenzione delle musiche tradizionali della nostra zona.

Qual è la missione di San Salvador?
Alla base ci interessiamo alle musiche tradizionali del Massiccio Centrale, ma, nello stesso tempo, rivendichiamo l’appartenenza a tutti gli altri possibili tipi di musica. Spero che il progetto musicale di San Salvador possa vivere in questa intersezione. 

Cosa rimane della musica tradizionale della Corrèze? Che ruolo ha avuto il folk revival e la ricerca sul campo a livello locale negli ultimi tre decenni del Novecento?
Prima di tutto i testi. In San Salvador tutti i testi vengono da parole di canzoni tradizionali per le quali abbiamo riscritto la musica. Contemporaneamente abbiamo lavorato molto sulla musicalità dei repertori delle nostre terre e in un certo senso il progetto rivendica una forma di eredità rinnovata a partire da questo patrimonio. Alla fine tutto ciò viene costruito basandosi sulla certezza che la tradizione è, e deve essere, un soggetto mobile. Quello che colpisce di più nelle registrazioni di musicisti tradizionali è proprio la libertà interpretativa degli artisti. Non pensano di essere portavoce di una tradizione o i rappresentanti ufficiali di un folklore particolare, ma sono delle persone libere che si esprimono attraverso la musica. Noi tentiamo di fare lo stesso.

La polifonia era presente nel repertorio tradizionale locale?
No, qui in Corrèze ci sono quasi solo canti monodici, che costituiscono storicamente il repertorio locale. Bisogna dire, però, che il canto polifonico occitano ha radici antiche, per esempio nell’arte dei troubadours, di cui il Limousin era terra d’elezione. D’altra parte, il punto di partenza della nostra avventura polifonica non è la polifonia occitana dei Troubadours, ma un tentativo di riscrittura della monodia della Corrèze su un sostrato ritmico che viene dalla musica strumentale tradizionale. Le nostre fonti sono le registrazioni audio d’archivio.

Ci sono modelli vocali e musicali nell’Esagono o anche da fuori dei confini che vi ispirano? 
Una delle fonti d’ispirazione sono state per noi le creazioni di Manu Théron all’inizio degli anni 2000 nei quartieri popolari di Marsiglia. Lui è uno dei musicisti che hanno convalidato la possibilità di rivendicare la dimensione contemporanea della nostra musica. Ma anche Benat Achiary, Erik Marchand e tanti altri. Modestamente, ci sentiamo figli dei grandi interpreti di musica cantata e popolare come Giovanna Marini o Danyel Waro.

I testi che cantate sono tradizionali: come li scegliete?
Facciamo quel che possiamo! Delle volte è difficile trovare dei testi che raccontino qualcosa alla gente di oggi. Ma, in ogni caso, andiamo a caccia di testi che non parlino solo di un mondo finito. Abbiamo cercato di lavorare sui testi delle canzoni che erano nelle nostre vicinanze: la regione di Tulle, Bas Limousin.
Cerchiamo canzoni che possano trovare una eco nel mondo di oggi. 

Il suono delle parole è importante o vi interessa di più la narrazione?
Direi che lavoriamo nelle due direzioni contemporaneamente. A volte il lavoro musicale cerca di restituire la narrazione del testo originale, a volte invece é la musicalità e il suono dei testi che prende il sopravvento.

In che misura San Salvador è legato al “terroir”? Quanto incidono i luoghi, i paesaggi dove vivete?
“La Musique de Paysage” era uno slogan negli anni ’80-’90 in Francia, che circolava nei circuiti associativi di musica tradizionale. Anche noi ci inseriamo un po’ in quella frase, cercando di proporre una musica che possa raccontare il paesaggio della Corrèze. Anche se penso che tutto ciò sia altamente soggettivo, per esempio i nostri amici che fanno del punk hardcore qui in Corrèze hanno la stessa sensazione. Mi sembra un’attitudine universale, propria dei musicisti, di tessere un legame con il paesaggio da cui la loro musica scaturisce.

Il repertorio religioso vi interessa?
Si, ci interessa il suo potenziale musicale, che porta a una scrittura verticale, quasi estrema nelle voci.

Perché avete intitolato il disco “La Grande Folie”?
È uno dei pezzi del disco. Evoca in maniera semplice la situazione di contraddizione del mondo di oggi. È una sorta di incitamento a non dormire e a svegliarsi collettivamente.

Quali sono i temi dei brani del disco?
Le canzoni parlano di ragazze minacciate dagli uomini, di soldati mandati al fronte dai poteri forti, di paganesimo, di amori disperati e di viaggi immaginari. 
 
Quali lingue utilizzate nel disco?
Cantiamo in occitano e una sola volta in francese. Anche se non parliamo occitano abbiamo sempre cantato in questa lingua che ci permette anche una sorta di libertà nel nostro rapporto con queste canzoni popolari.

Come sviluppate il materiale sul piano compositivo?
Io scrivo le canzoni e poi adattiamo le voci all’organicità di ogni membro del gruppo.

Vi sentite parte di un movimento culturale occitano più ampio?
Rivitalizzare una lingua locale e antica è uno strumento per parlare di un mondo che cerca di appianare le diversità. 

Siete stati molti impegnati dal vivo nell’ultimo anno prima di incidere il disco e della pandemia? Come è stata l’esperienza live?
In effetti abbiamo girato molto. È stata un’occasione incredibile per fissare il set in modo da averlo pronto per la registrazione del disco.  Speriamo di parlare non solo agli addetti ai lavori nel settore della musica tradizionale. Ci piace pensare che possiamo cantare per chiunque.



San Salvador – La grande folie (MDC/Pagans, 2021)
#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Polifonie occitane “eretiche” che dalla Francia profonda parlano al mondo; poesia popolare, paesaggi emotivi e allusioni a memorie ancestrali dell’idioma d’oc, con dentro licenze poetiche e linguistiche, rimesse in circolo usando incastri vocali, tamburi di diversa foggia (tamburello, piatti, gran cassa, tom basso) e battito delle mani che diffondono un potente e gioioso spirito di “possessione”. Non è un lavoro che mira alle precisione tecnica, che cerca “l’accordo perfetto”, eppure i sei vantano voci sincere e di grande effetto, che sanno scambiarsi di ruolo con agilità e giocano su un sostenuto supporto ritmico. Questa è “La grande folie” dei corréziens Sal Salvador. Il titolo dell’album d’esordio fa riferimento a una tradizione folklorica del Massiccio Centrale di canti e rituali di questa, che si snodano dal Venerdì al Lunedì dell’Angelo. Loro sono Gabriel ed Eva Durif, Thibault Chaumeil, Marion Lherbeil, Laure e Sylvestre Nonique Desvergnes: figli degli atelier di musiche tradizionali locali: portatori di conflagrazione melodico-armonico-poliritmica che produce otto trace, di cui quattro superano di gran lunga gli otto minuti, aperte dal furente singolo “Fai Sautar”, in cui cantano: “Fai sautar la gàbia, criden desjà au lop/ Fai sautar la gàbia, fai sautar la preison/ La preison la fortalesa, utlaràn coma daus fòus/ La preison la fortalesa, leu los barri’ cedaràn”. Sono quattordici i minuti di “La Liseta”, uno dei brani che raggiunge maggiore intensità (è la brutale vicenda omicida narrata nel canto conosciuto come “I tre capitani”), tema che nel suo sviluppo si trasforma continuamente: potente e cangiante, tra pianissimo e crescendo, tra esplosioni ritmiche, armonizzazioni e parti soliste, con emissioni e articolazioni canore che rimandano a diverse espressioni polivocali di tradizione orale. La scaletta continua in un turbinio incessante di timbri, bordoni, poliritmie, energie liberate e armonie sempre più complesse: si susseguono la ritualità di “Los mes de mai” e di “La Grande folie”, brano “francese” che conclude spesso i concerti del sestetto. Invece, “La fin de la guerra” proviene da un testo scritto in trincea durante la Grande Guerra da un soldato di Puy-en-Velay. I successivi “Enfans de la campagna” e “San Josep” sono altri peregrinanti motivi, impetuosi e impressionanti. Si arriva in fondo all’album con “Quau te mena”, mesmerico titolo dai passaggi ostinati e  iterativi, basato su un breve testo di tradizione orale che evoca il ballo dove i ragazzi devono condurre le ragazze. Un esaltante flusso incantante: è il sortilegio dei San Salvador.


Ciro De Rosa

Foto di Antoine Parouty (1-2) e Kristof-Guez (3-4)

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