Stefania Patanè – New Focus (Orange Home Records, 2020)

Quando, la scorsa primavera, uscì quello che - mi sembra - fosse il primo singolo di “Rough and Rowdy days”, l’ultimo album di Bob Dyla, rimasi folgorato dal titolo. “I contain multitudes”: contengo moltitudini, tanti me dentro di me. Questa, che per molti sarà anche una cosa abbastanza scontata, a me risulta sempre una constatazione notevole: un siciliano ha una molteplicità aumentata. Anzi, più che avercela, la vive quotidianamente. Ed ancora di più, la mette dentro ogni cosa che fa. Si tratta di una duplicità che non è rimandabile solo ad un aspetto pirandelliano, è qualcosa di più, ha a che vedere con un fattore più biologico, quasi congenito. Eccole, le nostre moltitudini, figlie di secoli di commistioni e di altre, infinite, moltitudini. Non ci siamo praticamente mai ribellati, e l’unica vera rivoluzione che la Sicilia ha avuto nacque da atteggiamenti poco galanti dei francesi nei riguardi del gentil sesso autoctono: dove non riuscirono anni di soprusi riuscì, invece, l’orgoglio ferito del toro siculo. Però siamo riusciti a contenere infinite moltitudini. E sta lì il pregio: le moltitudini un conto è avercele e tenerle come dato di fatto, come presenza di cui prendere atto, ed un conto è saperle sfruttare, renderle elastiche e forgiarle sulle proprie necessità. Questa capacità quasi funambolica di utilizzare i vari flussi, influssi ed, ogni tanto, anche reflussi, come ho detto, la mettiamo dentro qualsiasi cosa tocchiamo, come Re Mida. La conferma di questa proprietà fisica mi torna ogni volta che mi capita di ascoltare album di conterranei. Ed, in questo caso, di conterranee. Questo panegirico mi serviva, infatti, per introdurre “New Focus”, che è la prima prova da cantautrice a trecentosessanta gradi di Stefania Patanè, voce catanese che prosegue il solco della ricerca nella tradizione sicula ma con uno sguardo curioso ed attento alle frontiere d’oltre Trinacria. “New Focus” è un titolo che nasce programmatico, già da subito lascia pochissimo spazio alle incomprensioni e lancia una nuova focalizzazione, un nuovo punto di vista, una nuova chiave di racconto del Sud, inteso qui non solo come connotazione geografica. Ad aprire l’album è “Combimbi”, uno sfrenato mix di inglese, italiano e siciliano, trascinato dal pianoforte e legato da una linea di basso molto dinamica ad un pattern di batteria trascinante, che si muove fra toni jazzati e fill scatenati. Il ricordo d’infanzia viene raccontato come il centro nevralgico dell’ispirazione, il punto di partenza da cui allontanarsi ma al quale tornare necessariamente per ripartire. “Stiddaluci” è un geniale neologismo, frutto della crasi fra stella e luce, ovviamente nelle loro forme dialettali, ed è il titolo del secondo pezzo. Pezzo che si apre con gli splendidi vocalizzi di Stefania e che, come nel primo brano, è sorretto da un pianoforte puntualmente squarciato dai fill indiavolati della batteria. La parte centrale e la coda finale sono occupate da elegantissimi soli, fra i quali emergono potenti gli scat di Stefania. “Cùntala”, terza traccia di questo lavoro, affonda le sue radici nel cuntu, marchio di fabbrica della tradizione popolare siciliana. Un inizio recitato col sottofondo di un’atmosfera lenta e rarefatta si apre nella seconda parte del brano, lasciando spazio ad una voce spiegata, accompagnata da una chitarra classica e sorretta da un pattern di batteria e percussioni orientato verso il Mediterraneo. Come passare una mano di vernice in modo consapevole ed intelligente sulla tradizione. Quarta traccia è “Mission”, un delirante e vorticoso giro del mondo strumentale: dal Brasile alle coste mediterranee, sta tutto lì dentro. Anche la voce, che si lascia andare a scat forsennati, è utilizzata come componente ritmica e melodica. Splendidi, come al solito, i fill di batteria, mentre i contrappunti di sax baritono portano i colori della jungla nel pezzo. “Chiddu can un viri” è un brano che si snoda lungo il nord Africa, bagnato dal Mediterraneo e subito asciugato dal sole. Colori e tonalità arabe stanno nella linea vocale e si riflettono sui contrappunti di flauto di Pan e sul solo di sax. Proprio per la sua impostazione araba è un brano profondamente ancorato alla tradizione sicula, ne ha la sillabazione narrativa e la cadenza metrica, a tratti somigliante a quella dei grandi cuntisti. “Grace and light” è invece un brano che si snoda su colori più distesi, col pianoforte che torna a farla da padrone, un tappeto di percussioni a scandire la ritmica e degli arpeggi di chitarra classica che fanno, di tanto in tanto, capolino a contrappuntare. Un omaggio alla tradizione sicula è la cover di “Nicuzza”, qui colorata di un afflato jazz, con gli inserimenti di un violoncello e di un solo di sax che la fa letteralmente decollare verso altezze vertiginose e, soprattutto, inedite. Forse manca un po’ di regionalità nel senso più puro del termine, ma tutto sommato questo vestito più arioso male non ci sta. La prova vocale di “Vai via”, con le varie linee sovraincise, è un tocco notevole di estro e fantasia su un pezzo che scorre, appunto, via fra i soliti fill di batteria fotonici, sostenuti dal pianoforte. Altra menzione per la chitarra elettrica, che colora ulteriormente il pezzo e si lancia in un solo interessante e distorto al punto giusto. Anche in “Mamma Lucia (Anonimo Siciliano)” è la voce di Stefania Patanè ad essere in primissimo piano: prima canta a cappella il brano – un testo scritto dalla stessa Stefania sulla musica di “Mamma Lucia” di Pippo Caruso –, caricandolo di un pathos interpretativo notevole, poi, accompagnata dalla sezione strumentale, si lancia nell’ennesimo, riuscitissimo solo scat. Un brano, questo sì, che trasuda Sicilia da ogni nota, disilluso come solo la musica dell’abbandono sa essere, ma pieno, allo stesso tempo, di speranza per il nuovo inizio. Chiude il disco “What I feel”, che è praticamente due pezzi in uno: la prima parte è scandita da uno standard jazz-waltz molto canonico, a tratti onirico, aperto ed arioso. Poi, improvvisamente, irrompe uno scatenato ritmo afro, con delle percussioni scatenate ed incessanti, sul quale Stefania recita “L’Amuri”, poesia tratta da “La Centona” di Nino Martoglio. La delirante coda strumentale che segue riaccompagna il brano al punto di partenza, a quell’inizio più marcatamente jazz. In conclusione “New Focus” si presenta come un disco sgargiante e colorato, con una prova vocale sopraffina ed una sezione strumentale strabiliante e straripante. Un disco elegantissimo che ha forse nella sua durata, a tratti eccessiva, l’unico neo: ad un orecchio meno attento rischia di risultare stancante, e sarebbe un vero peccato, perché la bravura che c’è dietro è davvero tanta. 


Giuseppe Provenzano

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