Melt Yourself Down – 100% YES (Decca, 2020)

“100% YES” non è solo il titolo dell’ultimo album dei Melt Yourself Down ma anche l’unica possibile reazione di un fan del nu jazz ai primi trenta secondi di musica. La band Londinese ci porta nuovamente a porci domande esistenziali sulla natura del jazz, estendendo ulteriormente i confini semantici del termine con un disco che tocca afrobeat, funk, hip-hop e post-rock riformulati con un’attitudine post-punk. Nonostante l’abbandono di due membri essenziali al complesso – l’ormai riconoscibilissimo sassofonista Shabaka Hutchings (Sons of Kemet, The Comet is Coming, Sun Ra) ed il batterista Tom Skinner (Sons of Kemet, Mulatu Astatke) – il ritorno discografico della band capitanata dal sassofonista Pete Wareham e dal cantante Kushal Gaya è un concentrato energico, sovversivo e poliedrico. In questo senso il disco è in linea coi precedenti perché mosso da una personalità mutevole, urbana ed aggressiva, anche se con la nuova formazione si affievolisce l’idiosincratica fiamma afrobeat che caratterizza qualunque cosa Hutchings tocchi. Ma questa perdita diventa un’occasione trasformativa, un’opportunità che la band coglie al volo per rimodellare un’identità creativa, già singolare, che li contraddistingue ancora di più nel calderone incestuoso del nu jazz Londinese. Complice il contributo delle nuove reclute, George Crowley (Yazz Ahmed) al sax e Adam Betts (Jarvis Cocker, Three Trapped Tigers), che portano con sé rispettivamente i toni mediorientali del jazz Mediterraneo e l’impetuosità rocambolesca del math-rock e dell’elettronica. Tra pesanti riff di sax, formule pop e hip-hop, una nasalità vocale tipicamente inglese ed un’eccellente tessitura ritmica, “100% YES” rientra nella categoria di dischi spezza-collo nonostante l’abito insolito con cui si presenta. Volendo azzardare una collocazione sommaria tramite il paragone ad altre band potremmo pensare al disco come ad una versione incattivita dei vari Ezra Collective, Kokoroko o per certi aspetti gli stessi Sons of Kemet ma sporcati di Primus, Nine Inch Nails e The Prodigy. A contribuire a questa contaminazione abbiamo il basso (elettrico e synth) di Ruth Goller che non ha paura di sperimentare con effettistica, plettro e fingerstyle, e gli incastri ritmici con cui il percussionista Zands Duggan rinforza Betts. Questa inusuale combinazione di menti apre una moltitudine di possibilità creative virtualmente illimitata sul piano estetico. Nonostante ciò, “100% YES” non si presenta come un’accozzaglia casuale bensì come caos premeditato ed emotivamente coerente. Costruita su un riff quasi chitarristico ma affidato a due sax, “Boot and Spleen” è la diretta antitesi della noia nonostante la presenza quasi costante del motivo trainante. Il falsetto di Gaya e gli interludi strumentali rendono il brano graffiante, incalzante ed estremamente espressivo, sottolineando il carattere del testo diretto alla presenza coloniale inglese in India. “Born in the Manor” vira drasticamente verso l’hip-hop con un fantastico riff di sax sorretto dalla forza percussiva di Betts, che ha fatto del saper quando pestare una carriera. Segue “Every Single Day”, altro brano dal groove impetuoso e coinvolgente dove Betts e i sax sono la punta di diamante. Il pezzo ha aromi decisamente più elettronici, coerenti con il testo che esplora le attualissime sovrapposizioni tra vita reale e digitale (‘I thought I was buying but in fact I was sold’, ‘I thought I was thinking but in fact I got told’). Strutturalmente più lineare, “It Is What It Is” apre le strofe con un riff di sax in stile acid-funk per farsi rock con l’ingresso della voce trascinata dal riff di basso fino all’apice dinamico del ritornello. Il brano più intenso è però “Crocodile”, l’ultimo singolo in cui il coccodrillo diventa la rappresentazione metaforica delle cattive abitudini e dei lati oscuri di ognuno. Una sezione ritmica serrata supporta un botta e risposta tra i sax e la voce che canta di nuovo in un registro acuto e tagliente. Nonostante l’abbandono di due elementi trainanti, I Melt Yorself Down riappaiono rinvigoriti con due nuovi membri ed un disco eccellente, più caratteristico, crudo e forsennato dei precedenti. “100% YES” è il lavoro migliore della band finora, un disco che li contraddistingue nella scena nu jazz londinese dove il ricircolo di musicisti ha sì creato una vibrante comunità musicale che ha ripensato cosa significhi fare jazz, ma la ha anche maledetta con un certo grado di ripetitività. Questo album rompe gli schemi interni al genere come fece due anni prima “Your Queen Is a Reptile” dei Sons of Kemet, prendendo ciò che la scena offriva al momento e sintetizzandolo in una forma nuova. Se i Sons of Kemet hanno rimodellato l’afrobeat in chiave urban e con influenze hip-hop e jazz, “100% YES” parte da un panorama arricchito dal predecessore e sperimenta con sonorità meno grezze ed elettroniche, portando ad un risultato completamente diverso ed altrettanto entusiasmante. 


Edoardo Marcarini

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