Tigran Hamasyan – The Call Within (Nonesuch, 2020)

Contorto, camaleontico e viscerale, l’ultimo disco di Tigran Hamasyan è un ritorno alle origini, agli intrecci labirintici, agli arrangiamenti drammatici e convulsi, a un’espressività senza risparmi che indugia in uno spettro passionale tra delicatezza eterea e brutale ferocia. L’ormai noto pianista armeno si è fatto un nome nella scena per la poliedricità che lo caratterizza a più livelli. Macroscopicamente in due tendenze compositive coltivate in parallelo, l’una atmosferica, introspettiva e delicata dove jazz, classica e ambient incontrano il folklore armeno, l’altra irrefrenabile, titanica e quasi cervellotica, dove progressive rock e jazz contemporaneo sposano estetiche tipiche del metal djent e incastri ritmici fuori dal comune. Nello stile di Hamasyan, tuttavia, è palese un ulteriore dinamismo stilistico condiviso internamente da queste categorie, qualità che lo rende immediatamente identificabile in entrambe le situazioni. L’incredibile proprietà ritmica, che si nota negli incastri tra piano e beatbox da solista e negli intrecci con la band, la melodia fischiettata o cantata e doppiata dolcemente dal piano e l’approccio all’improvvisazione sono il collante tra i pezzi che rappresenta il musicista. Negli ultimi anni Tigran si è concentrato su musica più delicata rilasciando nel 2016 “Atmosphères” (registrato con Arve Henriksen, Eivid Aarset e Jan Bang) con ECM e “An Ancient Observer” da solista nel 2017. “The Call Within” torna invece alle composizioni più pestone di “Shadow Theater” (2013) e “Mockroot” (2015), album che ha consacrato la carriera del musicista. Riemergono quindi ritmiche estremamente composte, melodie mediterranee e mediorientali e attitudini metal, sebbene mitigate da una formazione semiacustica. Non mancano tuttavia interludi atmosferici che rinforzano la narrativa del disco, trasportando l’ascoltatore da mappa a mappa. Il disco traccia proprio mappe musicali, ispirate a tradizioni lontane, forse nel tempo e nei temi, ma accostate dalla composizione. Mitologia, astrologia, geometria trascendentale, poesia armena cristiana, pre-cristiana e cinematografia sono tutti elementi che contribuiscono alla costituzione estetica dell’album, ulteriormente enfatizzata dalla stravaganza dell’artwork in copertina e nel libretto. L’incipit del disco, e primo singolo rilasciato, è un perfetto connubio tra i due stili di Hamasyan. “Levitation 21” è introdotta da una progressione di accordi eterea su cui sibila una delicata melodia vocale che ricorda lo stile dell’album precedente. Con l’arrivo del bassista Evan Marien e del batterista Arthur Hnatek, tuttavia, il brano cambia faccia, trasportando l’ascoltatore nel vortice stilistico del disco con il suo ciclo ritmico in 21 suddiviso in svariati modi nel suo sviluppo. La copertina dell’album mostra un grafico geometrico che rappresenta alcune di queste suddivisioni, accompagnate nel libretto da descrizioni poetiche: “Quattro, quattro, cinque, tre, cinque: nuove mappe delle galassie volteggiano come api nell’alveare”. Il tema è un pugno sui denti, dritto al dunque nella sua strutturazione contorta e ritmi sbilenchi. Troviamo tessiture altrettanto intricate in “Ara Resurrected”, “New Maps” e “Vortex”, in cui è ospite Tosin Abasi, chitarrista degli Animals As Leaders, probabilmente il nome più importante nella scena math/djent. A rilassare l’atmosfera sono invece altri episodi come “Our Film”, con Areni Aghbabian e Artyom Manukyan, la cui melodia è di rara dolcezza, e “Old Maps”, registrata con il coro di voci bianche della scuola d’arte di Vardhui. Ma il disco non è semplicemente un’alternanza di tracce di stampo ambient e ritmiche spezzate. A guidare Hamasyan è sempre una palpabile ricerca emotiva, una connessione passionale al mosaico sperimentale che sono questo lavoro ed il suo stile in generale. La musica di Tigran è molto più di mero virtuosismo formale ed eclettismo ritmico, racconta storie radicate nell’anima espressiva dell’artista e lo fa con la coerenza musicale necessaria per esprimere i molteplici aspetti dell’esperienza umana. Tigran non si nasconde, le sue dita piangono sul pianoforte nei brani più delicati e lo graffiano in quelli più complessi. Dalla sua musica traspare un’anima stratificata o quantomeno e attratta dal pensiero laterale, un’attitudine artistica che non riesce ad accontentarsi di frasi fatte ma reinterpreta alla radice tutto ciò che tocca. Il risultato è comprensibilmente di difficile digestione per molti, è musica contorta, tecnica e pesante nella sua espressività. Tuttavia, per gli apprezzatori del genere “The Call Within” è probabilmente l’album dell’anno. 



Tigran Hamasyan, EFG London Jazz Festival (streaming), 14 Novembre 2020 
Come molte altre manifestazioni, quest'anno il London Jazz Festival si è spostato online, ospitando performance pre-registrate di musicisti internazionali. Probabilmente pensato per la promozione del disco (quindi con formazione completa) il concerto di Tigran viene proposto come piano solo, in un momento intimo e riservato grazie anche alla semplicità scenografica e alla qualità delle riprese. Vista l'entità di "The Call Within", Tigran sceglie un repertorio più appropriato per l'evento. In piedi davanti ai sintetizzatori ed a gli effetti a pedale comincia a disegnare il panorama sonoro di "Leninagone" , brano dedicato alle vittime del terremoto armeno del 1988. Su un loop di effetti il piano di Hamasyan si muove leggero e rispettoso intonando una melodia elegiaca la cui espressività è enfatizzata dal leggerissimo canto che doppia il piano, un pianto per una tragedia lontana. Si sposta poi su un nuovo brano né concluso né intitolato, ma già contorto e sviluppato. Ad un festival jazz non possono certo mancare gli standard, due in particolare, tra cui spicca un quasi irriconoscibile (in senso buono!) Thelonious Monk, drasticamente reinterpretato dall'artista. 
Il gioiello della performance, tuttavia, è un brano che ai fan può suonare familiare ma solo fino a un certo punto. Scavando nella discografia di Tigran si incontra, a chiudere l'album "Shadow Theater", la canzone "Road Song", un brano quasi completamente diverso dalla "Road Song" suonata Sabato. Dell'originale Tigran riscopre una delle melodie incastrate a metà brano, e delicatamente riproposta come coda, e vi ricostruisce il pezzo attorno. Un capolavoro trasformativo, un'evoluzione naturale del fare musica, ma spesso ignorata per un rispetto dogmatico della composizione e del prodotto finale. Con questo arrangiamento Tigran mette sul piedistallo una delle sue melodie più comunicative, persa nei meandri dell'arrangiamento originale, che rimane un gran brano. La performance è introspettiva, evocativa e di grande gusto a dimostrazione del valore musical di Hamasyan, incredibilmente abile in un ensemble ma perfettamente in grado di sorreggersi da solo. L'artista compare in uno dei video più recenti della serie "Tiny Desk Concerts" di NPR. Il concerto è disponibile su YouTube e si apre proprio con "Road Song", un piccolo assaggio estemporaneo della performance di sabato scorso. 

Edoardo Marcarini

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