A.G.A. Trio – Meeting (Naxos, 2020)

Dietro l’acronimo A.G.A. (Anatolia, Georgia e Armenia) si collocano tre notevoli strumentisti ed esecutori di area anatolico-caucasica: Arsen Petrosyan, virtuoso armeno dell’oboe popolare duduk, Deniz Mahir Kartal, specializzato nel flauto kaval, turco residente a Berlino, cresciuto nella regione orientale del Mar Nero, quindi influenzato dalla vicina cultura georgiana; il connazionale Mikail Yakut, fisarmonicista anch’egli di dimora berlinese. Ciascuno dei tre è a sua volta coinvolto in creativi progetti che vanno oltre le musiche di tradizione orale: per Kartal ska/reggae balcanico ed elettronica, per Yakut jazz e interessi electro-acustici, per l’impegnatissimo Petrosyan, ricordiamo la recente collaborazione con Steve Hackett. Siamo di fronte a una bella intesa tra artisti che privilegiano una propensione ricercata, quasi di taglio accademico. Duduk, kaval e fisarmonica assurgono a simboli delle confluenze tra mondo anatolico-turco, armeno e georgiano, perché al di là delle istanze nazionaliste e dei tentativi di appropriazione, da cui non sono state esenti anche campagne di rilevazione musicologica del passato, esistono condivisione, circolazione, adattamento di motivi, di ritmi, di repertori, che il trio mette al centro di questo “Incontro”. Si pensi all’iniziale “Erzrumi Shoror”, una melodia da danza armena, che era ballata nella piazza dei villaggi e che prende il nome dalla città turca di Erzrumi, dove fino agli inizi del XX secolo viveva un’ampia comunità di armeni. Il successivo “Adanayi Voghpe/ Adana Ağidi” è un lamento per l’eccidio degli armeni nella città turca di Adana, perpetrato agli inizi del Novecento. Il tema in questo nuovo secolo è stato rimesso in circolo, ma in forma di innocente pop song d’amore turca. Il brano parte con il soffio profondo e sottile del kaval, appoggiato alla scura nota di bordone tenuta dal duduk, prima di svilupparsi nell’articolato gioco timbrico del trio, pur conservando l’andamento austero che vuol essere un monito per i negazionismi storici. Anche la folk song armena “Bingyol”, conosciuta anche con un titolo turco, ci riporta ai tempi in cui le due comunità vivevano l’una accanto all’altra. L’ascolto prosegue con due tracce, “Tal tala/ Daldalan” e “Tamzara”, suonate praticamente allo stesso modo in Turchia e Armenia. Invece, le diverse sfumature della fisarmonica contengono gli stilemi dei due strumenti (salamuri e panduri) con cui è interpretata la danza georgiana “Dzveli Kartuli Satsekvao”. Si ritorna alla tradizione armena classica e contemporanea in “Noubar-Noubar & Yare Mardu”, dove la chitarra di Kartal accompagna l’oboe popolare e la superba espressività del mantice, e in “Siretsi Yars Taran”, un motivo che esalta la tessitura del duduk, e i cui versi sono stati scritti dal poeta Avetil Isahakyan. “Naz Bari & Nazpar & Halay” è un tradizionale raccolto negli anni ’50 del secolo scorso da un équipe di ricercatori turchi, ma che, al di là di dubbi ed errori di trascrizione della paternità, è attestato con variazioni ritmiche e melodiche anche in Armenia e in Azerbaijan; l’halay che segue è una danza in cerchio, diffusa sia in Turchia che in Armenia. Il kaval solitario riluce in “Kara Koyun”, altra testimonianza della padronanza strumentale di Kartal. Ci spostiamo nella Georgia dei primi del Novecento per “Tsekva Kartuli ‘Keto da Kote’”, danza in 6/8 tratta dall’opera comica “keto da Kote”, divenuta nel tempo uno standard folklorico d’autore. Ancora, un richiamo ad altre arti lo troviamo nel lirismo espresso in “Patara Gogo”, che è il commiato del disco. Questa volta il rimando è al film “Mamluqi” di Davit Rondelli, che narra del traffico di essere umani nella Georgia del Seicento ed è imperniato sulla vicenda di due giovani pastori che vengono rapiti e si ritrovano sul campo di battaglia su fronti opposti (francese e ottomano). “Meeting” è un ascolto squisito. 


Ciro De Rosa

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