Motus Laevus – Y (Felmay, 2020)

Foto di Giovanna Cavallo
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Il titolo “Y” è diretto, minimale, qualcuno potrebbe trovarlo perfino enigmatico, però quando ci si dispone all’ascolto dei sentieri sincretici che impongono continui spostamenti di prospettive e di confini (musicali e geografici) si comprende appieno il senso del trio Motus Laevus e del titolo stesso del loro album di debutto (pubblicato dall’etichette piemontese Felmay) in cui si richiamano i densi e compositi significati culturali della lettera Y (rappresentazione grafica dell’uomo, incognita, simbolo rituale e molto altro). Il genovese Edmondo Romano è fiatista di lungo corso (sax soprano, clarinetti, chalumeau e fluier), coinvolto in progetti musicali di gruppo (Avarta, Orchestra Bailam e altri ancora), da solista e da compositore di colonne sonore; il concittadino Luca Falomi, più giovane anagraficamente ma già indubbio talento delle corde (chitarra acustica, classica, baritono, 12 corde, elettrica, basso acustico), lo conosciamo perché parte dell’Esperanto Trio; Tina Omerzo (voce, pianoforte, tastiere) è una compositrice, strumentista e vocalist slovena ma di residenza genovese, partecipe di formazioni free jazz e dell’Hidden Improvise Consort. In più, il trio si avvale della collaborazione di Rodolfo Cervetto (batteria), altro componente di Esperanto Trio, e dell’eccellenza percussiva di Marco Fadda (darabouka, dumbek, kanjira, riqq, bendir, tabla, shaker, caxixi, kartal, cajon e drum set), a sua volta attivo in tanti progetti liguri di matrice folk e world. Alla produzione sono Pivio e Aldo De Scalzi, coppia da sempre propensa a immaginare un Mediterraneo di echi barocchi, prog e ambient. Il flusso lieve e corposo di “Y” si muove tra Oriente e Occidente, Nord e Sud, dispiegandosi in un mirabile equilibrio tra controllo e improvvisazione, incastri di pronunce, modi, ritmiche, procedure armoniche, profili melodici e timbri.  Con Edmondo Romano, Tina Omerzo e Luca Falomi ci inoltriamo nel mondo di “Y”.

Foto di Giovanna Cavallo
Che origine ha il progetto Motus Laevus?
Edmondo Romano - Dopo molti anni passati a guidare progetti musicali di world music volevo creare in questo genere una formula musicale nuova, un linguaggio che fosse comunque ben saldamente legato alla storia world ma con esplorazioni nel jazz, nella minimal music, nella composizione anche contemporanea. Per far questo ho sentito i musicisti che ritenevo più bravi, adatti a questo tipo di progetto, creativi, e ci siamo trovati immediatamente in sintonia, anzi, molti aspetti d’intesa e ricerca sono stati una vera sorpresa.
Tina Omerzo - Con Edmondo ci siamo conosciuti sul palco, l’occasione è stato un concerto multietnico per il PercFest insieme a molti altri musicisti ed è subito nato il desiderio di iniziare una collaborazione a partire da questo genere musicale che fa parte delle mie radici culturali.
Luca Falomi - Ci conosciamo con entrambi da anni e abbiamo collaborato più volte in progetti musicali diversi. Tra di noi c’è sempre stata grande stima e il desiderio di lavorare insieme a qualcosa di originale e in modo naturale abbiamo trovato la giusta sinergia per farlo.

Perché “Y”?
Edmondo Romano - Tutto quello che i Motus Laevus presentano al “mondo esterno” si analizza e valuta sempre assieme, logicamente la scintilla spesso proviene da uno dei componenti. In questo caso mi piaceva l’idea che tutto il disco avesse un messaggio diretto, apparentemente semplice (come l’utilizzo di una sola lettera per il titolo) ma profondo, idea subito accolta con passione da tutti. Il titolo è strettamente legato al nome del disco, Motus Laevus in latino ha numerosi significati ed interpretazioni: letteralmente tradotto in “movimento inverso” può significare anche “senso antiorario” o “moto sinistro”, anche nell’accezione positiva del termine attribuita dai latini all’oriente. 
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Tutto e il contrario di tutto, a sottolineare il fatto che le parole, come la musica, racchiudono in sé molteplici direzioni e forme, nel tempo e nel luogo, un mondo senza confini. Difatti la lettera Y può essere circoscritta dentro un cerchio, simbolo di circolarità, noi siamo tre come le parti della lettera, il tre si ritiene essere il numero perfetto per la libertà e creatività musicale. La fenicia lettera “Y” rappresenta l’incognita, una coordinata, in molte culture è la lettera del rito, l’iniziazione, rappresentazione grafica dell’uomo, simbolo dell’elevazione al cielo, metafora dai mille significati.

È stato un lavoro dalla lunga gestazione?
Edmondo Romano - La creazione del disco si è svolta con molta scioltezza, abbiamo dedicato grande passione professionalità ed attenzione alla sua realizzazione, e vista la forte intesa musicale tutto è nato con naturalezza e dedizione. Il CD è stato registrato in presa diretta all’OrangeHome Records di Leivì da Raffaele Abbate, la presa diretta crea un interplay magico molto forte e potente tra i musicisti, la musica è viva, cosa più difficile da rendere nel lavoro di registrazione in studio di ogni singolo musicista traccia per traccia. Sempre in stretto contatto con Luca e Tina, in un secondo tempo io mi sono occupato del lavoro di editing audio e delle piccole sovrapposizioni in studio di strumenti mancanti, a quel punto ho pensato a creare la grafica, l’immagine della copertina che rappresenta anch’esso un cerchio. Il tempo dedicato è stato a mio avviso quello giusto per un lavoro che considero riuscito in ogni suo aspetto.
Tina Omerzo - È stato un lavoro svolto con grande attenzione: dopo aver scelto i brani che abbiamo ritenuto più rappresentativi per il progetto, abbiamo lavorato molto sugli arrangiamenti, circa un anno di preparazione per arrivare pronti alle registrazioni, dando tanto spazio all’improvvisazione che per noi è un elemento creativo fondamentale.
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Luca Falomi - Abbiamo lavorato nel migliore dei modi, prendendoci il tempo necessario a provare i brani, arrangiarli, spesso riascoltarli per avere un feedback immediato e andare a correggere eventuali sbavature. Lo studio di registrazione offre possibilità espressive enormi ma per sfruttarlo al meglio bisogna avere le idee chiare.

Come avete conciliato le vostre diversità e come si è sviluppato il repertorio?
Tina Omerzo -  Le nostre diversità sono state senz’altro lo stimolo per lavorare in maniera diversa da come siamo abituati. Spesso mi succede di vivere una specie di conflitto tra la libertà quasi assoluta che è caratteristica del jazz ed un lavoro di arrangiamento vicino alla musica classica.
Edmondo Romano - La regola guida è stata: “non avere regole”. Ci siamo chiusi a lavorare in piena libertà, con il nostro personale bagaglio musicale totalmente disponibile verso gli altri. Sinceramente non conosco altro modo in un progetto di creazione.
Luca Falomi - I nostri imprinting personali non ci hanno in nessun modo limitati, anzi sono da subito stati la chiave per sviluppare i brani e un nostro “linguaggio” comune. Ciascuno ha il suo lessico e lo esprime in un contesto che lo sorregge e lo mette in risalto.

Nella vostra scrittura musicale c’è la volontà di perseguire una certa sobrietà?
Luca Falomi - Non c’è stata una volontà vera è propria di sobrietà. Piuttosto in modo implicito, per questo progetto, abbiamo proposto brani che contenessero al loro interno, oltre a belle melodie e armonie interessanti, anche spazi. Lo spazio, il silenzio, le dinamiche suonate con attenzione e la giusta intenzione durante l’esecuzione, sono gli ingredienti che per noi rendono i brani interessanti.

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Oltre al trio di base, ci sono altri due musicisti il cui apporto ritmico non è di poco conto…
Edmondo Romano - La ritmica è affidata a due bravissimi musicisti e amici con i quali abbiamo la fortuna di lavorare da tempo. Marco Fadda che ha suonato in tutto il disco è indiscutibilmente tra i più bravi percussioni del territorio italiano, con me condivide decenni di percorso musicale nell’ambito della world music e non solo, abbiamo suonato assieme in numerose formazioni e CD, “le mani”, la sensibilità la preparazione di Marco sono state fondamentali per la riuscita di questo lavoro discografico. Rodolfo Cervetto è tra i più musicali e sensibili batteristi del panorama jazz italiano, il suo inserimento nel brano “3 days ago” è stato naturale, era fatto per lui. Con entrambi abbiamo vissuto un’intesa musicale rara.

In questo errare ragionato nel Mediterraneo ma anche oltre c’è un il filo conduttore?
Luca Falomi - Il filo conduttore probabilmente siamo noi tre con il nostro bagaglio di ascolti ed esperienze musicali. Nel realizzare “Y” ci siamo resi conto di avere molti ascolti musicali in comune provenienti da generi e aree geografiche diverse. Quindi non c’è stato un ragionamento vero è proprio che portasse a un itinerario geo/musicale preciso, ma un “affidarsi” al nostro gusto.

Edmondo, due brani provengono dal repertorio dagli Avarta: un gran bel gruppo che a mio avviso non si è affermato come avrebbe potuto e dovuto. Secondo te perché, troppo in anticipo e o in ritardo rispetto ad altre esperienze senza confini?
Edmondo Romano - Nei Motus Laevus sono confluiti i nostri tre mondi, è naturale che ognuno di noi abbia ripreso anche percorsi musicali toccati in passato, con una nuova veste o con arrangiamenti più freschi per il linguaggio musicale attuale. Gli Avarta hanno avuto particolari idee forti e nuove per l’epoca, eravamo tutti molto giovani e decisi della nostra musica. Devo dire che abbiamo suonato abbastanza dal vivo sul territorio nazionale e straniero, abbiamo rappresentato Genova e l’Italia in Festival e situazioni internazionali, venduto moltissime copie con il CD “Cocci di mare” tramite la rivista “World Music”, tutto sommato il percorso è stato molto ricco, ma come tu dici è vero che non ci siamo affermati come avremmo potuto. Quello che realizzavamo, riflettendoci oggi, per alcuni aspetti era in parte un po’ in anticipo su alcuni elementi del comune sentire musicale, il nostro repertorio era forse poco “popolare” e molto di ricerca, di composizione, culture musicali diversissime tra loro erano realmente tutte miscelate in un unico suono, un suono spesso scuro e complesso. 
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Oggi tutto questo a mio avviso risulterebbe molto diverso all’ascoltatore, più assimilabile.

Il ruolo della voce è più di uno strumento aggiunto che di una cantante?
Tina Omerzo - Sì, la voce può avere il ruolo di dar vita attraverso il canto a una poesia oppure di svolgere una funzione improvvisativa tipica sia del jazz che di molta musica tradizionale. In “Y” è stata usata come uno strumento, anche per sottolineare una linea melodica precisa tramite l’utilizzo di vocalizzi, quasi fossero una sorta di contrappunto, di basso continuo, quindi anche con una funzione di armonizzazione. Difatti spesso la voce si muove armonicamente con gli strumenti a fiato, come fosse un altro strumento ad ancia, oppure da vita all’unisono alle note del piano ritmiche del piano.

Che ruolo ha giocato l’improvvisazione nella fase elaborativa?
Tina Omerzo - L’improvvisazione è stata fondamentale. Diverse linee melodiche dei temi sono nate proprio improvvisando. Personalmente compongo così. Improvvisando sono nati gli arrangiamenti che poi sono diventati una struttura solida, che abbiamo fermato su carta; improvvisando sono nati i momenti di espressione personale dei soli, che in questo caso non sono elemento di “egocentrismo musicale”, ma ogni singola porzione di improvvisazione personale è sempre funzionale al brano.

La produzione è affidata a due menti  due nomi di punta della scena in genovese, con le mani in pasta tra rock, prog, ambiente world di ispirazione mediterranea.
Edmondo Romano - Pivio e Aldo De Scalzi oltre ad essere cari amici con i quali collaboro da molti anni alle loro numerose colonne sonore per cinema, teatro e televisione sono da sempre anche attenti cultori musicali di vari generi, grandi appassionati della musica e della cultura mediorientale, divenuti famosi nel periodo d’oro della world music attraverso la colonna sonora de “Il bagno turco”, 
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prima scrittura di un felice connubio che ancora oggi da vita a numerose stesure musicali riconosciute con vari premi importanti nei più importanti Festival d’Italia. A Genova da decenni sono attenti promotori e produttori capaci di dar da voce alla musica tradizionale, originale e di valore del territorio. Mi è sembrano naturale far ascoltare loro il nostro lavoro discografico sicuro che avrebbero apprezzato la ricerca e l’espressione musicale che lo compone e con mio grande piacere così è stato.

Motus Laevus è un progetto che, al di là delle difficoltà del momento, sta viaggiando dal vivo?
Edmondo Romano - Abbiamo realizzato la prima presentazione assoluta il 22 luglio al prestigioso Gezmataz Festival di Genova con una platea gremita che ha davvero accolto il concerto con grandissimo entusiasmo, lo spettacolo è piaciuto molto e in sala oltre al numeroso pubblico erano presenti molti musicisti, cosa rara. Certo, viaggerà molto, questa “pasta viva“ particolare di world/jazz/popular music si esprime ancora meglio dal vivo, dove gli interpreti possono creare, improvvisare, utilizzare sonorità, strumenti e soluzioni musicali nuove rispetto al disco. Nonostante alcune date saltate per le cause che conosciamo, i concerti stanno arrivando, il prossimo sarà a Bologna nella bella rassegna (s)Nodi (l’8 settembre, ndr). Li accogliamo con piacere; siamo qui…

Dal vivo si ascolta ciò che è stato inciso o ci sarà maggiore libertà d’azione: considerato il Motus?
Edmondo Romano - Ogni musicista compositore non presenta dal vivo la semplice e meticolosa riproduzione del CD realizzato in studio, sono due nature molto differenti e più queste realtà vengono differenziate più l’artista si esprime in libertà e in crescita. Nella musica rock o pop dal vivo si rispetta quasi sempre il suono del prodotto, quello che noi suoniamo si muove con criteri completamente differenti. Qui il termine “jazz” da noi inserito si rispecchia anche in questo caso, perché non esistono nella nostra musica i criteri armonici classici o di struttura del jazz tradizionale,
ma il tema eseguito da tutti alternato dallo spirito interpretativo dei singoli soli svincolati da giri precisi e codificati, la possibilità della struttura free del brano, questi sì, sono elementi tipici di questo genere presenti. Quindi il concerto è simile al lavoro in studio, ma non un quadro pittorico riprodotto.
Tina Omerzo - Il concerto si sviluppa come uno spettacolo dove i brani del disco si collegano tra di loro con momenti di performance solistiche o in duo, momenti ogni volta nuovi e differenti.

Che altri progetti sono in progress per i tre Motus Laevus?
Edmondo Romano -  Sto terminando il mio terzo CD da solista in collaborazione con Simona Fasano, è andato in stampa proprio in questi giorni un bel lavoro dei “Cabit” di world/folk music registrato in Turchia insieme ad importanti musicisti della tradizione ligure e turca e a breve uscirò con un nuovo live del mio gruppo folk/rock progressive Ancient Veil. Nel mondo teatrale con il quale lavoro spesso sto terminando le musiche per lo spettacolo “Le baccanti” di Euripide per lo Stabile di Catania che mi vedrà in scena sino a metà 2021 in tutta Italia nei maggiori teatri e nel cinema con mia grande gioia da fan ho appena registrato per Pivio e Aldo De Scalzi le musiche di “Diabolik” che uscirà a dicembre.
Tina Omerzo - Da tempo sto lavorando a un progetto da solista dove suonerò e canterò brani originali ed inediti. In questo ci sarà una forte attenzione alle parole oltre che alla musica.
Luca Falomi - Ho terminato durante il periodo di lockdown le registrazioni di un disco per chitarra solo che cercherò di pubblicare nei prossimi mesi. Parallelamente al lavoro con i Motus sto promuovendo il mio progetto “Esperanto” con cui abbiamo pubblicato da poco il primo album per l’etichetta Da Vinci Publishing. Tra non molto vedrà anche la luce l’album che ho realizzato per la cantante sardo/catalana Franca Masu, oltre ad un altro progetto che sto scrivendo a quattro mani con il batterista e compositore Veneto Max Trabucco, che toccherà il tema dei rapporti tra Genova e Venezia!

Vi riconoscete ancora nel termine world music o avete una crisi di rigetto?
Tina Omerzo - Per adesso non esiste un’altra definizione più adeguata che racchiuda meglio i nostri suoni e le nostre composizioni. Sicuramente questo termine fa storcere il naso ad alcuni a causa delle numerose contaminazioni di genere e di suoni abusati nel tempo. D’altronde ci sentiremmo senz’altro più a disagio usando semplicemente il termine Jazz o folk perché risulterebbero imprecisi per la nostra musica. Dopotutto, ha ancora senso usare termini che classificano un musicista ingabbiandolo dentro a cliché e aspettative?
Edmondo Romano - Il termine world music usato e largamente abusato dalla fine degli anni ’80 era inizialmente nato per indicare la musica “esterna al mondo occidentale”, quella che abbracciava suoni differenti dai “nostri”, termine che nel tempo ha assunto un aspetto sempre più “leggero“ tramite l’introduzione di sonorità che allora venivano chiamate “moderne”. Nel 1999, l'ex frontman dei Talking Heads David Byrne scrisse sul “New York Times” che l’etichetta e la categorizzazione di altre culture come un qualcosa di “esotico” serve solo per attrarre un consumo disonesto verso altri potenziali consumatori. Il termine world music a mio avviso oggi è maturo per essere rivalutato, ripulito da quella patina e veste pseudo commerciale che dal ’90 sino a poco fa purtroppo ha in parte caratterizzato questo genere. Oggi c’è più conoscenza, consapevolezza degli strumenti, il bluff dei “suoni etnici” ha meno presa nell’ambiente, deve esserci preparazione per realizzare un vero progetto corale di suoni e culture differenti tra loro, tecnica e studio sugli strumenti che si utilizzano, idee, un messaggio e percorso musicale corposo. I Motus Laevus svolgono un lavoro consapevole e molto personale, profondo, che racchiude anni di esperienze singole nel campo della ricerca musicale e della composizione, realtà che si incontrano in modo naturale e sinergico.
Luca Falomi -  Credo che il termine world music sia ancora utile a sintetizzare in due parole le espressioni musicali differenti a livello globale. Ci sono diverse “etichette” che si potrebbero utilizzare per definire ciò che facciamo ma forse i due termini world e jazz sono quelli che ci definiscono meglio.


Motus Laevus – Y (Felmay, 2020)
Si mette sulla rotta levantina delle confluenze culturali turco-greche “Smirneka”, il lungo tradizionale che risolve da subito l’incognita musicale del trio in movimento tra ritmi danzanti, profili mediorientali, esplorazioni d’insieme e intarsi solisti. Parliamo dei Motus Laevus di Edmondo Romano (sax soprano, clarinetti, chalumeau e fluier), Luca Falomi (chitarra acustica, classica, baritono, 12 corde, elettrica, basso acustico) e Tina Omerzo (voce, pianoforte, tastiere) con la collaborazione di Rodolfo Cervetto (batteria) e Marco Fadda (darabouka, dumbeck, kanjira, riqq, bendir, tabla, shaker, caxixi, kartal, cajon e drum set). Il lirismo avvolge “Nekaj je na tebi” (C’è qualcosa in te), tema musicato da Tina Omerzo che incontra i versi della poetessa slovena Mojka Maljevac. Il soffio vorticoso in tempi dispari di un flauto guida il tradizionale croato “Gream paralele”, contrappuntato dalla voce strumento di Omerzo, accompagnati con estro da corde e percussioni. Nel successivo “3 days ago” è il pianoforte a porsi come raccordo in una partitura la cui espressività si snoda con disinvoltura tra classicimo, jazz e sprazzi prog-rock. Sono di nuovo i vocalizzi a condurre “A call for the winds”, altro brano firmato da Omerzo, che è un bel connubio fra trame intimiste ed iridescenti dialoghi strumentali, come lo è pure “Novembre”, composto Luca Falomi e dal sound engineer Marco Canepa, dove si bilanciano con cura i colori timbrici dell’ensemble. La navigazione si conclude con “Shanfara”, che Edmondo Romano porta in dote dagli Avarta (dall’album “Terre”), gruppo dalla vita artistica breve ma dal lascito non di poco conto per la scena genovese. Qui la cui cadenza balcanica trova sostanza e solidità nelle linee delle corde e della sezione percussiva e si arricchisce degli inserimenti vocali.  “Y” è un elegante mare di connessioni, un intreccio di geografie e forme sonore plurime («molteplici direzioni e forme, nel tempo e nel luogo», dice Edmondo Romano) che collimano alla perfezione con la metafora del motus laevus, sottendendo un’idea di scrittura musicale inedita e mai scontata.



Ciro De Rosa


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