Ammar 808 – Global Control/Invisible Invasion (Glitterbeat Records, 2020)

Lo strabiliante debutto di Sofyann Ben Youssef, aka Ammar 808, navigava le coste magrebine tra Marocco, Algeria e Tunisia, prendendo ispirazione dalle tradizioni, dai cantanti e dagli strumenti locali ricollocandoli in un contesto elettronico e contemporaneo. Se la meta di “Maghreb United” era l’Africa settentrionale, patria del produttore tunisino-belga, il secondo disco “Global Control/Invisible Invasion” percorre le strade di Chennai nell’India meridionale, portando stavolta profumi carnatici nel canto e nel ritmo. Il disco ricrea fedelmente il panorama sonoro delle metropoli indiane, dove i suoni si accalcano l’uno sull’altro sopraffacendo i sensi. Alla drum machine di Ben Youssef vediamo affiancati strumenti tradizionali come il nadaswaram, fiato ad ancia doppia, e la veena, liuto tipico della tradizione classica e sacra, accompagnati da varie percussioni tra cui la kanjira il thavil e il mridangam. Spiccano poi le voci che trasportano invece l’essenza melismatica e intricata della musica classica carnatica. Tra gli ospiti brillano Susha, la cui voce introduce il disco nella prima traccia “Marivere Gati”, e il leggendario K.L. Sreeram, star della musica da film nell’industria cinematografica Tamil. L’india del sud, proprio come il Maghreb, non è stata scelta a caso. Se a motivare l’investigazione musicale del primo disco era il retaggio tunisino del produttore, il legame con la tradizione carnatica risale all’esperienza universitaria di Ben Youssef, che scrisse una tesi musicologica sulla trasmissione musicale nelle gharana indiane (scuole di musica, in passato limitate al nucleo familiare, distinguibili l’una dall’altra per peculiarità stilistiche). Lo stile del produttore è ritmicamente insistente, quasi martellante. Non a caso Ammar sceglie due tradizioni musicali con una forte e complessa componente ritmica, dove la drum machine può affiancare o aggiungersi a strutture preesistenti elevandone gli incastri o enfatizzandone alcuni tratti. I brani più leggeri hanno come ospite la cantante Susha, il cui stile canoro è radicato nella musica carnatica. Glissandi, acciaccature melismatiche e l’esplorazione modale dei raag vengono accompagnate dall’intensità percussiva di Ammar in “Marivere Gati”. In “Geeta Duniki” emerge invece la componente ritmica del canto carnatico in un brano più lento dove la voce è in grado di respirare. “Ey Paavi” ospita la voce ed il vocoder di Kali Dass, in un brano moderno nelle sonorità ma antico nel testo tratto dal Mahabarata, poema epico in sanscrito con più di due millenni di storia. Tuttavia, la pesantezza ritmica dell’elettronica tende spesso a prendere il sopravvento oscurando altri elementi di alcuni brani. Ne sono esempio “Mahaganapatim”, dove la drum machine copre la voce di K.L. Sreeram, o “Summa Solattumaa”, dove gli strumenti tradizionali sono appena percettibili. L’ossessività della drum machine appesantisce considerevolmente un disco che incorpora musica tradizionalmente equilibrata, dove momenti di fortissima intensità si alternano a situazioni di totale rilassamento. Forse la scelta di Ben Youssef è conscia nel tentativo di evocare la confusione che imperversa nelle strade indiane, dove la cultura locale viene maggiormente vissuta. Magari la chiave di lettura è nel titolo e l’invasione elettronica di Ammar è da interpretare come metafora di controllo. Sta di fatto che seppur partendo da un’idea interessante, il disco risulta pesante e denso. La stessa intensità pervade anche “Maghreb united” ma è gestita meglio negli incastri e nei dosaggi, diventando il piacevole protagonista di una lettura unica degli stili Nord Africani. Non mancano le idee positive: il gioco ritmico in “Geeta Duniki”, l’ingegnosa insistenza di “Duryodhana” e i momenti vocali in generale. Il potenziale creativo di Ammar 808 rimane altissimo, così come le aspettative per il prossimo titolo, con la curiosità di scoprire dove e come il produttore deciderà di portarci. 


Edoardo Marcarini

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