47Soul – Semitics (Cooking Vinyl Limited, 2020)

I 47Soul hanno già mostrato come si possa partire dalla Giordania, dove si sono formati nel 2013, e conquistare ascolti in tutto il mondo. Il loro hip-hop elettronico giordano-palestinese colleziona numeri invidiabili: “Dabke System”, il primo singolo, raggiunse un milione di ascoltatori attraverso YouTube in tre settimane; il concertino NPR Tiny Desk session dell’anno scorso raccolse 100.000 visitatori in ventiquattro ore. L’album di debutto, “Shamstep” è del 2015, seguito, nel 2017, da “Balfron Promise”, registrato a Londra nella Balfron Tower che, guarda caso, rimanda alla Dichiarazione di Balfour del 1917 con cui il governo britannico si impegnò a creare in Palestina lo stato israeliano. Poi, a gennaio di quest’anno, la notizia che il chitarrista Hamza Arnaout lascia il gruppo per sfuggire alla pressione dei numerosi concerti. A dar vita così, di nuovo a Londra, al terzo album si sono ritrovati in tre: Tareq Abu Kwaik / El Far3i (voce, darbuka, elettronica), palestinese, cresciuto in Giordania, che ha prodotto quattro dischi solisti (l’ultimo “El Rajol El Khashabi” è del 2017); Ramzy Suleiman / Z the People (voce, synth, tastiere), palestinese, cresciuto a Washington e a Ramallah; Walaa Sbait (voce e tamburi a cornice) che viene da una famiglia palestinese di Iqrit ed è cresciuto ad Haifa, praticando danza, teatro, canto e poesia come strumenti di espressione e di animazione sociale. Il loro primo messaggio riguarda la libertà di movimento: «Le diverse città in cui siamo cresciuti non erano divise da frontiere e checkpoint fino al 1947; poi nel 1948 la Nakba, l’occupazione e la pulizia etnica hanno profondamente segnato la Palestine storica». Alla loro musica hanno dato il nome di Shamstep: elettronica, hip-hop insieme alle melodie e ai ritmi Bilad Al Sham, il Levante (Palestina, Giordania, Siria, Libano, Iraq). «Vogliamo costruire un ponte fra chi abita la madrepatria e chi vive nei territori della diaspora, chi sta perdendo la lingua, chi si è visto imporre confini e divisioni. Pensiamo che la Palestina e la regione Bilad Al Sham possano rappresentare l’area di connessione fra Africa, Asia ed il Mediterraneo ed un incontro fra identità religiose vecchie e nuove». Musicalmente hanno puntato sui ritmi che caratterizzano la danza dabke, annunciando il nuovo album con la pubblicazione dei singoli “Dabke System” e “Hold Your Ground”, coinvolgendo il rapper anglo-iracheno Lowkey. Le collaborazioni vanno di pari passo con la dimensione poliedrica dell’album e comprendono Hasan Misawy, The Synaptik (collettivo rapper giordano), Tamer Nafar (cantante hip hop), Fedzilla (MC tedesco-cileno), Shadia Mansour (rapper anglo palestinese). Questi ultimi due sono coinvolti nell’emblematica “Border Ctrl.”, cantata in arabo, inglese e spagnolo, a denunciare i muri in Palestina, nell’America Latina, nelle Ande: «This border control / Congesting our soul / Taking its toll on us all» (Il controllo delle frontiere / ci congestiona l’anima / impone il suo pedaggio a tutti.) Il “plurilinguismo” delle collaborazioni rimanda al titolo dell’album, “Semitics”, e a tutte le lingue di matrice semita. «Ci siamo incontrati perché fra artisti palestinesi ed arabi in generale utilizziamo Internet per connetterci fra i diversi territori della madrepatria e della diaspora. Abbiamo dato vita ad un collettivo per far convogliare le diverse esperienze artistiche individuali e insieme ad altri gruppi nella regione araba. Il XX e il XXI secolo hanno prodotto moltissimi migranti e rifugiati arabi in tutto il mondo, persone che sono parte di una storia comune. Prestiamo sempre attenzione a questa dimensione. In comune abbiamo la volontà di produrre musica araba viva che parli a tutti, non solo agli arabi, provando a comunicare a modo nostro il modo di pensare dei giovani arabi». 


Alessio Surian

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