Groupe RTD – The Dancing Devils of Djibouti (Ostinato, 2020)

Se strategicamente è sempre stato importante per la sua posizione tra il Corno d’Africa e lo stretto di Bab el Mandeb, lo sbocco del Mar Rosso sull’Oceano Indiano, Gibuti (Djibouti) per la sua produzione musicale non ha attirato l’attenzione dei più. Eppure non è difficile immaginarlo come crocevia di suoni, dove si intrecciano influenze di Etiopia, Eritrea, Somalia, della Penisola Arabica e perfino dell’India. Che dire poi dei global sound, dal pop, al jazz al funky e al reggae che - com’è noto - hanno dato forma a mirabolanti ibridazioni con le scale pentatoniche nel vicino colosso etiopico? Per lungo tempo, a partire dalla indipendenza del Paese dalla Francia (1977), il sistema politico a partito unico ha considerato gli artisti parte integrante della propaganda di stato. Non è un caso che nel 2016 l’Ostinato Records, la label newyorkese creata dal giornalista e cacciatore di patrimoni sonori perduti Vik Sohonie, che scandaglia le tradizioni musicali e le musiche popular dell’area che dal Nilo va verso l’Africa orientale, abbia raggiunto Gibuti per incontrare i funzionari della radio nazionale, la Radiodiffusion-Télévision Djibouti (RTD). Dopo quei colloqui l’Ostinato è stata autorizzata ad accedere agli archivi della radio, in cui sono conservate registrazioni di musica somala e Afar. Proprio accanto allo studio di registrazione della RTD si è manifestata una house band, sconosciuta fuori del Paese, che incarnava proprio il sound depositato nei nastri in attesa di un ascolto. Un insieme di giovani musicisti e di veterani pronti ad officiare le cerimonie ufficiali di stato, ma fuori servizio capaci di suonare musiche brillanti fresche e cosmopolite. A guidarli ci sono il veterano sassofonista Mohamed Abdi Alto (già conosciuto perché era nell’antologia “Sweet As Broken Dates: Lost Somali Tapes from the Horn of Africa”, che ha raccolto nomination ai Grammy nel 2017) e il chitarrista Abdirazak Hagi Sufi, originario di Mogadiscio (pure lui apparso nella citata compilation), il cui stile è molto proiettato verso il sound giamaicano. Invece Asma Omar, giovane talento vocale, condivide con Hassan Omar Houssein la passione per gli stili di Bollywood. Altra voce anch’essa di lingua somala è quella di Guessod Abdo Hamargod. Al synth c’è Moussa Aden Ainan, il quale porta un tocco somalo, al basso Abdo Houssein Handeh mentre al tombak e alla batteria agiscono rispettivamente Salem Mohamed Ahmed e Omar Farah Houssein. 
Con un’autorizzazione per tre giorni di registrazione in sala fornita dalla pervasiva e ferrea burocrazia locale e l’apparato di registrazione portatile usato con il proposito di conservare il “calore” analogico, tecnici e band si sono messi all’opera: il risultato è il folgorante “Dancing Devils of Djibuti”, aperta dall’irresistibile “Buuraha U Dheer” (Le montagne più alte), in cui i melismi e il vibrato di Asma Omar trovano sponda nel giri di synth di matrice somala, ritmica incessante e granulosi riff di chitarra. Parte in levare “Raga Kaan Ka’Eegtow” (Sei quella che amo) animata dal sax di stampo ethio-jazz. “Let’s go”, incita il cantante Hamargod e la band si lancia in “Kuusha Caarey (La collana di perla). La splendida “Raani” (La Regina) inizia con un sax solitario, poi la voce maschile di Houssein ricama su un groove funky, condito dalle immancabili vampate del synth. Seguono i due minuti di interludio strumentale di sax, tastiera e chitarra che sfociano in “Uurkan Kaadonaya” (Ti Voglio), collisione tra ritmi di Bollywood, gorgheggi di synth e chitarre ringhianti: qui la voce principale è ancora quella di Houssein, così come in “Halkaasad Dhigi Magtiisa” (Ecco dove lascerai la sua ricompensa) dall’irresistibile sapore Seventies sudanesi. “Iiso Daymo” (Guardami) riporta la voce di Hamargod in primo piano, per dare, poi, il cambio a Houssein in "Suuban (Gioia)”, che è un altro numero dal passo dub-reggae con svolazzi del sax di Alto. Il finale “Wiil Wille” è un tradizionale di matrice araba eseguito con canto responsoriale e percussioni. In attesa di quello che uscirà dal cilindro della Ostinato, una volta che le sarà consentita l’indagine negli archivi dell’emittente RTD, godiamoci questa gioiosa e spontanea delizia, condividendo le parole che la accompagnano: «Questo album, se ascoltato a un volume inappropriato, dovrebbe registrare saldamente Gibuti nella coscienza globale, spostando la sua immagine da avamposto strategico di giochi geopolitici a una potenza culturale». ostinatorecords.bandcamp.com 


Ciro De Rosa

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