Jake Blount – Spider Tales (Free Dirt Records, 2020)

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Nella folklore del popolo Akan del Ghana Anansi è un trickster, un personaggio dagli aspetti diversi e contraddittori che assume spesso la forma di ragno, rinomato per la sua arguzia e saggezza, utilizzate come armi contro gli oppressori più potenti di lui. I racconti di Anansi il ragno, sopravvissuti al Middle Passage, si diffusero oralmente tra gli schiavi africani e i loro discendenti nelle colonie americane e nei Caraibi. I “Racconti del Ragno” non erano solo un passatempo, ma un atto di ribellione culturale. «Sentiamo il loro significato innato come vestigia dei nostri antenati che vivono in noi: la loro discendenza rubata. […]I pezzi inclusi sono “Racconti del Ragno” di per sé, tramandati in gran parte tra le stesse persone, nello stesso modo e per gli stessi motivi. Sebbene la forma sia diversa, la funzione è la stessa. In questo nuovo decennio, dovremo affrontare modelli crescenti di violenza e crisi ecologiche che minacciano la sopravvivenza della nostra specie. Dobbiamo ricordare che non siamo i primi a temere la perdita dei nostri cari, la cancellazione dei nostri lasciti o la distruzione di ciò che abbiamo fatto. Frequenta le parole e le opere degli antenati che provavano lo stesso dolore, l'impotenza e la furia e, se respingevano o abbracciavano quelle emozioni, trovavano la forza per sopravvivere. Possiamo trovarla dentro di noi per fare ciò che è necessario». Si esprime così Jake Blount (https://jakeblount.com), banjoista e violinista afroamericano del Rhode Island, attivista queer del movimento LGBTQ2+, a proposito del suo album d’esordio di lunga durata (produzione di Jeff Claus e Judy Hyman), che in un certo senso rimette le cose a posto, scavando nelle musiche dell’area degli Appalachi della prima metà del Novecento, rivendicando il contributo rimosso degli afro-americani all’old time, considerate musiche dei bianchi, i quali nella maggior parte dei casi portarono questi suoni rurali al successo sia in termini di popolarità che di profitto economico. 
Ricordiamoci che sicuramente nel periodo precedente la registrazione della musica ma anche per i primi decenni del XX secolo musiche e strumenti (violino e banjo, soprattutto) erano largamente usati da neri e da bianchi, senza marcate divisioni su base “razziale”. Parliamo, quindi, di una prospettiva di ripensamento (non priva di forzature) che si sta imponendo negli ultimi anni negli States: si pensi a gruppi ed artisti come Carolina Chocolate Drops, Rhiannon Giddens, Songs of Our Native Daughters e Dom Flemos, solo per citare qualche nome tra i più affermati. “Spider Tales” è, insomma, un disco politico nella sua contro-narrazione, nel ridare voce a storie obliterate del contributo afro-americano, ma è anche un fior di album, perché Blount è un polistrumentista e vocalist di valore che ha ben scelto le canzoni e le tunes del suo lavoro, la cui genesi è ben raccontata nelle accurate note da lui redatte. Parte di una hip generation di suonatori di banjo, Blount ha studiato con Bruce Molsky, Judy Hyman, Rhiannon Giddens e Hubby Jenkins. È stato il primo nero a concorrere nelle finali del prestigioso Appalachian String Band Music Festival (meglio noto come Clifftop) e il primo a vincere nella categoria di band tradizionale. Accanto a sé Blount ha un combo di ottimi musicisti, molti dei quali sono altrettanti attivisti queer. Si tratta di Tatiana Hargreaves (violino), con cui aveva già realizzato un EP, Rachel Eddy (chitarra), Haselden Ciaccio (basso) e Nic Gareiss (danza flatfooting). I brani di “Spider Tales” sono quasi tutti riconducibili a noti o misconosciuti musicisti afroamericani. Prendete l’iniziale “Goodbye, Honey, You Call That Gone”, suonata con banjo e apporto di step dance, che arriva diritta diritta dal repertorio di Lucius Smith, un banjoista di Sardis (Mississippi) che suonava in una band con Sid Hemphil, registrato da Alan Lomax due volte (1942 e 1978). 
Duettano magnificamente violino e banjo nello strumentale “Roustabout” di Dink Roberts: lui era un chitarrista e banjoista della North Carolina. Più familiare per i folk aficionado è il brano “Where Did You Sleep Last Night”, reso celebre da Lead Belly, qui proposto alla grande da due violini (accordati rispettivamente in G-G-D-G-D e B-B-E-G-B), chitarra e basso, ma personalizzato da Jake nel testo sia con un cambio di genere sia facendolo diventare una canzone sulla dura condizione di homeless. È opera di Manco Sneed, un nativo Cherockee della Carolina del Nord, appartenente a una stimata famiglia musicale, “Old-Timey Grey Eagle”, per banjo e violino, proveniente da una delle sue prime registrazioni. Sneed è anche la fonte dello strumentale “Done Gone”. Oltre, incontriamo “Move, Daniel”, un’interessante brano appartenente alla popolazione Gullah che vive tra le isole della Georgia e la costa sud-occidentale (Florida e South Carolina). Qui Blount usa lo stile clawhammer del banjo in un brano che si configura come una sorta di guida all’azione per un membro della comunità intento a rubare la carne al padrone. La podiritmia di Gareiss ritorna ad accompagnare banjo e violino nella magnifica “Blackbird Says to the Crow”, risalente al repertorio del violinista del Tennessee Cuje Bertram. Molti suoi allievi sono stati resi famosi dall’industria discografica, ma il suo virtuosismo è passato quasi in secondo piano, con ogni probabilità, per il colore della sua pelle. Opera di un altro violinista nero è “Brown Skin Baby”, interpretata in solo da Blount (voce e violino). La successiva “English Chicken” ci riporta la coppia Blount-Hargraves nell’esecuzione di un tema che faceva parte del repertorio di un duo di banjo e violino composto da Nathan Frazier e Frank Patterson, entrambi di Nashville.
Potrà sembrare inconsueto imbattersi in una strepitosa versione di “Rocky Road to Dublin” (due violini, banjo-uke, chitarra e basso), ma com’è noto le musiche popolari - in questo caso di marcata impronta Irish - circolano e se piacciono vengono fatte proprie da un musicista e adottate da una comunità: la fonte di questa versione è un duo Cherockee, i fratelli Helton. Inserito nella raccolta degli anni Trenta del Novecento “American Negro Songs” di John W. Work III, “The Angels Done Bowed Down” è un gospel di matrice blues, interpretato con grande intensità da Jake. Qui la figura di Gesù impiccato sembra richiamare i linciaggi degli afroamericani. Non viene dal passato, invece, ”Beyond This Wall”, eseguito dalla coppia banjo e violino: si tratta di uno strumentale di recente composizione, di Judy Hyman, una violinista di Ithaca, New York. Se è vero che Tommy Jarrell è chiamato “il padrino del violino old-time”, in effetti, apprese “Boll Weevil” - altro brano di spicco, messo in programma da Blount - da una donna nera non identificata nel backstage di un festival e come tanti all’epoca non accreditò la sua fonte con un nome. A chiudere questo disco c’è un’altra azzeccata rilettura: “Mad Mama’s Blues” di Spencer Williams, incisa negli anni Venti da Josie Miles, blues singer di Summerville, South Carolina: una chiamata alla rivolta che, sorprendentemente, venne registrata su disco. Queste le parole Rhiannon Giddens spese per “Spider Tales”: «Potente raccolta di roots e old time music che ci ricorda ininterrottamente tutta la co-creazione nera e indigena di questa musica, che ora viene percepita come così bianca. [Blount] oltre ad essere incredibilmente intelligente e ben informato, è anche un musicista sensazionale con un combo incredibile». Ci siamo intesi, no? 



Ciro De Rosa

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