The Idumea Quartet – More Than One (Penny Fiddle Records, 2020)

In termini strumentali The Idumea Quartet è un ensemble d’archi da musica da camera, costituito dai violini dell’americana Jane Rothfield e dello scozzese Ewan Mcdonald, dalla viola dell’inglese Becka Wolfe e dal violoncello dell’altro statunitense Nathan Bontrager. Tuttavia, la cosa che salta subito agli occhi leggendo le biografie è che tre dei quattro musicisti sono anche cantanti (Nathan, Becka e Jane). Se poi si riflette sul fatto che il loro nome deriva dal corpus di polifonia sacra contenuta nel celebre libro “Sacred Harp” (il sacred harp singing è anche il sistema-stile di canto inventato nel Settecento per facilitare la diffusione della religione e degli inni), si comprende che qualcosa di speciale, se non di unico, si ascolterà addentrandosi in “More Than One”, esordio del quartetto americano-britannico che è in circolazione dal 2017 (https://idumeaquartet.com/). L’arcano si svela subito ascoltando la prima combinazione di brani old time music intitolata “Falls Of Richmond/ Grub Springs” con la partenza in pizzicato, i cambi di tempo e l’uso della politonalità nella seconda tune: niente male come inizio di programma, non è vero? A seguire, troviamo “Silver Dagger”, la prima ballata dell’album, stampata in forma di broadside nel 1817 in Gran Bretagna e in circolazione negli States già qualche decennio dopo. Un gran bel momento lo offre pure “Fall on My Knee”, in cui i quattro rielaborano per sezione d’archi le serrate interazioni di parti di banjo e violino del cosiddetto stile Round Peak del tradizionale ben noto nell’area di confine tra North Carolina e Virginia e reso popolare dal disco “Down the Cider Mill” di Tommy Jarrell and Fred Cockerham di fine anni Sessanta del secolo scorso. Jane Rothfiled ha composto la vibrante “Sports are Sport”, che potrebbe passare senza problemi per un tradizionale old time. Invece, “Cluck Old Hen”, un’altra canzone classica, una volta ri-assemblata in minore prende una fisionomia inconsueta dall’umore un po’ malinconico; si cambia passo quando, a mo’ di interludio, si fa strada la frizzante dance tune inglese “The King’s Barrows” che poi cede il passo alla reprise della song. “And Am I Born To Die?” è un numero di rara bellezza che parte con l’inno settecentesco su testo di Charles Wesley, appaiato alla melodia di “Idumea”, attribuita ad Ananias Davisson (1816), uno dei temi più noti della tradizione rurale americana (anche grazie anche al film “Cold Mountain”). Si tratta di un brano che rappresenta - come i musicisti spiegano nelle note - la quintessenza della tradizione canora Sacred Harp per via della sua struttura pentatonica, delle armonizzazioni aperte, delle voci che si muovono per quinte parallele (tra l’altro va notata la somiglianza con la melodia di “Amazing Grace”). Il canto di Wolfe, l’incedere del violino rinforzato dal violoncello, una certa maestosità nel portamento che conduce al crescendo finale polivocale sono davvero toccanti. Il secondo motivo che porta la firma di Rothfiled è “Carthy Hoose”, così chiamato perché elaborato nella cucina di casa di Martin Carthy e Norma Waterson, amici di lunga data di Jane (belle frequentazioni, nevvero?), è un altro dei pezzi forti del disco per l’abilità di far confluire elementi classici e folk, come avviene ancora nella successiva fiddle tune “Sally Ann” di Joe Birchfield (dei Roan Mountain Hilltoppers), i cui contorni musicali appalachiani si fondono con l’iterazione dell’estetica minimalista contemporanea. Si passa, quindi, per la tradizione popolare delle strings band del Mississippi, da cui proviene “Sullivan’s Hollow”, un’altra fiddle tune, cavallo di battaglia dei revivalisti old-time music, anch’essa sottoposta a sapiente rilettura tecnico compositiva che trae spunto dalle esperienze fatte nel trasporre brani per cornamusa scozzese e dal confronto con la pratica rinascimentale del cantus firmus. “More Than One” è un disco che si fa fatica a tirare fuori dall’ascolto, perché gli Idumea riescono nell’impresa di decostruire e rimontare il materiale appalachiano senza ridurlo a convenzioni classicheggianti, dotati come sono di forte ispirazione, padronanza delle fonti, perizia tecnica messa al servizio di brillante dinamismo e indispensabile senso del suonare divertendosi. 



Ciro De Rosa

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