Terez Sliman – When the Waves (Kirkelig Kulturverksted, 2020)

Quando la poetica non si limita ai testi ma diventa un metodo di ricerca nascono piccoli capolavori come “When the Waves”. Terez Sliman racchiude in poco più di mezz’ora uno spettro esorbitante di sensazioni, immagini e sapori condensati nel prodotto più raffinato possibile, in una sintesi che concentra il bello nell’essenziale senza lasciare un filo di grasso. Un debutto forte per la cantante palestinese. Terez nasce e cresce ad Haifa, dove si laurea in musica e comincia la carriera live con le prime tournee organizzate a soli 24 anni. Nel 2016 organizza e fronteggia il progetto “Mina”, dove collabora con artisti brasiliani creando un mix sonoro originalissimo a metà tra il Medio Oriente e il Sud America. “When The Waves” è il primo lavoro a portare la firma della sola cantautrice, ma lo stile e la realizzazione sono già maturissimi. L’armoniosa fonetica dell’arabo decora minuziosamente la delicata poesia racchiusa nelle parole. L’ensemble non è scelto a caso e i risultati parlano chiaro. Alla chitarra abbiamo Eivind Aarset, grande sperimentatore norvegese che brilla, in questo contesto, per la capacità non solo di lasciare spazio, ma di crearlo. Alla batteria abbiamo un connazionale, Helge Andreas Norbakken, anch’egli particolare nell’approccio allo strumento che non si accontenta mai delle convenzioni. A completare la formazione è un vecchio collaboratore della Sliman, Raymond Haddad, che programma, suona il synth bass e scrive gran parte delle melodie. La tavolozza di colori a cui contribuisce ogni elemento è vasta e manipolata con successo in un disco che ricerca il bello per il bello, senza i fronzoli della forma o della tecnica ma concentrandosi sull’essenza e sul gusto. Ambient, alternative, maqamat e svariate sfumature di contemporaneità sorreggono una voce leggera nell’estetica ma carica nel contenuto. In un album finemente preparato, delicato e ricco di bellezza spiccano gemme come “Rose”, dove in totale coerenza lirico-musicale il simbolismo delle parole danza con la leggerezza delle note. La sua eleganza contrasta perfettamente la prepotenza di “Hunger”, il pezzo successivo. Una marcia alienante marcata da un groove costante, una batteria che trascina e spinge il ritmo come a frustare una folla sfollata. L’elettronica di “When the Tables Will Turn” rende perfettamente la drammaticità della premonizione e l’aggressività del monito di cui canta Terez. Con chitarre graffianti ed elettronica floydiana, il brano spicca per capacità comunicativa. “In Your Name”, “You Are” e “But We Were Good” bilanciano il mood più scuro di altri brani pur mantenendo un loro equilibrio interno, lo stesso equilibrio che ritroviamo, in un modo o nell’altro, in tutto il disco. “When the Waves” non sa cosa siano il bianco e il nero e abbandona la dialettica degli opposti per abbracciare la complessità delle cose, intricata e curiosa, sospesa in un equilibrio precario che aspetta di crollare per rialzarsi. La stessa filosofia emerge da una musica in continuo movimento, che non si fossilizza su dogmi stilistici o tematici ma scorre tendendo sempre ad esprimere un concetto nella sua forma più pura. Un disco di rara raffinatezza compositiva dove il gusto batte ogni convenzione formale, dove la coerenza emotiva tra musiche e testo trascende l’accanimento tecnico che troppo spesso troviamo in una fusion che assorbe l’estetica ma dimentica la radice semantica. 


Edoardo Marcarini

Nessun commento