Santrofi – Alewa (Outhere Records, 2020)

Voci e percussioni: Santrofi apre il suo primo disco con “Kokrokoo”, un energetico e colloquiale invito ad ascoltare gli elementi primi del far musica insieme, in questo caso l’incontro fra la lingua ed i tamburi akan, le risposte del coro. Poi “Alewa” e “Kawa Kawa” mettono le cose in chiaro: questo è un atto d’amore per highlife e afrobeat da parte di nove musicisti giovani che mettono in campo idee fresche e perizia strumentale, già forti di esperienze di primo piano all’interno del panorama musicale ghanese. In Europa, l’estate scorsa, hanno piacevolmente sorpreso per la carica umana e musicale che ha messo a danzare i frequentatori di alcuni dei festival e delle sale da concerto più in vista del circuito world music, da Roskilde ad Amsterdam Roots, da FMM Sines al WOMAD. Li guida il bassista Emmanuel Ofori, già accompagnatore di Pat Thomas con la Kwashibu Area Band. La sua scommessa è che il «Ghana ha un ricco patrimonio musicale ed è quello che vogliamo riproporre, come collettivo, componendo le nostre proprie canzoni». Insieme a lui ci sono musicisti che hanno condiviso studi di registrazione e palchi con giganti dell’highlife come Ebo Taylor e Gyedu-Blay Ambolley. Parliamo di Dominic Quarchie (chitarra elettrica), Robert ‘Nsoroma’ Koomson (chitarra e voce), Bernard Gyamfi (trombone, shekere), Norbert Wonkyi (tromba, filicorno e campane), Prince Larbi (batteria e voce), Emmanuel Boakye Agyeman (organo, piano fender rhodes e voce), Victor Nii Amoo (percussioni). Siamo ad Accra, la capitale del Ghana affacciata sull’Atlantico, un agglomerato urbano di 900 kilometri quadrati in cui vivono oltre due milioni e mezzo di persone. Cosa ascoltano? Per lo più quello che propongono DJ per i quali l’highlife è diventata una fonte di sample. Santrofi punta sulla musica suonata dal vivo e su un messaggio chiaro di convivialità riassunto nel titolo del loro primo album: “alewa” è la caramella a strisce bianche e nere, a portata di mano nei mercati popolari, simbolo di come le differenze possano convivere e produrre buoni risultati. Per questo, cantano, «You can dance/I can sing/You can walk/I can run» (tu balli, io canto, tu cammini, io corro), si può essere diversi e comportarsi differentemente e continuare a star bene insieme. Allo stesso modo, ora che non è più di moda, cercano uno spazio per l’highlife. In Ghana, “santrofi” è stato adottato sia come nome di questo gruppo sia di un vivace sito di critica letteraria e culturale. Nelle lingue di matrice akan, “santrofi” si riferisce a ben cinque specie di uccelli diversi della famiglia delle civette Caprimulgidae. Per gli akan, la simbologia più conosciuta del santrofi è quella di un uccello colorato che può essere sia presagio di buona sorte, sia portatore di sventura. Avvistarlo è segno di fortuna; cercare di catturarlo porta sfortuna. In “Prison as Exile/Exile as Prison: Circumstance, Metaphor and a Paradox of Modern African Literatures”, Kofi Anyidoho descrive il santrofi come una benedizione per chi è in grado di seguire la sua capacità di visione e le modulazioni e l’energia del suo canto. Può diventare una maledizione per chi non vuole ascoltare il suo canto quando narra gli aspetti critici e a volte ripugnanti della società. I Santrofi non si tirano indietro e provano ad affrontare entrambe le sfide: ci ricordano i pericoli dell’agricoltura inquinata dalla chimica, l’importanza del prendere seriamente il proprio lavoro, qualunque esso sia, senza coltivare invidie (in ‘Adwuma’, aperta dalle voci dei venditori ambulanti). Si rifanno al primo presidente del Ghana indipendente, Kwame Nkrumah di cui propongono la voce in apertura di “Africa” e ne riprendono la filosofia in “United States of Africa”, inno al panafricanismo. 



 Alessio Surian

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