Melingo – Oasis (Buda Musique, 2020)

Compositore, cantante, chitarrista, sassofonista e clarinettista. Daniel Melingo ha attraversato la storia del rock sudamericano, mostrando un talento precoce che da Buenos Aires l’ha portato a suonare alla fine degli anni Settanta con Milton Nascimento per poi collaborare con Charly García e dar vita ad alcuni dei gruppi chiave degli anni Ottanta e Novanta: Los Abuelos de la Nada, Los Twist, Ray Milland Band, Lions in Love. Da venticinque anni predilige la dimensione solista e ora ci consegna tredici brani nomadi, annunciati già a ottobre con il video essenziale, in bianco e nero, di “Navegantes”, illuminato dal teatro delle ombre curato da Gabriela Castro e Agustin Vidal. Dopo “Linyera” (2014) e “Anda” (2016), “Oasis” è l’ultimo atto di una trilogia, un percorso iniziatico sulle tracce delle origini elleniche di Melingo, rese qui esplicite dal bouzouki di Muhammad Habbibi, lo strumento che ci accompagnerà, solo, anche nell’epilogo del viaggio, “Sueño del Éxodo”. Il nonno di Melingo era un “turco”, come si usa dire in Argentina. Dodici anni fa, presentando “Maldito Tango” aveva sottolineato come, secondo lui «la modernità sta nelle origini». Ora riprende quel filo e lo riannoda al personaggio di Linyera, il senza casa che dovrebbe diventare il protagonista di un’opera da allestire a inizio 2021 a Buenos Aires: «Tutto quello che si riferisce alle scoperte del passato diviene un veicolo essenziale per un viaggio gnostico in cui dissotterrare reperti che sarebbe impossibile riscontrare altrove». Da questi scavi archeologici Melingo mette in rilievo le affinità fra tango e rebetiko, fra Buenos Aires e Salonicco e, per lo spazio di un breve brano (“Camino y Hablo Solo”), associa all’esplorazione Vinicio Capossela (ricordate “Rebetiko Gymnastias”?), riprendendo la canzone greca “Vadizo Ke Paramilo” composta da Giannis Papaioannou che qui diventa un ponte linguistico - attraverso gli adattamenti in italiano di Capossela e dello stesso Melingo in spagnolo - e uno specchio mediterraneo del tango, voce dei “marginali”. I brani narrano possessioni e condividono preghiere, percorrono le sorti e le reincarnazioni di Linyera ed i tratti e le metamorfosi di personaggi che acquistano subito un’aurea mitica, guidati da un narratore ed un oracolo che evocano spazi onirici e mettono in gioco esseri che condividono corpi e si trasformano in sciamani o presenze minacciose, umani che diventano cani aggressivi, cacciatori di tigri, banditi con testa taurina, mercenari e ballerine, e perfino Ècate la dea greca delle torce e delle bestie divoratrici, il brano in cui lo raggiungono Miguel Zavaleta e Stefanie Ringes. Per comporli, Melingo ha potuto contare sulla collaborazione di numerosi compagni di strada. Lo scrittore e giornalista Rodolfo Palacios, il poeta ottuagenario Luis Alposta, María Celeste Torre, Andre Calamaro. E poi lo scrittore ed attore Enrique Symns che sembra vederci più chiaro di tutti e preannuncia l’attuale emergenza con “Soy un Virus”.
Lo accompagnano una decina di musicisti: Matias Rubino al bandoneón, Patan Vidal al piano (che lascia a Juan Pablo Gallardo nel brano che arrangia e dirige, “Esta vivo!”), Baltasar Comotto alla chitarra, Juan Ravioli e Pato Cotella al basso e contrabbasso, Gomez Casa alla batteria e ai campionamenti. Questa paletta sonora permette di scegliere soluzioni sonore ogni volta diverse, senza mai perdere un onirico filo rosso che lega Mediterraneo orientale e Río de la Plata: «Il finale di una canzone deve chiamare la seguente, tutto è circolare. È una sequenza di atmosfere, orchestrale, di climi spettrali. Il diamante si lucida con la saliva».



Alessio Surian

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