Alfio Antico – Trema la terra (Ala Bianca Group, 2020)

Foto di Giacomo Brini
Alfio Antico, il cantore-tamburo di Lentini, torna con un nuovo album ricco di suggestioni, incentrato sulla sua canzone, sulla sua visione musicale e, di riflesso, sulla narrativa popolare. “Trema la terra” si configura, così, come un racconto che si svolge nella nostra contemporaneità, nella quale la tradizione musicale c’è, ma vive nelle nostre interpretazioni. A voler essere più precisi, vive nelle interpretazioni di chi ne assorbe spirito e contraddittorietà, componendo un racconto nuovo e vecchio. Che, inserito in un circuito di narrazioni speculari, agisce nella prospettiva del rinnovo e della rivitalizzazione della cultura espressiva popolare. In questo quadro i brani del nuovo album di Alfio Antico sviluppano una nuova estetica popolare. Innanzitutto perché utilizzano il dialetto, che compenetra tutti gli strumenti, ancorandoli a un racconto inevitabilmente locale e che, per questo, si imprime in una cornice poetica irriducibilmente popolare. In secondo luogo perché - nella dimensione dell’evocazione, a sua volta vincolata allo studio, alla comprensione, alla condivisione di un codice “mobile” - la musica richiama quell’estetica, attraverso l’utilizzo di tamburi a cornice e altri strumenti antichi e tradizionali (che dialogano con “voci” di diversa natura, come, ad esempio, l’elettronica o i suoni ambientali). 
Foto di Julia Martins
Questo, a sua volta, ci suggerisce che si tratta di un’estetica rimodulata dentro una scelta di rappresentazione - insomma elaborata dentro una dimensione artistica - che connette l’album, e il processo attraverso il quale si è compiuto, a ciò che noi chiamiamo world music: termine che ancora oggi dice ben poco se non constestualizzato in una dimensione storica, sociale e, appunto, artistica. In ogni caso, il risultato del lavoro di Alfio Antico è piacevole e interessante. Non solo perché sottende una ricerca - che l’autore, come è noto, ha intrapreso da molti anni - ma anche per la capacità di comunicare in modo chiaro le istanze di una musica che aderisce alle esigenze di chi la produce. In questo senso, le esigenze che si esplicitano nei nove brani dell’album rientrano pienamente dentro quell’approccio critico alle musiche popolari. O, per essere più precisi, dentro quell’approccio alle musiche che si ispirano a un patrimonio di suoni e immagini legate alle narrative di tradizione orale (sempre selezionate, scartate, smistate, smembrate dagli autori, attraverso un processo dal quale riemergono solo scampoli). “Trema la terra”, per questi motivi, ci lascia intendere - e ce lo dimostra concretamente con suoni e parole - che il concetto stesso di musica popolare è più complesso di quanto molti siano portati a pensare, e certamente travalica quelle interpretazioni che ne riducono gli effetti al richiamo nostalgico, al mero ricorso a qualcosa di stabilito e certo (certificato?), 
Foto di Julia Martins
e quindi, pietrificato nella non-storia delle culture popolari.  

Il titolo dell'album "Trema la terra" sembra riassumere il suono che producono innanzitutto le percussioni. Possiamo fare questo parallelismo, oppure il titolo ha un significato più complesso?
"Trema la Terra" è un canzone che racconta una cosa che mi capitò tempo fa: ho in testa il ricordo di una montagna e di un trattore che la stava "sballando" (smuovendo). Pensai "che strano!"; tanti anni dopo tornai in quel posto e mezza montagna praticamente non c'era più, ecco, forse quel lavoro era stato fatto male. Ho cercato di descrivere poeticamente la sofferenza di una montagna e i monti sono stati la mia famiglia per molto tempo, anzi lo sono ancora, perchè Alfio continua ad essere un pastore. 

Scorrendo le informazioni presenti nell'album ci si rende conto che  le percussioni, come è naturale, abbiano un ruolo fondamentale. Può  parlarci di quali tamburi ha utilizzato e come si inseriscono, a seconda del tipo e del timbro, nei brani?
Ho utilizzato Tamburi nuovi, devo essere sincero. Inoltre ho suonato un catino di metallo come fosse un Tamburo. Ci sono Tamburi muti e con i sonagli e campane, è difficile dire come si inseriscono, per me sono una voce, cantano in un certo senso i brani, sono vivi. 
Foto di Julia Martins
Si inseriscono con animo gentile. 

Oltre alle percussioni la presenza delle corde è importante. Si potrebbe dire che l'album è stato costruito soprattutto sul dialogo tra queste due dimensioni?
Ridurlo a queste due dimensioni forse non è correttissimo, però tutto è partito da me che faccio conoscere i brani, voce e Tamburo oppure voce e chitarra. Da qui siamo partiti e abbiamo aggiunto molte corde, ma ci sono anche altre dimensioni: i sintetizzatori, ulteriori Tamburi che, come dicevo prima, cantano. Poi, se dobbiamo andare nel dettaglio, il disco è partito con Mattia Antico e Cesare Basile, di base sono due chitarristi, suonano un po' di tutto, ma sulla lavorazione di partenza iniziano dalle corde, poi anche grazie a Gino Robair sono arrivate ulteriori dimensioni.

Il rumore e gli effetti digitali partecipano spesso alla narrazione dei brani. Mi riferisco in particolare a un brano come "Nun N'aiu sunnu", in cui anche le voci determinano ciò che sembra l'incedere di una cantilena e, allo tesso tempo, di una denuncia, di una critica cantata.
Attenzione, io non sono un gran intenditore di questi elementi, il mio strumento è il Tamburo, ma gli effetti usati e specialmente l'incisione di "Nun N'aiu sonnu" è tutta analogica. 
Foto di  Julia Martins
I rumori e gli effetti che sentite sono saturazioni di strumenti a corda costruiti da Cesare, sono organi effettati, voci e cori, archetti, Tamburi e delle molle usate con archetto oppure percosse. "Nun N'aiu sonnu" è un testo di una notte passata a guardare le stelle, lì ho pensato al mondo che mi circonda e a quello che vedevo quando ero pastore, sono due parallelismi. 

"Rijanedda" ha una grande forza descrittiva, sia nel testo che nella musica. Può descriversi l'idea del brano e il lavoro di arrangiamento? Anche qui corde e voci si compenetrano per sorreggere la lirica e l'andamento melodico della canzone.
Esatto, questa è una canzone molto intimista, è la descrizione di una rondine che in qualche modo rappresenta il sentimento amoroso. In questo brano, al quale sono molto legato, non c'è Tamburo, per me è molto strano, ma è riuscito. 

"Pane e cipudda" sembra richiamare un talkin'blues molto waitsiano. La musica è acida e allo stesso tempo molto melodica, soprattutto nella ripetizione dell'arpeggio delle corde. Si sente ispirato dalla tradizione americana del racconto cantato, oppure ritiene che la forza descrittiva sia più vicina alla tradizione popolare siciliana?
Onestamente no, nel senso che vengo da un altro percorso, ma adoro miscelarmi, Tom Waits e Bob Dylan mi piacciono molto. Però quel brano soprattutto è la forza di un gran lavoro di gruppo. Tutto è partito dal divano con Cesare e Mattia: voce, chitarra, ngonij e Tamburo. Poi è arrivato Gino e ha aggiunto, anche lui, molti colori alle corde. Credo che in "Pani e Cipudda" ci sia una grandissima miscela di esperienze, questo per me è meraviglioso. 

Ritornano spesso i suoni dei campanacci. Sembrano scandire un cammino musicale che altrimenti non renderebbe con lo stesso effetto. Ricordano il paesaggio sonoro tradizionale, ma in un contesto come quello del disco sembrano assumere anche un timbro profondo, quasi di monito. Può darci la sua opinione in proposito?
Mi piace l'idea del "cammino", le mie campane sono quelle delle mucche e delle pecore, quei suoni avvengono con i loro movimenti, con i loro cammini.

Si riconosce un lavoro molto attento sul timbro dell'album. Si direbbe che, nonostante il dialetto
e i tamburi, l'album ha un suono etnico e non semplicemente tradizionale, né tantomeno siciliano. Si riconosce in questa descrizione?
Foto di Julia Martins
Si, come ho detto sopra, mi piace miscelarmi. Io ho una mia strada, tutto parte da lì, poi c'è tutto il resto. L'incontro è importante.

"Vendemmia" è forse il brano con i riferimenti più forti alle strutture musicali tradizionali. Anche qui però, al di là della struttura, ogni elemento sembra trascendere dai riferimenti più riconoscibili. Può essere considerato un esempio di come la tradizione musicale locale può essere oggi riproposta e presentata anche a un pubblico internazionale, magari già preparato a raccogliere nuove forme di musiche di ispirazione popolare?
Esatto, è un modo per dare a quella tradizione una vita nuova. 



Alfio Antico  Trema la terra (Ala Bianca Group, 2020)
Il nuovo album di Alfio Antico riconduce a una dimensione narrativa in cui ogni elemento ha una sua musicalità intrinseca. Si tratta di una narrativa piena, intrisa di suoni e melodie. E allo stesso tempo di melodie e suoni che riescono a narrare uno sguardo, un sogno, una visione sui tanti mondi di cui si compone uno stesso orizzonte: popolare, pastorale, partigiano, parallelo. Se nel corso di una carriera di successo e ricca di collaborazioni fondamentali, la produzione di Alfio ha trattenuto il fascino di un discorso caparbio e antico, in questo nuovo “Trema la terra” (prodotto artisticamente da Cesare Basile, che vi suona anche diverse corde) si ha l’impressione di incontrare una profondità più mistica. In seno alla quale il collante di tutto è il suono, nelle sue componenti ineccepibili, nella sua dimensione pura ed estrema. A questo si aggiunge la capacità di lavorare sulla timbrica e sulla parola con una spinta diversa. Una spinta accelerata da un racconto che non ha a che vedere con la tradizione, ma con una contemporaneità che ci appare in una rappresentazione (volutamente) informe, non deificata, non reificata. L’album ci mostra un linguaggio personale, capace di assorbire a pieno il pensiero, l’ispirazione, l’agitazione (politica, sociale, artistica, concettuale), divenendone espressione piena, diretta, compatta. Un linguaggio che si trasforma in qualcosa di organico, capace di espandersi gradualmente e assorbire tutti gli effetti più astratti con l’avanzare della scrittura. Un organismo che si lascia attraversare, tastare tramite l’ascolto. I nove brani che compongono l’album sembrano suggerirci questa possibilità, con l’ammiccamento distaccato di strumenti affascinanti e fascinosi - i tamburi, le corde, l’elettronica, l’ambiente - anch’essi ripensati e rimodulati dentro una prospettiva tutta da costruire. D’altronde i riferimenti all’espressionismo popolare sono talmente rarefatti da far pensare che la tradizione di Alfio Antico sia tutta dentro di lui, incastonata nei suoi tamburi e nella sua voce, che in quel multi-corpo risuona con parole ispirate anche a visioni inconsuete. Penso al brano “Trema la terra”, che racconta lo smembramento di una montagna e che, per riflesso, richiama la tensione irriducibile che genera lo scontro tra mondi diversi. Di questo passo, l’universo-antico si definisce attraverso immagini sempre più convincenti, che finiscono per trascinare chi ascolta dentro uno spazio composto da elementi primari e imprescindibili. Alcuni dei brani sono, in questa prospettiva, illuminanti: “Nun n’aiu sonnu”, “Me figghiu”, “Lettu letu”. E anche quando la struttura popolare viene richiamata più esplicitamente, come ad esempio in “Vendemmia”, tutto è ricomposto fuori squadro: innanzitutto attraverso la voce (che fugge il lirismo più formale, pur muovendosi in uno spazio melodico piacevolissimo), poi con gli inserti graffianti di suoni informi. Così, una volta compreso l’astrattismo compositivo dell’autore, si individuano gli elementi che meglio definiscono l’album: ricchezza di suono, fatto di sedimenti di note e rumori, compresenza di elementi discordanti, poetica evocativa, interpretazione canora profonda e voce potente. Come si può leggere nelle note di presentazione dell’album, i rimandi ai linguaggi di artisti che hanno decostruito la canzone, tentando di raggiungere la sua essenza, la sua non-forma, e allo tesso tempo esaltandone gli elementi più descrittivi, sono inevitabili (anche se, in un certo senso, semplificativi): “tammurriate e tarantelle s'intrecciano con Nick Cave, Battiato, Tom Waits, Quentin Tarantino, punk e bluegrass”. A noi sembrano più utili, però, le considerazioni che Giuseppe Attardi lega direttamente alla voce e al corpo musicale di Alfio Antico, spogliate dei rimandi ai repertori e, soprattutto, svincolate dalle interpretazioni più convenzionali: “Selvaggio e poetico, acustico ed elettronico, tradizionale e sperimentale, colto e popolare, tragico e comico, teatrale e musicale, bucolico e spettrale, minimale e sontuoso”. In queste coppie, molte delle quali considereremmo agli antipodi, si scorge la contraddittorietà e la zoppia di “Trema la terra”, e quindi la sua essenza più convincente.


Daniele Cestellini

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